Voglio finalmente pensare a me stesso e dormire come si deve, ha detto mio marito andando via.
Tre mesi. Esattamente tre mesi è durato quello che posso definire pazzia pura. Tre mesi di notti insonni, con Niccolò che piangeva così forte da far bussare i vicini sul muro. Tre mesi in cui Eleonora camminava per casa come un fantasma, con gli occhi arrossati e le mani tremanti.
E io giravo per casa cupo, come una nuvola carica di pioggia.
Ti rendi conto che ormai al lavoro sembro un clochard? ho sbottato un giorno, fissando la mia faccia allo specchio. Occhiaie fino alle ginocchia.
Eleonora taceva. Nutriva nostro figlio, cullava, di nuovo nutriva. Sempre lo stesso giro. E accanto c’ero io, suo marito, che invece di sostenerla continuavo soltanto a lamentarmi.
Senti, ma tua madre non potrebbe venire qui a dare una mano? ho proposto una sera dopo la doccia, stiracchiandomi, fresco e riposato. Mi è venuto in mente, magari potrei andare qualche giorno da Paolo alla casa di campagna, che ne pensi?
Eleonora è rimasta bloccata con il biberon in mano.
Ho bisogno di una pausa, Ele. Sul serio. Ho iniziato a fare la borsa da viaggio. Ormai non dormo più come una persona normale.
E come se lei dormisse, invece? Le si chiudono gli occhi, ma appena si stende Niccolò ricomincia a piangere. È già la quarta volta in una notte.
Anche io sono sfinita, mormorò Eleonora.
Lo so che è dura, ho risposto agitando la camicia preferita per infilarla nella borsa. Ma il mio lavoro è impegnativo, mi carico molte responsabilità. Non posso presentarmi così davanti ai clienti.
Ed è stato lì che qualcosa in lei si è rotto. Eleonora si è guardata da fuori: con la vestaglia sporca, i capelli arruffati, il bambino urlante in braccio. E io con la valigia, pronto a scappare.
Voglio pensare solo a me e dormire, ho borbottato, senza nemmeno voltarmi.
La porta si è chiusa.
Eleonora è rimasta sola, in mezzo all’appartamento con Niccolò piangente. Sentiva come se tutto dentro di sé stesse crollando.
Una settimana. Poi un’altra ancora.
Ho chiamato tre volte per sapere come andava. La voce distaccata. Come se stessi parlando con una parente lontana.
Tornerò sabato.
Non sono tornato.
Domani arrivo, sicuro.
Di nuovo, non sono apparso.
Eleonora consolava nostro figlio che urlava, cambiava pannolini, preparava pappe. Dormiva mezzora tra una poppata e l’altra.
Tutto bene? ha chiesto la sua amica Silvia.
Benissimo, ha mentito.
Perché dire bugie? Si vergognava. Vergognava che il marito lavesse lasciata sola con il piccolo.
Peggio di così? Ma il bello doveva ancora arrivare, proprio al supermercato ha incontrato la collega di lavoro di mio marito.
E tuo marito dov’è finito? ha chiesto Laura.
Lavora tanto.
Classico. Gli uomini, appena nasce un figlio, spariscono tra le consegne e gli straordinari. Laura si è avvicinata: Ma che, Sergio fa molte trasferte?
Quali trasferte?
Beh, è appena stato a Milano, no? Per quel corso. Ci ha mostrato anche le foto.
A Milano? Quando?
Eleonora ricordò: la settimana scorsa Sergio non aveva chiamato per tre giorni. “Troppo preso, scusa.”
Non era tanto preso, era a Milano a “rilassarsi”.
Sergio tornò il sabato. Con i fiori.
Scusa se mancavo da troppo, cè tanto lavoro.
Sei stato a Milano?
Rimase fermo, con il mazzo in mano.
Chi te lha detto?
Non importa chi. Importa che mi hai mentito.
Non ho mentito. Solo pensavo che ti saresti arrabbiata a sapere che ci sono andato senza di te.
Senza di lei! Come se lei potesse lasciare il neonato.
Sergio, ho bisogno daiuto. Non dormo da settimane.
Prendiamo una babysitter.
Con che soldi? Tu non mi dai nulla!
Come no? Pago laffitto, la luce.
E la spesa? I pannolini? Le medicine?
Non rispose. Poi tentò:
Puoi ricominciare il lavoro? Magari part-time? Così almeno hai qualcosa da fare. E prendiamo la babysitter.
Essere a casa equivale a riposare?
A quel punto Eleonora prese Niccolò, guardò Sergio e capì: questuomo non lha mai amata.
Mai.
Vai via.
Dove?
Fuori. E non farti vedere finché non decidi se vuoi la famiglia oppure la tua libertà.
Sergio prese le chiavi e uscì. Per due giorni non si fece vedere. Poi scrisse: “Ci sto pensando”.
Intanto Eleonora non dormiva. E pensava anche lei.
Provate, per mesi, a restare soli coi vostri pensieri.
Sua madre la chiamò:
Eleonora, come va? Sergio non cè?
In trasferta.
Ancora bugie.
Vengo io ad aiutarti?
Ce la faccio.
Non era vero. Sua madre venne lo stesso.
Qui come siete messi? guardò attorno. Dio mio, Eleonora, guardati!
Eleonora si guardò allo specchio. Era uno spettacolo.
E Sergio?
Al lavoro.
Alle otto di sera?
Non rispose.
Che succede?
Finalmente Eleonora scoppiò a piangere. Davvero, come una bambina: forte, disperata.
Se nè andato. Vuole vivere per sé.
Sua madre taceva. Poi:
Un ingrato. Davvero.
Eleonora rimase sorpresa. Non aveva mai sentito sua madre parlare così.
Ho sempre pensato che Sergio fosse debole, ma mai avrei pensato che lo fosse così tanto.
Mamma, forse sbaglio io? Dovevo capirlo di più?
Eleonora, non sei stanca?
Da quella chiarezza Eleonora capì: aveva sempre pensato solo a Sergio. Al suo riposo, al suo comfort.
Di sé, mai niente.
Che faccio?
Vivi. Senza di lui. Meglio sola che con uno così.
Sergio tornò il sabato. Abbronzato. Avrà “pensato” dalla casa in campagna.
Parliamo?
Sì.
Si misero al tavolo.
Senti, Eleonora, capisco che sei esausta. Anchio non ce la faccio. Possiamo accordarci? Ti aiuto con i soldi, vengo a trovare Niccolò. Ma per ora voglio vivere da solo.
Quanto?
Cosa?
I soldi. Quanti?
Dai, mille euro al mese.
Mille euro. Per il bambino, il cibo, le medicine.
Sergio, vattene.
Cosa?!
Hai capito bene. Vai via. Non tornare.
Ti propongo una soluzione!
Soluzione? Vuoi la tua libertà? E la mia?
E Sergio disse la frase che capovolse tutto:
E che libertà puoi avere tu? Sei madre!
Eleonora lo guardò. Ecco il vero Sergio. Infantile, egoista. Per lui essere madre è prigione.
Domani faccio richiesta degli alimenti. Un quarto del tuo stipendio. Come prevede la legge.
Non lo farai mai!
Vedrai.
Lui uscì sbattendo la porta. Da quel momento, Eleonora si accorse che respirava meglio.
Niccolò pianse. Ma lei sapeva di farcela.
È passato un anno.
Sergio ha provato a tornare due volte.
Eleonora, riproviamo?
Troppo tardi.
Sergio dice che lei è diventata “acida”. Poco credibile.
Eleonora ha trovato una babysitter, lavora come infermiera.
Sul lavoro ha conosciuto un medico, Andrea.
Hai figli?
Uno, maschietto.
E il padre?
Vive per sé.
Si sono presentati. Andrea ha portato una macchinina a Niccolò. Hanno giocato e riso insieme.
Poi hanno iniziato a passeggiare tutti e tre al parco.
Sergio lo ha saputo. Ha chiamato:
Il bambino ha un anno e già ci hai un altro uomo!
Che pretendi? Che ti aspetti solo io?
Ma sei madre!
Sì, sono madre. E allora?
Non chiamò più.
Andrea era diverso. Quando Niccolò si ammalava, lo raggiungeva subito. Quando Eleonora era sfinita, la portava nella sua casa in campagna.
Ora Niccolò ha due anni. Chiama Andrea “zio”. Di Sergio nemmeno ricorda.
Sergio si è risposato. Gli alimenti li manda.
Eleonora non è arrabbiata.
Anche lei ora vive per sé. Ed è meraviglioso.
Vivendo tutto questo ho capito che nessuno deve annullarsi per nessuno. Non ci si deve mai dimenticare di se stessi.






