Marito in affitto per il weekend

Marito nei fine settimana

La polpetta giaceva al centro esatto del piatto. Alessandro la fissava e sentiva lo stomaco brontolare, traditore.

Livia, posso farmi un panino, va bene? Ho fame.

Sandro, la cena è pronta tra venti minuti. Se mangi ora si raffredda tutto.

Faccio in fretta, solo un morso.

Possibile che tu non riesca ad aspettare venti minuti? Ho calcolato tutto apposta. Le patate saranno pronte alle sette e un quarto, il pollo alle sette e venti. Se rompi lappetito adesso poi non mangi niente a cena.

Alessandro sospirò piano e si mise a sedere a tavola. Livia era davanti al frigorifero a sistemare con precisione maniacale la spesa appena fatta: il latte sulla seconda mensola a destra, il formaggio nellapposito cassetto, gli yogurt ordinati per scadenza, in prima fila quelli vicini alla data.

Almeno un po di tè posso farmelo?

Fai pure. Ma solo un cucchiaino di zucchero.

Livia, sono un uomo adulto.

Sei diabetico in potenza. Tuo padre era diabetico, tuo nonno pure. Uno solo, Sandro.

Alessandro allungò una mano verso la teiera, ma Livia lo precedette: versò nel bicchiere, contò con precisione lo zucchero e lo posò davanti a lui.

Ecco. Bevi.

Lui guardò la tazza, poi la schiena di lei, tornata alle sue scaffalature, poi prese un sorso. Il tè era leggerissimo e quasi senza zucchero. Non disse nulla.

Fuori era ormai buio. Era ottobre a Milano e la notte arrivava presto, più ancora nel quartiere dormitorio dove i caseggiati si accalcavano come scatole di fiammiferi. I lampioni nel cortile proiettavano una luce ferma, le automobili parcheggiate sempre negli stessi posti. Tutto sempre uguale.

Avevano cinquantasette e cinquantacinque anni. Stavano insieme da trenta anni. Casa loro era pulita come una sala operatoria, silenziosa come una biblioteca.

***

Il sabato a casa loro iniziava alle otto. Non che non potessero dormire di più, ma proprio alle otto iniziava la lista delle faccende. Livia la preparava il venerdì sera, scrivendo in bella calligrafia su un quaderno a quadretti.

Otto in punto: colazione.

Otto e mezza: pulizie a fondo.

Dieci: spesa alimentari alla Coop di viale Monza, detersivi a parte.

Mezzogiorno: pranzo.

Una: riposo, unora.

Due: visita alla zia Gina.

Cinque: rientro.

Cinque e mezza: cena.

Sei e mezza: televisione o libro.

Dieci: a dormire.

Alessandro la conosceva a memoria ormai. Non perché la leggesse: era così da più di quindici anni, cambiavano solo lorario dalla zia e qualche volta il supermercato.

Puliva il corridoio, spingendo il mocio avanti e indietro, pensando alla pesca. Così, senza un motivo preciso. Da quanto non ci andava? Otto anni almeno. Lultima volta era con Nico, un collega, al lago di Como. Tre persici piccoli e una carpa. Avevano cucinato la zuppa di pesce sulla riva, in una pentola per conserve. Nico raccontava barzellette e ridevano talmente forte che le anatre erano volate via.

Rientrò tardi quella sera, era già notte. Livia non dormiva.

Sai che ora è?

Lo so, Livia. Non abbiamo guardato lorologio.

Non hai risposto nemmeno una volta. La cena è in frigo, ma è ormai fredda.

Scusami.

Sai quanto mi sono preoccupata?

Scusa, Livia.

Non fu perché lei glielo proibì, che poi Alessandro smise di andare a pesca. Semplicemente le cose si susseguirono: qualche impegno, qualche lavoretto in casa, una visita, e poi smise di chiedere. Più semplice così.

Sandro, stai sciacquando la pezza come ti ho detto? Non strizzarla troppo che poi lascia lalone.

Strizzò la pezza come piaceva a lei, anche se per lui non cambiava nulla. I pavimenti brillavano. Livia era orgogliosa della sua casa: una volta al telefono aveva detto a unamica: Da me potresti mangiare per terra. Alessandro ascoltava, ma pensava che non avrebbe mai voluto mangiare per terra, pulito quanto vuoi.

La spesa fu fatta secondo la tabella. Il pranzo venne consumato secondo la tabella. Zia Gina offrì loro delle focacce alle patate, un po bruciacchiate sotto; Livia osservò, con voce gentile ma ben udibile: Gina, forse il forno scalda irregolarmente. Alessandro ne mangiò tre e pensò che erano buone proprio perché un po bruciacchiate.

Tornarono a casa alle cinque e venti. Con dieci minuti di anticipo.

Livia portò dentro le borse, mise su il bollitore, tirò fuori dal frigo la torta di ricotta che aveva preparato la mattina. Tagliata con precisione, sei fette esattissime.

Alessandro si sedette, guardò la torta, avvertì un panico quieto. Non per la torta, ma per tutto quanto. Perché già sapeva come sarebbe stato domani, e dopodomani, e la settimana dopo. E lanno dopo.

Finì tutto, bevve tutto, e si mise davanti alla televisione.

***

Mercoledì sera il vecchio aspirapolvere si ruppe. Semplicemente smise di aspirare. Alessandro lo smontò subito sul tavolo della cucina: il filtro era intasato e una delle spazzole aveva il supporto rotto. Niente di difficile per lui. Lavorava come tecnico-meccanico alla Officine Meccaniche Lombarde da ventidue anni.

Livia entrò e si fermò sulla soglia.

Che fai?

Aggiusto. Guarda, filtro intasato e la spazzola rotta.

Sandro, chiama un tecnico. Non farlo tu.

Livia, questa è roba semplice, ci penso io.

Due volte hai aggiustato il ferro da stiro. La prima smise del tutto di funzionare, la seconda scaldava solo da un lato.

Era diverso. Qui vedo il problema.

Sandro.

Livia, sono tecnico!

Sei tecnico alla fabbrica, non su elettrodomestici. Non fare pasticci che costa di più.

Si mosse qualcosa dentro di lui, qualcosa di vecchio, silenzioso, come una pietra che dopo anni si mette a ruotare. Guardò laspirapolvere a pezzi, le sue mani, il viso di lei, calmo e sicuro.

Lo aggiusto io, Livia.

Sandro

Lo. Aggiusto. Io.

Lei lo guardò sorpresa. Poi se ne andò senza replicare.

Lui ci mise unora. Funzionava anche meglio: filtro pulito, tutto sistemato. Sistemò tutto e lo accese solo per sentirlo funzionare a dovere.

Livia passò, guardò, annuì e non disse niente.

Capì che avrebbe voluto almeno sentirsi dire: Bravo.

***

Lannuncio lo vide sulla bacheca vicino alla metropolitana. Riparazioni oggetti vecchi, impianti elettrici, cavalletti da pittura e altro. Rivolgersi in viale Monteverdi Con numero e indirizzo. Il suo vecchio giradischi, un Mivar degli anni Ottanta, prendeva polvere da tre anni in corridoio. Livia aveva proposto più volte di buttarlo. Lui diceva sempre più avanti e lo rimetteva al suo posto.

Quel giradischi lo aveva comprato prima delle nozze. Ci aveva messo i risparmi aiutato dal padre. Ci ascoltava Guccini e De André, i dischi sul davanzale della camera in affitto. Quando si trasferirono insieme, Livia li mise in una scatola, e la scatola in ripostiglio: Prendono polvere, non serve lasciarli in giro. Ogni tanto Alessandro li andava a vedere, solo per essere sicuro che fossero ancora lì.

Il telefono sullannuncio non rispondeva. Decise di andare allindirizzo. Il posto era vicino a Porta Venezia, in una vecchia casa scrostata, con il portone di legno pesante.

Individuò il civico, salì al terzo piano e suonò. Ci volle parecchio prima che qualcuno si decidesse ad aprire. Passi lenti, qualcosa cadde, tintinnò, la porta si spalancò.

Davanti a lui una donna poco più giovane, con un grembiule di lino tutto macchiato di vernice blu e gialla. I capelli raccolti in modo approssimativo, ciocche ribelli dappertutto. Una macchia verde sulla guancia.

Salve. È per lannuncio?

Sì, mi hanno detto che qui si riparano

Venga, venga. Sono Valentina. Solo Valentina. Faccia attenzione, cè un cavalletto nel corridoio.

Entrò e si paralizzò. Non aveva mai visto nulla del genere, o meglio, qualcosa del genere solo in gioventù, nelle aule di qualche amico dell’Accademia. Tele dappertutto. Alcune bianche, altre appena iniziate, altre con tracce di mille colori sovrapposti. Vasetti di pennelli sui davanzali, tubetti di colori sparsi. I giornali sul pavimento pieni di impronte. Sul divano, un grosso gatto rosso lo guardava con aria regale.

Profumo di colori, olio di lino, caffè ed altro vita, forse.

Mi scusi il caos, disse Valentina, ero al lavoro da stamattina, non ho fatto a tempo a sistemare.

Va bene così, rispose lui, stupito della sincerità della sua voce.

Allora, cosa devo aggiustare?

Un giradischi Mivar, anni Ottanta. Non gira più. Ho provato io ma temo sia il motore.

Mivar? Lo conosco. La batteria nel telecomando non scarica? A volte basta pulire un contatto.

Già fatto. È più complicato.

Valentina annuì valutando il caso.

Lha portato?

No, prima volevo vedere. Il telefono non rispondeva.

Già, perdo il telefonino almeno cinquanta volte al giorno. Ieri ho scoperto che era sotto il divano. Me lo porti, ci guardo. Ma già che è qui, vuole aiutarmi un attimo? Così le faccio uno sconto, va bene?

***

Il cavalletto era nella stanza più grande, vicino alla finestra. Antico e robusto, gambe di legno, tutte sfasate. Il supporto della tela non manteneva linclinazione, scivolando via.

Guardi qui, indicò Valentina, qui la vite si è staccata da anni e ho messo una vite più piccola che però non tiene.

Alessandro si abbassò, osservò. Chiese un cacciavite. Valentina ne portò tre, senza sapere quale servisse. Lui prese quello giusto, tolse la vite sbagliata, chiese nastro isolante, avvolse le filettature, rimise tutto. Il cavalletto fu stabile.

Ma è temporaneo, spiegò, serve un bullone da 6 mm, dal ferramenta lo trova. Meglio con il dado, così non si svita.

Sei millimetri, ripeté lei convinta di doverselo ricordare. Meglio che me lo scrivo.

Prese un pennello, intinto nella vernice nera, e scrisse direttamente sul giornale a terra: Bullone M6 con dado!!.

Alessandro rise. Senza aspettarselo.

Così butta via il giornale e scorda tutto.

No, lo metto sul frigorifero. Dai, vieni che facciamo merenda. Ho dei panzerotti rimasti da ieri, col cavolo.

Avrebbe voluto dire che doveva scappare. Che aveva da fare. Che Livia

Molto volentieri, disse invece.

***

Bevvero tè in cucina. Piccola, finestra sul cortile, una collezione di vasetti verdi sul davanzale. I panzerotti erano sulla tavola, senza tovaglioli, a mucchio, qualcuno storto.

Alessandro ne prese uno. Erano di ieri, un po molli, ma squisiti. Il ripieno, cavolo e uovo come li faceva sua madre.

Buoni, disse.

Davvero? Io non ho mai saputo fare i panzerotti, me li ha insegnati mia figlia prima di partire. Studia storia dellarte a Firenze. Ventidue anni, ormai grande, seria. Non come me.

Vive qui da molto?

Da venticinque anni, questa casa. Prima cera mio marito, poi ci siamo separati lanno scorso. Ora vivo con Micio, il gatto. Ah, lui è Tito.

Tito, sentendo il nome, si girò verso la cucina, poi ritornò a sdraiarsi.

Ci è rimasta male?

Per il divorzio? Allinizio sì. Poi, è come quando cammini con scarpe strette e allimprovviso le sfili: ti accorgi che avevi i piedi pieni di vesciche e non lo sentivi più, era diventato normale. Così.

Alessandro guardò fuori. Un grande albero quasi spoglio, con poche foglie gialle che resistevano al vento.

Lei è tecnico? chiese Valentina.

Sì. Officine Lombarde.

Le piace?

È un lavoro. Però mi piaceva smontare cose. Non sul lavoro, a casa. Sistemare, aggiustare. E la pesca. Mi piaceva pescare.

La pesca? Racconti.

Si stupì. Quando ne parlava, di solito cambiavano discorso. Livia diceva: Che ci sarà mai, sedersi ad aspettare? Ma Valentina lo ascoltava come se seguisse un romanzo interessante.

Da ragazzo andavo con papà. Allalba, ancora buio, e mentre arrivavi vedevi la luce che cambiava, sentivi lacqua quieta del fiume, il silenzio che sembrava di ascoltare i pesci tra i giunchi.

Valentina si appoggiò la guancia sul pugno, attenta.

Poi ci andavo con Nico, un amico. Una volta pescammo una tinca enorme al lago di Como. Credevamo fosse un ramo. Una bestia.

E raccontava e raccontava, e si accorse che erano già le nove di sera.

Accidenti, scattò in piedi, devo andare.

Vai tranquillo. Grazie per il cavalletto. E per la pesca.

Per la pesca?

Per averla raccontata. Ora mi sembra di vedere lacqua.

Camminando verso la metro pensava: da quanto tempo nessuno lo ascoltava così?

***

Livia era in cucina. Cena fredda, coperta da un piatto, sul tavolo. Il viso teso, presagio di discussione.

Doveri?

Son passato a vedere per il giradischi. Cera una pittrice, mi ha chiesto una mano col cavalletto. Ho fatto tardi.

Non mi hai avvisata.

Livia, non pensavo di metterci così tanto.

Ti aspettavo alle sette. Le polpette sono fredde. Le ho scaldate due volte, ormai sono secche.

Alessandro guardò il piatto, poi lei.

Scusa per le polpette.

Non è per le polpette! È che noi abbiamo delle regole. Esci, mi avvisi. È rispetto!

Ho capito. Non ci ho pensato.

Tu non ci pensi mai. È sempre così. Ti ricordi martedì scorso? Ho scritto ricotta magra e tu hai preso quella normale. Ho dovuto buttarla.

Tolse la giacca, la appese. Le mani tranquille, ma dentro si avvertiva come una molla che si comprimeva.

Ho mangiato da lei. Aveva panzerotti.

Panzerotti.

Sì.

Sandro, sei andato per un giradischi e sei tornato alle nove di sera con i panzerotti. Te ne rendi conto?

Ho aiutato una persona col cavalletto e preso un tè. Vive sola, è una pittrice. Niente di che.

Chi è?

Si chiama Valentina. Cinquantaquattro anni, insegna arte, divorziata da poco.

Conosci già tutto.

Abbiamo semplicemente parlato davanti a un tè, Livia. Solo chiacchierato.

Livia si alzò, mise le polpette nel frigo. Mosse precise e decise.

Scaldale tu, se vuoi. Io vado a dormire.

Uscì dalla cucina. Alessandro rimase seduto in silenzio, ascoltando la pioggia. Pensò che anche la pioggia non seguiva tabelle.

***

Ci furono altre volte. Portò il giradischi. Valentina ci lavorò, in effetti era il motore, chiamò un vecchio collega e riuscì a rimetterlo in funzione. Bevvero il tè. Questa volta lui portò una torta di ciliegie, comprata in pasticceria.

Poi passò senza motivo. Si giustificò pensando di doverle chiedere se aveva trovato il bullone giusto. Aveva comprato quello sbagliato, un M4. Risero. Lui ne aveva portati due, così lo sistemò. Non disse a Livia molte di queste visite; o meglio, diceva vado in quel laboratorio, ma non spiegava altro. Forse Livia non voleva dettagli. Forse bastava sapere che sarebbe tornato a cena.

Un giorno tornò tardi ancora. Con Valentina avevano sfogliato un catalogo di Cézanne, lei gli spiegava la luce nei quadri e lui mai si era interessato prima a cosa facesse davvero un artista con la luce.

Livia lo stava aspettando.

Le polpette

Livia, ascolta.

Livia lo guardò. Stavolta cera una paura nuova nei suoi occhi, non irritazione ma paura vera.

Sandro, che succede?

Niente di che. Vado da unamica, parlo, aiuto se serve. Mi fa piacere, è questo.

Ti rendi conto di quello che dici?

Sì. Là non cè niente si fermò. Non cè niente di di male. Parliamo.

Solo parlate.

Solo quello.

Sandro, sono trentanni che mi occupo di te, della casa, della tua salute, dei conti. Faccio la ragioniera in unimpresa importante, tutto torna. Penso a tutto io.

Lo so, Livia.

Allora perché vai da una sconosciuta invece di stare a casa?

Non seppe rispondere. O forse lo sapeva, ma le parole sarebbero state troppo crudeli.

***

Se ne andò un venerdì sera. Mise su una borsa: due camicie, il rasoio, un libro che voleva rileggere. Livia era sulla porta, lo guardava chiudere lo zaino.

Dove vai?

Ho bisogno di stare solo. Pensare.

Sandro, è una sciocchezza.

Forse sì. Ma lo faccio comunque.

Vai da lei.

Vado a pensare.

Sandro!

Chiuse la cerniera. Si girò verso di lei. Livia era dritta, con la vestaglia perfettamente annodata, viso smarrito. Non arrabbiato, non gelido, solo smarrito come chi scopre che gli strumenti sono inutili.

Ti chiamo, disse lui.

E uscì.

***

Valentina non chiese nulla. Quando lui telefonò chiedendo se poteva dormire sul suo divano qualche giorno, rispose: Certo, il divano è libero, vieni pure.

Dormiva nel soggiorno pieno di tele. Tito veniva a fargli compagnia ai piedi del letto. La mattina Valentina preparava il caffè con il cardamomo e stavano seduti in silenzio, ascoltando la musica alla radio. Nessun discorso grave. Si parlava del tempo, del fatto che avrebbe piovuto ancora, del gatto Tito che aveva rosicchiato di nuovo una pianta.

Livia telefonava. Prima una volta ogni ora, poi meno spesso. Alessandro a volte rispondeva, a volte no, ma quando parlavano la sentiva sempre composta:

Sandro, hai preso la compressa per la pressione?

Sì, Livia.

Hai portato la giacca pesante? Fa freddo in questi giorni.

Lho presa.

Guarda che hai la visita dal medico dopo domani alle quattro, te ne ricordi? Te lho prenotata a gennaio.

Va bene.

Sandro, davvero non puoi tornare? Cosa ti manca?

Restava in silenzio.

Livia, ti richiamo.

Un giorno messaggio da Tamara, sua amica: Sandro, non ci posso credere, Livia è distrutta. Poi la chiamata del suo capo, Marco, Livia mi ha detto che sei sparito, tutto bene? Poi il cugino Enrico, con cui parlava solo a Natale: Livia è preoccupata.

Leggeva e pensava che Livia aveva mobilitato chiunque conoscesse. Come sempre aveva fatto in ogni emergenza: si organizzava, delegava, risolveva. Ma stavolta la cosa ero io, pensò Alessandro.

Come va? chiese una sera Valentina.

Strano, rispose. Ho un po paura. Tutto nuovo.

È normale.

Stamattina mi sono svegliato, non sapevo cosa mettere. Ho preso la camicia che volevo, blu scuro, non bianca o grigia prestabilita. E mi sono detto che sono ventanni che non scelgo i vestiti da solo.

Sceglieva lei?

Preselezionava la sera. Diceva che io non abbino le cose, prendo freddo, prendo caldo. Io ci ho fatto labitudine.

Valentina tacque.

Lei mi vuole bene, disse. Sono sicuro che mi ama. A modo suo.

Ti credo.

Ma con lei sono scomparso. Da anni ormai non sono più una persona, solo una riga del suo schema.

***

Livia arrivò la domenica. Aveva trovato lindirizzo, non era difficile. Alessandro aprì la porta e stettero un attimo a guardarsi.

Posso entrare? chiese lei.

Si fece da parte.

Entrò nellingresso, osservò tutto con la sua abituale attenzione. Sotto lattaccapanni un paio di scarpe di Valentina, una era sdraiata su un lato. Appese un foulard colorato e un vecchio giaccone con tracce di colore. Si intravedeva la tela dipinta in salotto.

Valentina uscì dalla cucina. Si guardarono.

Buongiorno, disse Livia.

Buongiorno, rispose Valentina.

Livia si rivolse ad Alessandro:

Tutto bene?

Sì.

Prendi le pasticche?

Livia

Chiedo solo quello.

Alla porta apparve Alessandro con uninsalata nellinsalatiera: fette di cetriolo tagliate male, tutto irregolare. Livia si irrigidì: i cetrioli dovevano essere tagliati dritti.

Livia, disse lui, non dovevi venire.

Sandro, ho dedicato la vita a te, la voce le tremava. Ho pensato sempre a te, per trentanni. Capisci che tutto quello che ho fatto, era per te?

Lo capisco.

E allora perché?

Valentina disse dalla soglia, piano:

Signora Livia, posso dire una cosa? Non da nemica, solo da estranea.

Dica pure, ribatté Livia senza voltarsi.

Prendersi cura vuol dire lasciare respirare laltro. Se con te uno fa fatica a respirare, non è più cura. Lei, Livia, non gli lasciava mai spazio.

Livia rimase zitta.

Lei non capisce la nostra vita, disse infine.

Vero, ammise Valentina.

Alessandro prese la mano di Livia. Non la respinse.

Livia, io chiederò il divorzio. Ho deciso. Non perché non ti voglia bene. Ma non ce la faccio più.

Livia guardò le mani intrecciate. Poi lentamente si liberò. Prese la borsetta dallingresso, dritta come sempre, passo sicuro.

Ricordati le pasticche, disse. Le scorte sono in alto a destra, nella scatola blu.

Chiuse la porta.

***

Il divorzio durò sei mesi. La casa restò a lei. Lui si prese una stanza in affitto vicino a Porta Venezia, praticamente nella stessa via di Valentina. Ridicolo, ma andò così.

La vita cambiava piano, come un palazzo che non viene buttato giù, ma ristrutturato con pazienza.

Per i primi mesi faceva cose strane: comprava il pane che voleva, non quello giusto, a volte stava in piedi davanti al frigo a mangiare dal contenitore. Andava a letto non alle dieci, ma quando voleva. Una notte rimase a guardare Don Camillo in tv e si sentì felice come un ragazzino.

Con Valentina le cose non furono immediate. Si piacevano, ma nessuno aveva fretta. Lo sapevano entrambi che era importante.

In primavera andarono a pescare.

Alessandro noleggiò due canne, la macchina di Valentina, una vecchia Cinquecento rossa che sbuffava sulle salite, li portò a un laghetto vicino a Lecco. Valentina non aveva mai pescato, lo confessò subito.

Stettero sulla riva. Freddo, erba bagnata di rugiada, e il termos dimenticato a casa: Alessandro se ne accorse rovistando nello zaino.

Ho scordato il termos. Pazienza.

Vabbè, disse lei, guarda il mattino sulla riva.

Guardò la nebbia leggera sullacqua sembrava respiro. Il sole sbucava, la luce era rosa.

Bellissimo, sussurrò Valentina.

Prese un persico. Piccolo, ma vivace. Valentina sussultò e rise: Rimetti giù, è minuscolo!

Lo rimise in acqua.

Tornarono a casa senza pesce, entrambi coperti di fango perché lui era scivolato portando dietro anche lei, e risero a lungo facendo volare pure una coppia danatre.

Il giaccone era irrimediabilmente macchiato.

Fa niente, disse Valentina, ma che splendida mattina.

Lui la guardò: la manica sporca, il viso che rideva, capelli in disordine che spuntavano dal berretto. E pensò: questa è vita. La vita, non la tabella. Giaccone sporco e nebbia rosa.

***

Si sposarono in autunno, un anno e mezzo dopo la separazione. Pochi invitati: Nico dalla fabbrica, lamica di Valentina, Irene, che fece le foto, e Tito sul davanzale a fingere indifferenza.

La vita con Valentina era viva e leggermente pazza. Lei poteva spendere metà dei soldi per colori e tele e scordare il pane. Lui smontava radioline trovate nei mercatini occupando la cucina. Lei perdeva le chiavi una volta ogni due giorni; lui lasciava le pinze dappertutto. Una volta lei trovò la sua chiave inglese in frigo. Lui non ricordava come ce lavesse messa.

Discutere? Certo, e anche di brutto per soldi, perché lei lasciava i pennelli ovunque, perché lui infilava le viti nei posti più assurdi. Una volta lei trovò un cacciavite nello sportello del latte. Ma nessuno faceva la lista degli errori dellaltro. Una discussione, poi uno accendeva il bollitore e laltro veniva in cucina. Quello era il segno: va bene così, andiamo avanti. E si beveva il caffè insieme.

***

Livia seppe del nuovo matrimonio da Tamara, che sapeva tutto di tutti.

I primi mesi dopo la separazione Livia visse di inerzia. Casa pulita. Cena pronta. Lavoro allimpresa, bilanci, telefonate.

Ma la sera la casa era troppo silenziosa. Troppo grande. A volte preparava due tazze di tè per abitudine. Poi ne rimetteva a posto una. Faceva male, ogni volta.

Al lavoro la capo-contabile, Laura, la prese in disparte.

Livia, che succede?

Tutto a posto.

Non è vero. È da due mesi che ti vedo strana.

Situazione familiare.

Marito andato via?

Livia la fissò.

Come fa a saperlo?

Lo vedo. Mi è successo dieci anni fa. Un consiglio: non iniziare a rimettere in fila la casa. Inizia coi sentimenti. Parla con qualcuno. Non una tua amica, un professionista.

Livia avrebbe voluto dire che non voleva consigli. Ma non parlò.

***

Scelse la psicologa su internet. Una donna sui quarantacinque, studio piccolo zona Porta Romana. Le prime sedute Livia rispose a monosillabi, come se le chiedessero di svestirsi davanti a un estraneo.

Alla quarta domanda la psicologa chiese:

Quando ha avuto davvero paura? Non per suo marito. Per sé stessa.

Pensò a lungo.

Quando lui faceva la valigia. Quando ho capito che se ne andava e io non potevo fermarlo. Che non controllavo più niente.

Perché era così importante controllare tutto?

Ancora silenzio. Fuori nevicava fitto.

Perché se non tengo tutto in mano, va tutto male. Così mi ha insegnato mia madre: Livia, devi tenere tutto tu o gli uomini scappano. Viveva così. Suo marito, mio padre, se nè andato lo stesso. Ma lei è rimasta così.

Il silenzio era morbido, non come quello di casa.

Quindi, ha sempre avuto paura che lasciando la presa avrebbe perso.

Sì.

E invece?

Se stringi troppo, perdi comunque.

Fu dura dirlo. Ma lo disse, e si sentì meglio.

***

Andò alla Casa delle Arti su suggerimento di Tamara: Fanno una mostra dacquerelli, bella gente. Ci andò perché era domenica, la casa pesava, bisognava uscire.

La mostra era davvero piacevole. Livia capiva poco di pittura ma quelle trasparenze le sembravano aria nuova.

Era davanti a un quadro con un fiume quando si trovò accanto un signore più grande di lei, volto gentile e occhi un po smarriti. Guardava anche lui il quadro.

Vedete, sussurrò piano quasi a sé stesso, lautore ha lasciato in bianco questo angolo. Vede? Qui. È il bianco che fa tutto il quadro.

Livia guardò e si accorse.

Non ci avevo fatto caso.

Succede spesso. Sono Andrea.

Livia.

Lui era impacciato. Uscendo si impigliò la giacca nella maniglia e la zip rimase aperta. Provò e riprovò, niente.

Livia distinto allungò la mano.

Dia qua.

Trovò dove sera bloccata, allineò i dentini, tirò su. Si chiuse. Sorrise, non sapendo nemmeno bene perché.

Grazie, disse lui come se avesse fatto un miracolo. È da un mese che combatto con sta giacca.

Forse serve una nuova.

Sì, ma odio i negozi.

Restarono un attimo fuori. Lui insegnava chitarra proprio alla Casa delle Arti, andava spesso alle mostre.

Sarebbe bello rivederla domenica prossima.

Lei non promise. Ma la domenica tornò.

***

Andrea era diverso. Vedovo da tre anni. Viveva solo, beveva tè a litri, suonava la chitarra la sera senza sapere se era martedì o domenica, poteva parlare per ore di dettagli apparentemente inutili: Hai mai notato come gli alberi dei cortili si piegano sempre verso Sud?.

Livia provò subito a organizzarlo. Consigliò unagenda, criticò il disordine nel frigorifero, una volta mise mano nelle sue credenze per mettere in ordine vasetti.

Lui le prese dolcemente la mano.

Livia, a me va bene così. È la mia cucina.

Lei si fermò. Guardò la credenza, poi la sua mano nella mano di lui. Nessun fastidio, nessuna spiegazione irritata, solo calma.

Scusa, disse, vecchia abitudine.

Non è cattiva, è solo la mia cucina.

Tua cucina, disse lei. E lasciò doverano i vasetti.

Era sottile come cambiamento, ma lo sentì. Poi si accorse, altre volte, che le mani andavano per automatismo a sistemare, e lei le fermava. Non sempre, ma sempre più spesso.

La psicologa un giorno disse:

Non possiamo controllare gli altri. Solo noi stessi. Ed è pure più interessante.

Livia ci pensò a lungo.

Cominciò anche a cucinare dolci. Strano, sempre stata rigorosa con le ricette, mai un grammo fuori posto. Un giorno Tamara le passò la ricetta della torta di mele dicendo: A piacere, metti la cannella. A piacere? Livia si mise lì con la cannella e si chiese cosa significasse a piacere.

Ne mise tanta, forse troppa. La torta uscì quasi amara. Ma il profumo era incredibile. Ne mangiò metà in piedi accanto al forno, bollente.

Hai imparato a fare i dolci? Tamara era sorpresa.

Sto imparando. Non sempre mi riescono. Ma mi diverto.

Tamara la fissò.

Livia, sei cambiata.

Forse.

In meglio.

Livia non rispose. Ma scendendo in strada si scoprì a sorridere al portone, senza motivo.

***

Si incontrarono due anni dopo, per caso, al Parco Sempione. Alessandro con Valentina, stavano andando verso il fiume, Livia su una panchina con un libro, aspettando Andrea che era al baracchino per due caffè.

Vide lui per primo, camminava davanti a Valentina, la camicia blu scuro che ricordava di sfuggita dal passato. Valentina accanto, lunga fila di parole che lo facevano ridere.

Chiuse il libro.

Alessandro la vide, si fermò. Rimasero a guardarsi. Poi si avvicinò.

Livia, ciao.

Ciao, Sandro.

Valentina si fece indietro, non scomparve, ma lasciò spazio. Livia ci fece caso.

Stai bene, disse lui. E lo disse sinceramente, sembrava diversa. Più morbida.

Anche tu.

Restarono in silenzio. Ottobre era di nuovo quieto, le foglie coprivano il sentiero.

Come va? chiese lei.

Bene. Andiamo con Valentina il prossimo mese in macchina, senza itinerario, verso Sud. Piccoli paesi, niente prenotazioni.

Dove esattamente?

Non lo sappiamo. È quello il bello.

Annuii. Guardò Valentina che studiava un albero.

E tu? chiedette Alessandro.

Bene. Sto imparando a fare dolci. Un po ridicolo, forse.

No.

Non sempre viene. Una volta ho messo troppa ammoniaca per dolci e il dolce si gonfiò e si spaccò. Ma labbiamo mangiato lo stesso.

Così si fa.

Sto con Andrea insegna chitarra, molto svagato. Si interruppe. Sto imparando a non correggere tutti gli errori subito.

Alessandro la guardò.

Non è facile per te.

No. Ma si fermò, ma è interessante.

Dal baracchino arrivò Andrea con due caffè e una busta di carta, dentro qualcosa da mangiare spuntava.

Livia! Ho preso anche i cornetti, uno alla cannella, uno ai semi di papavero, non sapevo quale volevi!

Lei rise. Piano, felice.

Alessandro la fissava.

Ridi, disse.

Sì, rido. E se ne stupì anche lei.

Valentina li raggiunse.

Vi lasciamo, disse, non vogliamo disturbare.

Va tutto bene, rispose Livia, e lo pensava davvero.

Si salutarono senza altre parole. Lui annuì piano, lei accennò un sorriso. Valentina fece un cenno della mano, un gesto caldo, né rabbia né vittoria.

Livia li seguì con lo sguardo mentre si allontanavano. Lui disse qualcosa, lei rise e gli prese il braccio.

Andrea arrivò e le porse i due cornetti.

Tieni, scegli tu.

Prese quello alla cannella. Morso ancora caldo, si sbriciolò.

Il parco dautunno frusciava di foglie, in lontananza gridavano bambini, il cielo si muoveva lento, senza fretta.

Livia seduta sulla panchina, con un cornetto caldo, pensava: se Sandro non fosse andato via, non avrei mai scoperto cosa vuol dire amare, non comandare.

Andrea si sedette accanto, cercò nella busta e trovò che aveva preso il papavero, che non gli piace.

Vuoi? chiese timido.

Lei prese anche quello.

Volentieri.

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Marito in affitto per il weekend
Lasciatemi restare, vi prego — Io non vado da nessuna parte… – sussurrava a fatica la donna. – Questa è casa mia, non la lascerò mai. — La voce le tremava per le lacrime trattenute. — Mamma, – disse l’uomo. – Lo sai che non riuscirò a prendermi cura di te qui… Devi capirlo. Alessio era triste. Vedeva quanto la madre fosse preoccupata e agitata. Era seduta sul vecchio divano sfondato della sua casa di campagna, nel piccolo paese dove aveva vissuto tutta la vita. — Va tutto bene, ce la faccio da sola, non serve che mi accudiate, – rispose testarda la donna. — Lasciatemi qui. Ma Alessio sapeva che la madre non ce l’avrebbe fatta. Era stato un ictus. Svetlana Petrovna era sempre stata cagionevole. Si ricordava bene di quando aveva dovuto prendersi un lungo periodo di ferie per assisterla dopo la rottura di una gamba. Anche allora la madre faceva la forte, ma all’inizio non riusciva nemmeno a camminare senza di lui. Da poco Alessio aveva iniziato a guadagnare bene e aveva progettato di ristrutturare la vecchia casa per far vivere meglio la madre. Ma proprio allora era arrivato l’ictus. E il progetto non aveva più senso: doveva portare la madre in città. — Marina raccoglierà le tue cose, – disse Alessio accennando alla moglie. – Dille se ti serve qualcosa. Svetlana Petrovna rimase in silenzio, continuando a fissare la finestra mentre la leggera brezza autunnale faceva volare via le foglie dorate dei vecchi alberi che aveva visto per tutta la vita. La sua mano buona stringeva forte quella paralizzata. Marina riordinava l’armadio, chiedendo di continuo alla suocera cosa portare e cosa no. Ma la donna guardava solo fuori, come se i suoi pensieri fossero altrove — lontani da nuore, vecchie vestaglie e occhiali rotti. …Svetlana Petrovna era nata e aveva vissuto per sessantotto anni in quel piccolo paese ormai quasi disabitato. Aveva fatto la sarta per tutta la vita: prima nella sartoria locale, poi da casa, quando la sartoria aveva chiuso. Con meno lavoro, si era dedicata a orto e casa, mettendo in queste tutto il suo cuore. Ora non riusciva ad immaginare di lasciare la sua casa per trasferirsi in una grande e sconosciuta città. … — Ale, non mangia nulla di nuovo, – sospirò Marina entrando in cucina e posando stanca il piatto sul tavolo. – Non ce la faccio più. Sono esausta… Alessio la guardò, poi osservò il piatto intatto e scosse la testa. Con un sospiro andò dalla madre. Svetlana Petrovna era seduta sul divano a fissare fuori. Sembrava non battere nemmeno le palpebre. Gli occhi grigi e spenti guardavano lontano. La mano buona stringeva la paralizzata nel tentativo di ridarle vita. La stanza era piena di attrezzi per la riabilitazione e farmaci, ma la madre li usava solo se costretta. — Mamma? Nessuna reazione. — Mamma? — Figlio mio… – mormorò lei piano e indecisa. Dopo l’ictus parlava a fatica; anche se adesso era migliorata, si capiva ancora poco. — Perché di nuovo non hai mangiato? Marina si è impegnata. Da giorni non metti niente sotto i denti. — Non voglio, Ale, – rispose sottovoce la madre, girandosi lentamente verso il figlio. – Non voglio. Non costringetemi. — Mamma… allora che vuoi? Dimmelo… Alessio le si sedette accanto e lei gli prese la mano. — Sai cosa voglio, Ale. Voglio tornare a casa mia. Ho paura di non rivederla più. Alessio sospirò scotendo la testa. — Lo sai anche tu, adesso lavoro ogni giorno, e Marina corre dai medici. Fuori c’è l’inverno, andare in campagna… Aspettiamo almeno la primavera, dai. Lei annuì, Alessio sorrise ed uscì. — Purché non sia troppo tardi, figlio mio… Purché non sia troppo tardi. … — Mi dispiace, la PMA non ha funzionato nuovamente, – disse la dottoressa togliendosi gli occhiali e rivolgendo lo sguardo a Marina. Marina sbiancò, coprendosi il volto con le mani: — Perché? A tutti gli altri riesce! Dopo il primo tentativo mi avevate detto che è normale fallire, che solo il 40% resta incinta subito. Ma questa è la terza volta, e ancora niente! Perché? Alessio restava in silenzio, stringendo la mano della moglie. Era in ansia: dall’altro lato della clinica, la mamma era alla fisioterapia e presto sarebbe stato il momento di andarla a prendere. — Guardi, – iniziò piano la dottoressa, – capisco che questa gravidanza per voi sia un sogno, ma così vi stressate troppo. Il vostro fisico non riesce… — Certo che sono stressata! Devo lavorare da casa per pagare un ciclo di PMA carissimo! Fare terapie, ingoiare pastiglie che mi uccidono, occuparmi della suocera e sopportare i suoi capricci: non mangia, le medicine non le vuole! Sì! Voglio un figlio, magari così mio marito avrà occhi pure per me, non solo per lei! Marina si bloccò, capendo di aver esagerato. Prese la borsa e uscì, sbattendo la porta. — Scusi, – sussurrò Alessio. — Non si preoccupi, – replicò la dottoressa. – Ho visto reazioni anche peggiori. È normale. Alessio la seguì fuori. Marina era seduta sui divanetti della sala, piangeva disperata con la faccia tra le mani. Alzò gli occhi rossi e gonfi verso il marito, singhiozzando. — Scusami… scusami… non volevo dir nulla di male su tua madre. Solo che sono stanca. Non ce la faccio a vedere una persona morire davanti a me. A vedere sempre una linea sola sul test e gettare soldi in queste procedure. Non ce la faccio più… — Se potessi farei di tutto per aiutare entrambe, ma non mi è possibile… — Lo so, – rispose Marina con un sorriso tra le lacrime. – E lo capisco. Rimasero in silenzio, mano nella mano; poi Marina si aggiustò la camicia e abbozzò un sorriso. — Andiamo. Tua madre sarà libera. Non sopporta stare in ospedale, poi si intristisce. … — Sua mamma non migliora quasi per niente, – disse piano il medico in occhiali tondi, portando Alessio in disparte perché la signora non sentisse. Marina era rimasta con lei. – Quando siete venuti la prima volta avevo speranze: niente vizi, nessuna malattia cronica… aveva le carte in regola per riprendersi dopo un colpo simile. — Ma… non succede niente. Lo vedo anch’io. — Credo che non abbia più volontà di vivere. Si è spenta. Non ha più scintilla negli occhi… Alessio annuì, rassegnato. Svetlana Petrovna era dimagrita di quindici chili, non si riconosceva più. Era sempre lì, seduta a guardare fuori. Non leggeva, niente TV, non parlava con nessuno. Solo la finestra. — Dopo un ictus possono esserci disturbi del comportamento per lesione di certe zone cerebrali, – aggiunse il medico. – Ma su vostra madre non mi aspettavo tutto questo. — Penso che sia per altro, – rispose sommesso Alessio. … — Ale, – disse Marina al telefono, – puoi cancellare quel viaggio? La mamma sta proprio male. Ho paura che non arrivi in tempo… Le pesava doverlo dire. Sapeva quanto la madre fosse importante per lui. Anche lei, a malincuore, assisteva al lento spegnersi della suocera, quasi immobile sul divano. Prima guardava fuori, ascoltava dischi di musica classica che avevano portato dal paesino – erano del marito, musicista. Ora Svetlana Petrovna fissava il vuoto, parlava pochissimo. Non toccava cibo da giorni. Solo latte. Che pure le aveva detto di non avere più lo stesso sapore “come quello di una volta”. Ma adesso lo beveva… Alessio arrivò quella sera stessa e passò la notte al capezzale della mamma. — Tu sai cosa voglio. Me l’hai promesso. Alessio annuì. Sì, gliel’aveva promesso. Il giorno dopo andarono in paese. La madre rifiutò il dottore. — Non voglio l’ospedale. Portami a casa mia. Era marzo, la strada non era ancora dissestata, riuscirono ad arrivare proprio davanti alla casa. Alessio aiutò la madre a sedersi sulla carrozzina. C’era già aria di disgelo, la neve si scioglieva lasciando la terra nuda. Gli alberi si piegavano al vento leggero, il sole scaldava. Svetlana Petrovna rimase per ore in giardino, finalmente sorridente. Respirava profondamente, piangeva guardando il cielo e sorridendo… Era tornata a casa. Guardava la sua vecchia casa, il sole caldo, ascoltava i rumori della natura, sentiva il fresco della neve che se ne andava… La sera mangiò qualcosa e rimase ancora un po’ in cortile. Il sorriso non la lasciava. La notte se ne andò. Se ne andò col sorriso. Se ne andò felice… Alessio e Marina si presero del tempo per il funerale e sistemare le cose in casa: pulire, decidere cosa fare della proprietà. In fondo ad Alessio bastava solo godersi l’aria del paese, non ci restava da anni per più di due giorni. …Prima di partire, Marina si sentì male. Andò in bagno e vomitò. Quando tornò, aveva gli occhi spalancati e in mano un test di gravidanza. Li portava sempre ma mai un risultato. Ora invece c’erano due righe. Due! — È stata lei… tua mamma… È stata Svetlana Petrovna ad aiutarci, – disse Marina tra le lacrime e l’incredulità. Alessio alzò gli occhi alle nuvole e abbracciando forte la moglie, annuì. Era un regalo della mamma. L’ultimo, il più prezioso…