L’Abbandonato

Lui dormiva. E Ginevra, sollevando la testa, lo osservava con gli occhi pieni di desiderio.
Giuliò, sussurrava, la voce tremante di tenerezza.
Era lo stesso rituale ogni volta che si incontravano.

Poi lui si alzava, si vestiva in fretta, si spruzzava acqua fredda sul volto, lo baciava e usciva. Ginevra rimaneva sola nella stanza, ricordando che a breve sarebbe arrivata Vera, con cui avrebbero preso il tè, e che Ginevra, felice, avrebbe raccontato quanto fosse stata fortunata a incontrare Giuliò. Una ragazza di campagna, sfuggita ai monotoni ritmi della fattoria, aveva avuto una fortuna davvero straordinaria.

Hai detto tutto ai genitori? chiese Vera, sedute al minuscolo tavolo della stanza del dormitorio.
No, rispose spensierata Ginevra, e neanche a Giuliò ho detto nulla. Tu lo sai, mia madre ha sempre problemi di voce, fin da piccola.

Passarono altri tre mesi di pura felicità. E tutto ciò che Ginevra celava emerse alla luce.

Giuliò, il bel giovane dagli occhi grigi, fissava il finestrino, assorto. La gravidanza di Ginevra non lo rallegra. Pensava al matrimonio, a Tiziana, una donna bella e dignitosa, dal carattere calmo. Il bambino
Tutto sembrava risolvibile, ma la famiglia di Giuliò era modesta, e la madre aveva difficoltà vocali, quasi muta. Giuliò non capiva bene, ma temeva che il figlio potesse ereditare quel difetto. Inoltre, la madre di Giuliò voleva sapere chi fossero i genitori di Tiziana.

Immaginava lo sguardo severo della madre, il disappunto del padre, le parole sulla storia genetica che avrebbero pronunciato al sapere dei problemi di salute nella famiglia di Tiziana.

Dobbiamo riflettere, disse evasivo Giuliò.
Giuliò, lo facciamo già qui, su questo letto, ormai da sei mesi. I medici dicono che il tempo stringe, devo partorire presto, replicò Ginevra, con voce rotta.
Non importa quello che dicono, non è la sua vita devo parlare a casa. Aspetta, tornerò presto. promise lui.

Ma Giuliò non tornò. Aveva promesso di ricomparire una settimana dopo. Ginevra provò a chiedere al reparto costruzioni, ma le dissero che Giuliò Costanzo era stato licenziato.

Tiziana, sconvolta, riuscì a chiedere solo: «Come hanno potuto licenziarlo senza preavviso?».
Lispettore del personale, scrollando le spalle, rispose: Lhanno chiesto.

***

Tiziana portò il neonato quando non aveva ancora compiuto un anno. Lo registrò a nome del padre, Niccolò Porfiro Corazzini. Giuliò scomparve, come nebbia sopra il Tevere.

Triste, piangeva, poi si calmava. Fuori, la vita continuava a turbinare, ma Tiziana, giovane e bella, amava ancora vivere.
Ecco, il piccolo è qui, disse, aprendo il pacchetto.

Luomo, dalla voce roca, scoppiò in lacrime, come se avesse sentito il suo addio.
Dove lo porto io da sola? chiese, guardando i genitori con rimorso.

Niccolò, accarezzando la barba corta, osservava il nipote. Sua moglie, madre di Tiziana, lo guardò e le mani si mossero istintivamente verso il bambino.

Il nome della bambina era Augusta, soprannominata Guta. Da piccola aveva difficoltà a parlare, balbettava parole incomprensibili, poi, crescendo, divenne timida, parlava a malapena, allungando i suoni. Ma era una bellezza rara, soprattutto nei primi anni.

Niccolò Corazzini non si era mai sposato, forse per il suo aspetto trasandato e la timidezza. Quando incontrò Augusta, rimase incantato. Chiese la mano dei genitori, e da allora le loro anime furono legate.

Lui la capiva con lo sguardo; lei capiva lui. Quando Niccolò si mise a sistemare la casa, Augusta lo guardava e lui, senza parole, pensava: «È ora di cena?».

Amavano la loro unica figlia, forse perché non avevano altri figli. Decisero di tenere il bambino in campagna senza rimproveri.

Se è necessario, lo faremo, disse Niccolò con un sorriso. Tu cosa ne pensi, cara? chiese a Guta.

Lei annuì, pronunciando ogni parola con impegno, già con il nipote tra le braccia.

Tornerò, ma i soldi arriveranno con ogni paga, promise Tiziana, inviando denaro ogni mese. Veniva qualche volta, poi scomparve, dicendo che era al cantiere della cooperativa.

Guta ascoltava attentamente quando Niccolò leggeva le lettere, mentre accanto girava il piccolo Sandro, che aveva appena compiuto un anno e sei mesi.

Le fredde sere dinverno Niccolò riparava gli stivali di feltro, cucendo suole con abilità. Il nipote adorava quei momenti, osservando il nonno intesse la pelle dei tacchi.

Quando la nonna Mandò il bambino a letto, le sue mani sfioravano il piccolo come un filo invisibile di amore silenzioso.

Crescendo, Sandro si legò sempre più a nonno e nonna. Non conosceva molto della madre, così chiamava Niccolò papà e Guta mamma.

Un giorno, nella casa di campagna, Niccolò mostrò una foto di Tiziana, dicendo: «Ecco tua madre». Sandro osservò la donna bella, poi guardò Guta, accarezzandola con il naso, temendo di perderla.

Portarono Sandro alla scuola con una piccola parata. Guta sorrideva lungo il cammino, accarezzando la testa del piccolo, mentre Niccolò mostrava unespressione solenne.

Ehi, il porcellino è stato portato a scuola? scherzò il vicino Pietro Vasili, con una punta di sarcasmo. Lo chiamava porcellino. Alcuni in paese chiamavano il bambino porcellino perché era stato affidato a nonno e nonna.

Ignora quello, Sandro, disse Niccolò, lui sparge parole.
E io lo ignoro! ribatté il biondo Sandro, fiero.

Sandro andava bene a scuola. Niccolò lo aiutava con i compiti, ma Guta non poteva spiegare a causa del suo problema di linguaggio. Tuttavia rimaneva accanto, a fare la lana, osservando il nipote. Sembrava quasi la madre che avesse dato alla luce quel bambino.

Un anno dopo, quando Sandro passò alla seconda classe, un uomo estraneo bussò alla porta.

Sono il dottor Yuri Bianchi, tuo padre, annunciò.

Sandro guardò il nuovo uomo, poi si chiuse nella stanza quando capì che era suo padre.

Signori, dobbiamo pensare al bene del bambino, disse luomo, mostrando documenti. Noi viviamo in città, possiamo offrirgli una scuola migliore, attività…

Niccolò cercò di difendersi: Facciamo anche noi il possibile qui.

Guta scosse la testa, gli occhi pieni di paura. Non lo darò via, mormorò, quasi incapace di parlare.

Ho tutti i permessi, la legge è dalla mia parte, rispose il dottor Bianchi con calma. La madre non ha curato il figlio.

I Corazzini, disperati, cercarono di opporsi, ma Bianchi, con i documenti in mano, arrivò con la moglie Sofia.

Sandro, vedendo i due adulti, alzò la voce: Non vado! Voglio stare con mamma e papà!

Vedi, figlio, è meglio così, disse Bianchi, prendendo la mano al ragazzo.

Sofia, snella e gentile, cercò di avvicinarsi: Ti troveremo felice qui, tornerai a casa quando vorrai.

Guta piangeva senza far rumore, nascondendo le lacrime.

Andiamo, bus in arrivo, annunciò Bianchi, afferrando Sandro per il braccio.

Niccolò e Guta li seguirono, mentre il vicino Pietro osservava dalla porta.

Non fate scenate, disse Bianchi sottovoce, altrimenti vi toccherà la legge.

Sul bus, Bianchi sussurrò a Sofia: Lidea del rifugio è stata buona, lo farò credere che sia temporanea.

Non so cosa succederà, rispose Sofia, lui non ci vede davvero.

È mio figlio, insistette Bianchi, siamo quasi uguali.

Il bus scomparve dietro langolo; Guta, disperata, si lasciò cadere a terra, urlando come una bestia ferita. Niccolò cercò di consolarla ma la donna, in preda al pianto, perse il fazzoletto, i capelli castani con qualche fiocco dargento si scompigliarono, il volto si contorse per il dolore interiore.

Il vicino Pietro e sua moglie Claudia accorsero al rumore.

Che cosa sta succedendo? implorò Claudia, piena di sgomento.

Sembrava che anche Niccolò, in pochi minuti, fosse invecchiato.

Finalmente, dopo aver calmato Guta, i quattro si sedettero sulla panchina. Solo i singhiozzi di Guta rompevano il silenzio.

Il rumore di un motore si avvicinò: un UAZ della polizia.

Uscì lagente, poi Bianchi e Sofia.

Dovè? Dove lhanno nascosto? urlò Bianchi.

I Corazzini, spaventati, non capivano.

Il ragazzo è scappato alla prima fermata, disse Sofia.

Guta, senza parlare, afferrò la camicia di Bianchi e lo scosse.

Siete selvaggi, replicò Bianchi, respingendola. Non capite nulla.

Un motorino si avvicinò, e dal sedile saltò Sandro.

Il trattore delluomo del villaggio, Fabio Samoli, commentò: Porta il passeggero, altrimenti dovrei attraversare il bosco da solo.

Tutti rimasero in silenzio, osservando il bambino. Sandro corse verso la casa, si lanciò tra le braccia di Guta, la abbracciò stretta.

Lei lo accarezzò la testa, poi si inginocchiò, baciandogli i capelli chiari, il viso, le orecchie.

Bianchi si avvicinò, ma Pietro lo fermò con una forca da vanga, bloccandogli il passo.

Niccolò chiese a Pietro di rimuovere lostacolo; il vicino esitò, poi obbedì.

Un silenzio teso avvolse la scena; il cane dei Corazzini smise di abbaiare, la catena tirata, gli uccellini tacquero, anche il corvo osservava dallalto.

Sandro guardò Guta, poi Bianchi, gli occhi che sembravano specchi di lui.

Bianchi notò le mani di Guta, bianche per la tensione.

Va bene, sospirò infine. Andiamo.

Prese la mano di Sofia e si diresse verso la fermata.

Lagente tolse il cappello, asciugò il sudore con un fazzoletto, come se si fosse appena liberato da un peso.

Che perdita, Giuliò, disse Sofia mentre si allontanavano, sembra un cucciolo che ci osserva.

Troppo tardi, rispose Bianchi con rammarico, dovevamo agire prima.

Il cane dei Corazzini tornò a guaire, i passeri frinsero di nuovo, il corvo gracchiò. Pietro rimosse la forca, guardando lagente con diffidenza. Lagente salì sul suo UAZ e partì.

***

Sette anni trascorsero.

Il quindicenne Sandro correva in bicicletta per i campi, pescava con Niccolò, aiutava Guta e studiava bene a scuola.

Stai pigro con i compiti, sbuffava Niccolò, sistemando lo stivale rotto di Claudia, la vicina.

Papà, ho capito tutto, rispondeva Sandro con vigore.

Lo senti, papà, borbottava Niccolò, nascondendo un sorriso nella barba grigia.

Lùbìbì, cantava Guta, orgogliosa del nipote.

Tiziana, madre di Sandro, tornò in paese quellestate, la prima volta dopo tanti anni. Era allegra, un po sovrappeso, ma ancora bellissima. Il marito, Paolo, basso e paffuto, con occhi gentili, parlava senza sosta. Non era un bel viso, ma il suo cuore era doro. Due ragazzi paffuti, otto anni, erano i loro gemelli, identici, quasi indiscernibili.

Guardavano nonno e nonna, avvicinandosi poi ai genitori.

Ecco, anche loro sono i vostri nipoti, disse Tiziana, indicando i bambini.

I due piccoli, come due cuccioli coccolati, osservavano lambiente semplice.

Ciao, figliolo! voleva Ginevra abbracciare il figlio più grande, ma lui si irrigidì, come se temesse un inganno. Scusa per il ritardo, i bambini Pietro e Sergio erano piccoli e viviamo lontano, ma mandiamo i soldi, ecco il pacco, indicò il marito, ogni mese con le mie mani.

Non importa, limportante è che tu sia una brava persona, rispose Paolo, lodando Sandro.

Passarono la serata attorno al tavolo, parlando a lungo. Paolo si rivelò un uomo socievole, conquistando subito Tiziana. Portò i due bambini fuori, raccontando di come aveva riparato la sua bicicletta e di come il suo amico aveva un motorino.

Mamma, papà, devo dirvi qualcosa, iniziò Tiziana il giorno dopo, al mattino, grazie per Sandro Io e Paolo stiamo bene, possiamo accudire Sandro, anche se non ne ho parlato subito prenderemo Sandro, tutta la famiglia sarà unita.

Nessuno più era presente, e Niccolò, forse per la prima volta, alzò la voce contro la figlia.

Famiglia, dici? E noi chi? Gli occhi di un cane?

Non è così, papà, voglio solo il meglio, rispose Guta, sorridendo, mentre teneva il nipote tra le braccia.

Se Sandro vuole andare con voi, non gli impedirò. E convinceròNiccolò, con lo sguardo ancora colmo di speranza, osservò Sandro allontanarsi verso la sua nuova vita, sapendo che il futuro avrebbe intrecciato i destini di entrambe le famiglie in un unico, indissolubile legame.

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