Ciao, senti un po la storia
Mi trovavo lì, piccolo e bagnato, tremolante. Mi guardava in silenzio, quasi a pregare. Lho raccolto, una palla di pelo sporca e calda. Non si è opposta, si è solo accoccolata. Stavo tornando dal lavoro, passavo davanti al negozio in Via Roma, e lo ho visto sdraiato lì, come se mi stesse aspettando. Solo per qualche giorno, ho sussurrato a Giulia, la mamma ci scoppierà i denti se lo scopre. Lo nascondiamo in cantina, è più caldo lì.
La suocera, Carla, è fredda come la rugiada del mattino. Tutto è a posto: cena alle sei, pulizie alle sette. Nessuna emozione permessa. Vive con noi, e io sono quasi a cinquanta. È il secondo matrimonio, senza illusioni, ma con la speranza di serenità e vicinanza. Giulia è dolce, luminosa. Sua madre è un vero muro.
Ho preparato per il cane un angolino: una coperta, una bottiglia dacqua calda, una ciotola. Mangia dalla mia mano, cerca un tocco, una voce, calore. Con Giulia lo guardavamo di soppiatto, ridevamo come bambini. Era bellissimo.
Finché la suocera non ha aperto la porta.
Che zoo è questo?!
Ha rimasto lì, impassibile.
Qui non è un rifugio. Tiratelo fuori! Niente cani! ha detto, senza neanche guardarmi.
Sono uscito. Pensavo che avremmo potuto parlare, che magari si sarebbe calmata. Ma quando sono tornato, era sparito.
Dove è?
Lho portato al cassonetto. Da dove lhai preso?
Senza dire una parola, sono salito in macchina e ho cercato per ore. Lho trovato sotto una cassa vicino al mercato. Tremava, mi ha visto, mi ha riconosciuto. Un balzo, un salto e già era tra le mie braccia. Invece di portarlo a casa, siamo andati alla villa. Quella notte labbiamo passata insieme: io sul letto pieghevole, lui ai miei piedi, il musetto sul mio scarpa. Dormiva come se avesse paura di svegliarsi.
Da quel giorno, ogni weekend piantavamo alberi, gli costruivamo una casetta. Cresceva, ci guardava negli occhi, aspettava.
Poi la signora Lucia si è ammalata. I medici hanno detto: aria, tranquillità. Lho portata in villa. Il cane è uscito piano, si è avvicinato, si è seduto ai suoi piedi.
Chi è?
Ti ricordi il nostro cucciolo? È lui.
Mi ricorderà ancora? ha chiesto lei, accarezzandolo goffamente, ma senza tirarsi indietro. Da quel momento, erano inseparabili: lei sulla poltrona, lui ai suoi piedi, a ascoltare. E lei a parlare.
Ora, quando vengo, li trovo sempre sulla veranda. Lui poggia la testa sul suo grembo, lei lo accarezza e sorride. È allora che ho capito: la signora Lucia non temeva il cane, temeva lasciare in casa qualcosa che potesse sciogliere il ghiaccio nel suo cuore.
E lui è rimasto.
Dimmi, credi sia possibile perdonare qualcuno che non ha mai dato una possibilità, ma che poi ha bisogno proprio di te?







