Aiuto! Qualcuno, vi prego! Aiutatemi!
Il grido squarciò il silenzio prima dellalba, attraversando i doppi vetri e svegliando Martina di colpo dal sonno profondo. Si sedette di scatto sul letto, ancora confusa, ma già consapevole che non si trattava di una festa rumorosa sotto casa né di una lite tra vicini. Così si urla solo quando la paura è vera.
Vi prego, aiuto! Qualcuno mi aiuti!
Martina gettò via le coperte e corse scalza alla finestra. Il gelo di dicembre la punse quando spalancò il battente. Laria fredda invase la stanza, portando con sé altri urli, ora più chiari e disperati. Il cortile era immerso nella luce arancione dei lampioni. Martina strizzò gli occhi per individuare la fonte del rumore e finalmente la vide: la scala antincendio del palazzo accanto. Una figura esile, con un giubbotto chiaro, penzolava dalle sbarre arrugginite. Sotto di lei…
Un cane. Grande, magro, con le costole in evidenza. Girava nervoso sotto la scala, abbaiando rauco e saltando, cercando di mordere le gambe che penzolavano a pochi centimetri. La ragazza cercava di sollevarsi, ma le braccia non reggevano più.
Portatelo via! Vi prego! Non ce la faccio più!
Martina guardò i balconi vicini. Tre, quattro, cinque rettangoli luminosi di cellulari. La gente stava lì a filmare. Filmavano la ragazza terrorizzata che stava per cedere e cadere verso le fauci del cane. Un uomo al terzo piano si abbassò per trovare langolazione migliore.
Ma non vi vergognate?! urlò Martina nel buio. Chiamate almeno i carabinieri!
Nessuna risposta. Un cellulare si girò verso di lei, come se fosse un nuovo soggetto interessante.
Martina si staccò dalla finestra, afferrando il telefono sul comodino. Le dita tremavano, ma riuscì a comporre il numero giusto.
Pronto, carabinieri.
Un cane sta attaccando una ragazza! Nel cortile tra i civici quattordici e sedici di via del Fiume! Sta appesa alla scala antincendio, non resisterà ancora a lungo!
Non aspettò domande. Lanciò il telefono sul letto e corse allingresso. Il piumino sopra la camicia da notte non cera tempo per chiudere i bottoni. Le ciabatte con i coniglietti, regalo di mamma per Natale, infilate di fretta. In tasca trovò lo spray al peperoncino grazie alla paranoia dopo quellepisodio in metropolitana.
Martina spalancò la porta e scese le scale saltando i gradini.
La porta del portone sbatté contro il muro. Laria gelida le bruciò i polmoni, la neve bagnò subito le ciabatte, ma Martina correva già nel cortile cercando qualcosa di pesante. Ecco, un sasso grande come un pugno, staccato dal vecchio marciapiede. Il cane la sentì prima di vederla. Si girò, mostrando i denti gialli e ringhiando cupo.
Ehi! Ehi, bestia! Guarda qui!
Martina urlò con una voce che non pensava di avere. Qualcosa di primitivo, gutturale. Tirò indietro il braccio e lanciò il sasso non contro il cane, ma abbastanza vicino. Il sasso colpì lasfalto davanti alle zampe e rimbalzò contro il muro.
Il cane si ritrasse. Il suo abbaio si trasformò in un guaito confuso. Martina batté il piede, puntò lo spray e urlò di nuovo solo rumore, solo minaccia, solo sono più grande e pericolosa.
Bastò. Il cane si voltò e trotterellò via, guardandosi indietro, ma senza più aggressività. Sparì dietro i garage, e il suo abbaio si affievolì in lontananza.
Resisti! Sto arrivando!
Martina corse verso la scala, ma non fece in tempo. La ragazza mollò la presa e cadde per fortuna mancava solo un metro e mezzo. Atterrò di lato, si rannicchiò e scoppiò a piangere. Forte, senza freni, come fanno i bambini quando non ce la fanno più.
Tranquilla, tranquilla, è finita…
Martina si inginocchiò accanto a lei, direttamente sulla neve. Il freddo le attraversò subito la camicia da notte, ma non importava. La ragazza giovanissima, ventanni o poco più. I capelli chiari uscivano dal cappuccio e si incollavano alle guance bagnate di lacrime.
Riesci ad alzarti? Appoggiati a me.
La ragazza si aggrappò al piumino e Martina la aiutò a sollevarsi. Le mani erano graffiate, il giubbotto strappato sul gomito. Ma era salva. Viva. Martina guardò i balconi. I cellulari erano spariti. Le finestre si spegnevano una dopo laltra, come se nulla fosse successo. Come se non ci fossero stati urla, paura, una persona in pericolo. Lo spettacolo era finito, il contenuto registrato, si poteva tornare a dormire.
Vieni da me. Abito qui accanto, nel portone vicino.
La ragazza annuì, continuando a singhiozzare. Arrivarono alla porta. Martina quasi la sorreggeva, le gambe della ragazza cedevano a ogni passo.
Dentro il portone cera caldo. La ragazza si appoggiò al muro, chiuse gli occhi e scivolò lentamente verso il basso. Martina riuscì appena a sostenerla.
Ehi, non svenire! Quarto piano, resisti ancora un po.
Mi chiamo Giulia, disse la ragazza, piano, tra i denti che battevano. Giulia.
Martina. Ecco, ora ci conosciamo. Dai, Giulia, il tè caldo ti aspetta.
Salirono piano, fermandosi a ogni pianerottolo. Martina teneva Giulia per la vita e sentiva che il tremore si attenuava. Forse si stava scaldando, forse ladrenalina calava.
La casa le accolse nel disordine letto sfatto, telefono sulla federa, luce accesa in corridoio. Martina fece sedere Giulia in cucina, su uno sgabello vecchio, e corse ai fornelli.
Il bollitore è quasi pronto. Ho del miele, lo vuoi nel tè? E metto anche lo zucchero, ti serve energia.
Giulia annuì. Martina notò che la ragazza fissava le sue mani graffiate, sporche. Le dita tremavano.
Ora sistemiamo. Ho una buona cassetta del pronto soccorso, disinfettante e cerotti. Nulla di grave, solo graffi superficiali.
Il bollitore fischiò. Martina preparò il tè forte, quasi nero, tre cucchiai di zucchero e una generosa dose di miele. Mise la tazza davanti a Giulia e cercò la cassetta nel mobile.
Il disinfettante frizzava sulle ferite, Giulia si contorceva ma sopportava. Martina lavorava con cura, tamponando ogni graffio, osservando la giovane ospite. Davvero giovane. Il viso delicato, anche ora gonfio di pianto e con il trucco sciolto. Orecchini a bottone alle orecchie.
Come sei finita lì? Sulla scala?
Giulia sorseggiò il tè, scottandosi senza accorgersene.
Tornavo dal lavoro. Di solito va tutto bene, il quartiere è tranquillo… Il cane è sbucato dai garage. Allinizio non ci ho fatto caso, pensavo fosse solo un cane. Ma mi ha seguito. Prima camminava, poi ha iniziato a correre e ringhiare. Ho provato a entrare nel portone il citofono non si apriva, ho sbagliato il codice per la paura. Era già vicinissimo. La scala è stata la prima cosa che ho visto…
Giulia si zittì, stringendo la tazza con entrambe le mani.
Ho urlato per venti minuti, forse di più. Non so. Prima mi facevano male le braccia, poi non le sentivo più. Pensavo di cadere. E quelli… quelli filmavano soltanto.
Martina si sedette di fronte. Giulia improvvisamente sbuffò quasi divertita.
Sei stata incredibile. Pensavo fosse finita, che nessuno sarebbe venuto. Tu invece… non so. Come nei film.
Con le ciabatte coi coniglietti. Proprio eroica, immagino.
Risero entrambe. Nervosamente, con le lacrime agli occhi, ma risero.
Senti, Martina cercò una penna e un foglietto. Questo è il mio numero. Se ti serve, chiamami. Non si sa mai. Magari i carabinieri vorranno la tua testimonianza, o si scopre qualcosa sul cane. O semplicemente… se ti senti male dopo. Succede, ho letto.
Giulia prese il foglio con cura, come fosse prezioso.
Grazie. Davvero, grazie. Non so come dirlo.
Ma dai, Martina fece un gesto. Chiunque avrebbe fatto lo stesso.
No. Non chiunque. Cerano dieci persone, nessuno ha mosso un dito. Solo video.
Rimasero in silenzio.
Sai cosa ho pensato mentre ero lì? Giulia parlò piano, fissando la tazza vuota. Ho pensato che se ne uscivo viva, non sarei mai stata così. Mai passare oltre se qualcuno sta male. Mai filmare invece di aiutare.
Martina annuì.
È una buona idea. Tienila stretta.
Martina accompagnò Giulia fino a casa. Solo allora si rese conto di tutto. Le ciabatte erano ormai due pezzi di feltro bagnato. La camicia da notte sotto il piumino era una compressa di ghiaccio. Quasi mattina. Il lavoro alle nove.
Martina rientrò, salì in casa e si tolse subito i vestiti bagnati. Una doccia calda cinque minuti di paradiso. Pigiama asciutto. Calze di lana nuove.
Si sdraiò, ancora incredula per ciò che era successo. Chiuse gli occhi e si addormentò subito profondamente, senza sogni, come se fosse caduta in un abbraccio caldo. Nel sonno sorrise. Sapeva che quella giornata le avrebbe insegnato qualcosa: nella vita, il vero valore si trova nellaiutare gli altri, non nel restare spettatori.






