Con questo non ci vai, disse Vittorio, senza neanche voltarsi. Era davanti allo specchio nellingresso a sistemarsi la cravattablu scuro, seta, comprata il mese scorso per una somma che Annarita aveva scoperto per caso cercando lo scontrino del frigorifero. Parlo sul serio.
Vittorio, è il decennale della tua azienda. Dieci anni. Sono tua moglie.
Appunto. Si girò finalmente verso di lei, e nel suo sguardo cera qualcosa che le strinse lo stomaco. Nulla di tenero. Solo una specie di riconoscimento amaro. Quello sguardo laveva già visto, tanto tempo prima. Solo che non gli aveva mai dato un nome. Sei mia moglie. Per questo ti prego di restare a casa.
E perché?
Sospirò. Lentissimo, con quella teatralità tutta italiana che voleva dire: Fai domande sciocche e devo pure perdere tempo a risponderti.
Anna, ci saranno ospiti importanti. Gente seria. E forse anche i giornalisti.
E allora?
Tu Tacque cercando la parola. Poi la trovò. Sei una zia. Hai presente? Proprio una classica zia. Con quel tuo vestitino blu coi bottoni. Le signore che verranno… sono tutta un’altra musica.
Annarita rimase sulla soglia della cucina. In mano aveva lo strofinaccio con cui si era appena asciugata le mani. Era vecchio, con il disegno dei limoni ormai sbiadito. Guardava il marito e si chiedeva in quale preciso momento fosse diventata la normalità. Da quando certi discorsi non le sembravano più discutibili.
Vieni con Eleonora, vero?
Lui rimase imperturbabile. Era quella freddezza la cosa peggiore. Niente rabbia, niente confusione. Solo uno sguardo fisso.
Eleonora è la mia assistente. Lei organizza tutto.
Vittorio.
Anna, non ricominciare.
Era una domanda.
Non era solo una domanda. Prese la giacca dalla gruccia, la scosse con eleganza meticolosa. Stai insinuando, come sempre. Mi sono stancato di questi tuoi sottintesi.
Annarita appoggiò lo strofinaccio sul bracciolo della poltrona, piano. Le tremavano un po le dita e cercava di non farlo notare.
Va bene, disse. Va bene, Vittorio.
Brava. Tornò davanti allo specchio, compiaciuto. I figli sono a casa?
Chiara è dalla sua amica. Matteo è alluniversità, torna verso le otto.
Digli di non fare rumore quando arrivo. Farò tardi.
La porta si chiuse. Annarita restò nellingresso, immersa nel profumo di un dopobarba una volta familiare, ora solo caro e distante.
Andò in cucina. Mise il bollitore sul fuoco. Osservava il vapore alzarsi e pensava che, ventitré anni fa, aveva sposato un uomo che la guardava in modo completamente diverso. Allepoca adorava la sua risata; diceva che rideva come una campanella. Lei arrossiva sempre.
Lacqua bollì. Annarita versò lacqua nel mug, infilò la bustina di tè e la guardò sprofondare, spargendo volute scure.
Zia. Laveva chiamata zia.
Aveva cinquantadue anni. Non cento. Non ottanta. Cinquantadue, e oggettivamente se la cavava ancora bene. Non era una modella, ma nemmeno quel che lui aveva voluto far passare con una sola parola. Portava ancora bene i capelli castani, quasi senza fili bianchi, e solo perché ci faceva attenzione. E le sue mani sapevano tutto: impastare una crostata, rammendare una tenda, calmare un bambino alle tre di notte e persino risolvere le fatture di Solido quando Vittorio, allinizio, si era incartato con i numeri.
Chi lo aiutava allora? Chi passava le notti sulle sue ricevute?
Zia. Questa è bella.
Non pianse. Le lacrime erano lì, pronte, come pressione dietro allo sterno, ma non vennero. Forse perché non era la prima volta che sentiva quelle cose. La prima volta era stata tre anni fa: Potresti vestire meglio. Allora ci era rimasta male. Poi si era abituata. Infine aveva iniziato a crederci. Ora era lì sola in cucina, e il marito era alla festa della sua azienda senza di lei con Eleonora, ventotto anni, niente torte da forno o strofinacci sbiaditi, di certo niente ventitré anni di vita assieme.
Fuori il cielo scuriva, maggio profumava di glicine dai cortili. Annarita finì il tè, lavò la tazza e si avvicinò allarmadio.
In fondo, dietro il cappotto di lana, cera il vestito. Velluto color amarena, comprato in saldo tre anni prima alla Rinascente, provato solo una volta. Vittorio laveva visto: Dove credi di andare così? Troppo vistoso per la tua età. Volgare. Annarita lo aveva chiuso in un sacchetto, pensando di regalarlo a qualcuno. Non laveva mai fatto.
Ora lo prese, lo scosse. Il velluto era morbido, caldo, vivo sotto le dita. Lo accostò addosso e si guardò allo specchio.
No. Non era una zia.
Sentì le chiavi nella serratura. Matteo. Sentì le scarpe che volavano in giro, la giacca buttata sulla poltrona e poi lo vide entrare in cucina.
Mamma, cè qualcosa da mangiare?
Ci sono le polpette in frigo. Scaldale.
Ma cosa ci fai col vestito?
Annarita si voltò. Matteo la guardava dalla porta, alto, aveva gli zigomi del padre ma i suoi occhi, grigio-pervinca, un po stanchi. Il primo anno di università era tosto, lo si vedeva dal modo in cui camminava recentemente: un po gobbo, come se portasse un peso.
Lo sto provando, disse.
È bello. Prese la padella e la fece tintinnare. Dove devi andare?
Annarita esitò.
Non lo so. Forse da nessuna parte.
Matteo tornò col piatto, si sedette e la fissò attento. Ogni tanto aveva uno sguardo adulto, inquietante per la sua età.
Papà è alla festa?
Sì.
Da solo?
Non rispose subito. Appese il vestito allo schienale della sedia.
Matteo
Mamma, lo so. Lo disse piano, senza rabbia, solo a bassa voce. Anche Chiara lo sa. Lo sappiamo da tanto.
Ecco, le lacrime arrivarono davvero. Niente singhiozzi, solo un nodo in gola che la lasciò senza fiato guardando fuori dove il cielo ormai era nero.
Come, chiese infine.
In primavera li ho visti insieme, al bar in Via dei Mille. Lui non mi ha visto. Matteo mangiava senza alzare gli occhi. Allinizio pensavo fosse per lavoro. Ma no. Si capiva.
Non me lhai detto.
Tu che avresti fatto?
Bella domanda, pensò Annarita. Che avrebbe fatto? Avrebbe fatto finta di non sapere. Come aveva già fatto per tre anni, chiudendo un occhio su cose strane, autoconvincendosi che non erano come sembravano, che aveva troppa fantasia. La psicologia delle donne oltre i cinquanta meriterebbe un libro a parte.
Non lo so, ammise.
Neanchio. La fissò. Mamma. Stai bene in quel vestito. Sul serio.
Annarita guardò suo figlio. Lo stesso ragazzo a cui leggeva le favole ad alta voce, che aveva insegnato ad allacciarsi le scarpe, a cui metteva il panino nello zaino ogni mattina. Diciannove anni. Ormai adulto. Ormai troppo grande per nascondergli le cose.
Grazie, disse.
Dopo cena Annarita chiamò Chiara. Arrivò verso le dieci, con lo zaino rosa e lodore di un profumo sconosciuto ancora addosso.
Mamma, che ti succede? Chiara la radiografò come solo le quindicenni possono fare. Ti ha detto qualcosa papà?
Vieni qui, sediamoci, rispose Annarita. Dobbiamo parlare.
Sedettero in tre attorno al tavolo a bere tisana. Annarita raccontò. Non tutto, ma il necessario. Cosa aveva detto Vittorio. Del vestito. Di Eleonora. E a giudicare dalle facce dei figli, aveva intuito bene.
Chiara ascoltava mordicchiandosi il labbro inferiore. Lo faceva da piccola ogni volta che era ferita o tentava di non piangere.
Papà ti ha detto zia? chiese, scandalizzata.
Sì.
Ma Chiara scosse la testa, cercando la parola. È uningiustizia.
Uningiustizia, confermò Annarita.
Mamma, pensi di uscire? Da qualche parte?
Annarita guardò il vestito rosso ancora appeso alla sedia.
Non lo so, per ora.
Quella notte dormì male. Rimase nel suo lato del letto matrimoniale a pensare. Pensò a tutto quello che era stato. Ventitré anni di giovinezza dati alla casa, ai figli, a questuomo. Aveva lasciato il lavoro dopo la nascita di Matteo. Prima lavorava in una sartoria importante, in centro. Era una delle più brave. La responsabile, lInes, aveva sempre detto: Anna, tu hai stoffa. Poi Vittorio aveva detto: Perché devi lavorare? Ci penso io. E lei gli aveva creduto. Perché no. Allepoca davvero ci pensava lui. E lei pensava: ecco, questa è la vita giusta.
La vita giusta. Si voltò di lato fissando il soffitto buio.
A cosa serviva ora? Sapeva ancora cucire. Cucinare. Tenere in ordine la casa. Sparire tra le pareti. Questultima era diventata quasi una dote.
No. Non doveva più pensarla così. Sapeva cucire, e non era cosa da poco. Aveva mani, aveva testa, aveva ventanni desperienza, anche se spezzati, anche se senza busta paga regolare. Perché aveva continuato a cucire per sé, per i figli, per la signora Lucia del piano di sopra che le tue gonne valgono più delle boutique.
I pensieri giravano in tondo, tra sonno e veglia. Alle due e mezza sentì la porta: Vittorio era rientrato. Sentì lacqua del bagno, poi lo sentì sdraiarsi accanto senza dire nulla. Dopo poco russava piano.
Annarita rimase sdraiata ad occhi aperti a lungo.
La mattina dopo lui uscì presto, quasi senza fare colazione. Lanciò solo:
Questa settimana sono impegnato, non aspettarmi la sera.
Porta. Silenzio.
Annarita si fece un caffè e si mise alla finestra. Piovigginava, il glicine nel cortile era scuro, il fogliame lucido. Bevve il caffè pensando. Pensieri calmi, quasi freddi; e questo già di per sé era insolito. Forse il dolore, oltre un certo livello, diventa pietra e chiarezza.
La festa era venerdì. Era martedì.
Tre giorni.
Prese il telefono e scrisse a Teresa. Teresa Bianchi aveva fatto la contabile in azienda per tanti anni, poi era passata alla concorrenza, ma con Annarita era rimasto un rapporto da caffè ogni tanto. Teresa era una donna pratica e tosta, cinquantenne, che nella vita ha capito molto.
Te, ci vediamo oggi?
Risposta velocissima: Volentieri. Alle tre al Bar Centrale?
Annarita: Perfetto.
Sedettero nel bar a due isolati da casa. Teresa in giacca grigia e capelli corti ascoltava senza interrompere, sgranando le sopracciglia solo sulla parola zia.
Quindi te lha proprio detta, fece Teresa.
Proprio così.
E di Eleonora lo sai da tanto?
Da tempo. Matteo me lha confermato ieri.
Teresa girò la tazzina tra le mani.
Anna, ti devo dire qualcosa, ma non arrabbiarti.
Spara.
Lo sapevo. Teresa la fissò dritta negli occhi. Quando ero ancora alla Solido, avevo già visto qualcosa, due anni fa. Li ho beccati insieme. Mi sono chiesta se dirtelo. Non lho fatto. Ho pensato: saranno fatti loro. Ora capisco che è stato un errore. Scusami.
Annarita la guardò seria.
Va bene, Te. Adesso non conta più niente.
E ora che vuoi fare?
Annarita la fissò.
Voglio andare a quella festa.
Teresa la osservò a lungo. Poi annuì piano.
Con i figli?
Con i figli.
Sai che sarà… impegnativo?
Lo so.
Sai che lui si arrabbierà parecchio.
Lo so.
Teresa restò in silenzio.
Va bene. Dimmi: cosa ti serve?
Annarita abbozzò un sorriso. Il primo in due giorni.
Qualcuno che mi sistemi i capelli. Da sola faccio un disastro.
Giovedì sera Chiara era dietro la mamma davanti allo specchio, le pettinava i capelli con cura, quasi avesse in mano un tesoro fragile. I capelli di Annarita erano ancora belli, li aveva tinti giusto un po il giorno prima, per togliere la tristezza invernale.
Mamma, non hai paura? chiese Chiara.
Un po.
Papà si arrabbierà tanto.
Probabile.
Tu che rispondi?
Niente, disse Annarita, fissando lo specchio. Non serve parlare. Basta entrare.
Chiara fissò lultima molletta e indietreggiò soddisfatta.
Sei bellissima, mamma. Sei sempre stata bella, solo che te lo sei dimenticata.
Annarita la abbracciò forte. Chiara allinizio rimase rigida, poi ricambiò.
Il vestito era sul letto. Rosso amarena, velluto, morbido. Annarita lo mise piano, Chiara la aiutò con la zip. Si guardò allo specchio.
Non una sconosciuta. Solo una versione dimenticata di sé.
Il trucco se lo fece da sola. Poco ma buono. Mascara, rossetto terra di Siena, quello che amava anni prima. Orecchini di onice nero, regalo di sua madre.
Mamma, chiamò Matteo dallingresso. Il taxi sta arrivando.
Arrivo.
Prese la borsetta. Piccola, nera, vecchia ma dignitosa. Uscì.
Matteo la guardò: Wow.
Wow, fece eco Chiara.
Annarita si infilò il cappottino. Era un po tremante, lo notò e rallentò i movimenti, decisa.
Andiamo, disse.
Lhotel Stella del Nord era uno di quelli importanti. Non il top, ma rispettabile. Vittorio lo aveva scelto per l’immagine: salone ampio, soffitti alti, catering interno. Annarita ci era stata una sola volta, a un matrimonio otto anni prima. Ricordava il marmo dellatrio e il lampadario immenso.
Il taxi si fermò allingresso. Annarita scese, respirò a fondo la sera: ancora tiepida, odore di aceri in fiore.
Mamma, disse Matteo a bassa voce, siamo con te.
Lo so, disse. Veniamo.
Allingresso cerano già altri ospiti, badge appesi sul petto, tutti di corsa su per le scale. Annarita avanzava fiera. Un giovane in divisa da receptionist le venne incontro.
Buona sera. Per levento della Solido?
Sì, rispose Annarita. Sono la moglie di Vittorio Magni. E questi sono i nostri figli.
Un attimo di esitazione, poi un cenno dinvito.
Secondo piano, sala Ambra.
La sala Ambra era piena. Gente tiratissima, profumi costosi, vassoi fumanti, risate alte al bar, musica appena accennata. Annarita si fermò sulla soglia e sentì subito gli sguardi. Era fuori posto, lo sapeva. Quella era la compagnia di Vittorio degli ultimi anni, qualcuno tra loro sapeva di Eleonora. Della moglie, invece, nessuno.
Vedi papà? sussurrò Chiara.
Non ancora. Cercalo anche tu.
Vittorio era laggiù, presso un tavolo rotondo con antipasti. Stava discutendo con due uomini in giacca scura, di cui uno Annarita riconobbe: Giorgio Moretti, socio storico di Solido, corpulento, chioma bianca e sguardo severo. Vittorio lo stimava. O temeva. Annarita non aveva mai capito la differenza.
Accanto a Vittorio cera Eleonora.
Era la prima volta che Annarita la vedeva dal vivo, anche se se la immaginava da anni. Giovane, alta, vestito blu stretto, capelli perfettamente acconciati. Bella. Annarita lo pensò con serenità, come si nota una giornata di sole: una bella ragazza. Ventotto anni. La mano era sul braccio di Vittorio, con una confidenza più eloquente di qualsiasi parola.
Ecco papà, disse Chiara, voce incredibilmente ferma. È con quella signora in blu.
Annarita si avviò.
Attraversò la sala calmamente. Alcuni si fecero da parte; qualcun altro si voltò. Non guardava nessuno, solo il tavolo laggiù, solo luomo lì accanto.
Vittorio la vide a tre metri di distanza. La faccia cambiò allistante. Bocca appena aperta. Poi serrata. Gli occhi duri.
Anna, disse a bassa voce, che ci fai qui?
Sono venuta alla festa dellazienda, rispose. Bassa, ferma. Dieci anni. Una data importante.
Giorgio Moretti la fissò, poi guardò Vittorio, poi di nuovo lei.
Annarita Magni? fece, con un calore sincero. Da quanto tempo! È in splendida forma.
Buona sera, Giorgio. Anche lei.
Eleonora fece un passetto indietro. La mano sparì dal braccio di Vittorio.
A quel punto Chiarafin lì dietro, sedicenne con la schiena dritta e gli occhi scurifece un passo avanti e guardò Eleonora dritta, con quella franchezza disarmante che solo i ragazzi hanno.
Papà, disse Chiara senza alzare la voce, ma chiara come una campana. Perché hai appena abbracciato quella signora? Non è la mamma.
Latmosfera si raggelò. Qualcuno quasi abbassò il volume della musica. I due uomini accanto a Moretti si scambiarono una rapida occhiata; una donna con la collana di perle si voltò curiosa.
Vittorio impallidì, visibile nonostante labbronzatura.
Chiara, iniziò, è per lavoro, ti spiego…
Non sono una bambina, continuò Chiara, più ferma che mai. Io e Matteo lo sappiamo già da un pezzo.
Matteo restò in silenzio, occhi bassi. Ma fissava il padre.
Moretti tossì. Appoggiò il bicchiere.
Vittorio, disse. E quello diceva tutto: rimprovero, sospensione, futuro. Vedo che avete questioni di famiglia. Ci sentiamo più tardi.
Fece un cenno cortese ad Annarita, cortesia daltri tempi, e si allontanò con gli altri due.
Eleonora sussurrò: Vado a sistemare il catering.
Sparì nel fondo.
Restarono Vittorio e Annarita, con i figli. Lui la fissava come se solo allora si rendesse conto di chi aveva davanti. Era smarrito, non arrabbiato. Non aveva idea di cosa fare.
Anna, mormorò, ti rendi conto di quello che hai fatto?
Sono venuta alla festa della tua azienda, ripeté. Dieci anni. Mi sembrava giusto.
Prese un bicchiere dal vassoio vicino. Prosecco. Le bollicine salivano, ordinatissime.
Potevi restare a casa, disse lui, più sommessamente. Te lho chiesto.
Potevo, rispose. Ma non lho fatto.
Lo fissò, e in quel momento sentì solo chiarezza. Niente rabbia, niente rivincita. Solo chiarezza. Guardava quelluomo in abito costoso, gemelli doro, cravatta nuova, per cui aveva cucinato, lavato camicie, educato figli e creduto per ventitré anni. E pensava solo: quanto tempo sprecato.
Brindo alla tua azienda, disse. E poi vado. I ragazzi sono stanchi.
Si voltò verso i figli.
Andiamo, disse piano.
Mentre lasciavano la sala, sentiva gli sguardi. Sguardi di estraneicuriosi, solidali, giudicanti. Tutti diversi. E non gliene importava. Non più, almeno. Non più di quanto già le fosse costato.
Vicino alluscita Matteo la prese a braccetto.
Sei stata forte, mamma.
Sono solo venuta.
Ma sei venuta, aggiunse. Questo è essere forti.
A casa tolse il vestito con cura, lo appese. Si struccò. Si mise a letto. E per la prima volta da settimane dormì davverosenza sogni, profondamente. Fino alle nove del mattino.
Quel che successe dopo, fu lento e puntuale come lo scioglimento della neve in aprile. Non subito, non il giorno dopo: nelle due settimane seguenti. Annarita lo scoprì a piccoli pezzi, grazie a Teresa che ogni tanto aveva dritte dagli ex colleghi, e a Chiara, che, per sbaglio, vide un sms dal cellulare del padre mentre era a caricare in cucina.
Giorgio Moretti rifiutò di firmare il nuovo contratto edilizio. Non subito, ma con calma, tramite un intermediario. Telefonò dopo la festa: Ci penso ancora, non sono convinto. Era uomo allantica, per lui la famiglia voleva dire ancora qualcosa di concreto. Quello che aveva visto nel salone Ambra aveva distrutto la stima per Vittorio Magni. Non che avesse lamantegli uomini hanno anche amanti, a volte. Ma che avesse portato lamante alla festa al posto della moglie. Era uno sgarbo alle regole, alla casa. Indigesto per Moretti.
Poi a catena arrivarono altri rifiuti. Gli affaricome la reputazionesi costruiscono in anni e crollano in un attimo. Iniziarono le domande dal consiglio damministrazione: alcune pratiche non erano state fatte a dovere. Era un problema più grosso, non di vestiti né di Eleonora: ma certe crepe ne aprono altre.
Eleonora lasciò la Solido tre settimane dopo la festa. Senza scenate. Rassegnò le dimissioni e scomparve, come se nulla fosse. Vittorio in giro per casa con la faccia persa di chi sente mancare il pavimento sotto i piedi.
Poi rientrò a casa e si sedette a tavola. Annarita gli servì il brodo e andò in unaltra stanza. Lui rimase lì ore. Lei lo sentì sospirare.
Quella sera la chiamò.
Anna. Dobbiamo parlare.
Sì, rispose lei. Ma prima dimmi: vuoi parlare davvero, o vuoi che io ti ascolti in silenzio?
Allinizio non capì la differenza. Poi parve capire. Abbassò gli occhi.
Scusami, disse.
Annarita era seduta di fronte, le mani in grembo, ferme. Lo guardava pensando: troppo tardi. Non era rabbia. È che il perdono richiede qualcosa di vivo, e tra loro era seccato da tempo. Tra gli anni e la parola zia.
Bene, disse. Ti sento.
Non fu perdono. Lui lo capì.
Fu lei, un mese dopo, a parlare di separazione, con calma, con lavvocato preparato da Teresa. La casa la divisero. I figli rimasero con Annarita. Vittorio non fece storie, lunica cosa su cui non protestò.
Durante la separazione Annarita aprì una sartoria. Due stanze, nel quartiere vicino. Ci pensò tanto. Una pasticceria sarebbe stata più semplice forse, ma le mani ricordavano aghi e tessuti meglio di qualsiasi ricetta. LInes, la vecchia capa, pensionata, rispose subito appena la chiamò: Anna, questa cosa dovevi farla dieci anni fa.
Fa male e fa piacere. Dieci anni fa non era pronta. Ora sì.
I primi mesi furono pesanti. I soldi scarseggiavano, le clienti erano poche, si spezzava la schiena e tornava a casa tardi, con la polvere di gesso sotto le unghie. Chiara veniva ogni tanto dopo scuola, faceva i compiti su un tavolino, mangiava un panino e ora chiedeva delle stoffe. Aveva uninattesa passione per colori e abbinamenti: studiava i campioni come critico darte. Annarita se ne accorse, archiviò la cosa senza forzarla.
Matteo stava vivendo altre crisi. Vittorio provò a vederlo, chiamava, cercava incontri. Matteo ci andava, tornava silenzioso. Una sera si lasciò andare:
Lui vuole che io lo capisca.
E tu?
Non so come si possa capire uno che si vergogna della moglie. Guardava fuori. Mamma, tu non sei mai stata… tu sei normale. Sempre normale.
Grazie, Matteo.
Sul serio.
Lo so.
Tacque. Poi:
Ho problemi con Paola, lo sai? La ragazza. Dice che dopo tutto quello che ha visto, non sa che padre potrei essere. Ha paura che io rifaccia gli stessi errori.
Non sono i tuoi errori, tesoro.
Lo so. Ma lei non capisce.
Cercò le parole.
Dagli tempo. Guardati vivere. Le parole qui non bastano. Solo il tempo può.
Lui annuì, non proprio convinto. Questa storia con Paola andava avanti da mesi; Annarita aveva una preoccupazione sottile ma non insisteva. I figli devono trovare il loro modo per sbrogliare i nodi. Laveva capito tardi, ma laveva capito.
La sartoria cresceva piano. Dopo un anno arrivarono clienti fissi. Dopo un anno e mezzo i primi abiti da sposa: i più complicati, i meglio pagati. Annarita prese unaiutante, una giovane di nome Elena (non Eleonora!), abile e schietta. Si intendevano senza troppe parole, bastava un gesto sulle stoffe.
Teresa ogni tanto passava, bevevano tè tra cartamodelli e rocchetti, parlavano delle cose che contano a una certa età: salute, figli, priorità. Teresa una mattina disse:
Sai cosa mi piace di te? Non sei rancorosa.
A volte sì, ammise Annarita.
No, sei solo arrabbiata. È diverso. La rabbia distrugge, il risentimento passa.
Annarita ci pensò su, e concordò.
Chiara a diciassette anni decise che avrebbe fatto la scuola di moda. Senza urla, solo un giorno portò i disegni e li lasciò davanti alla madre. Annarita li sfogliò a lungo. Cera vita, errori, ma personalità.
È la tua strada, disse Annarita.
Non ti dispiace?
No. È la tua. Tu lo sai meglio di me.
Chiara sorrise, trattenuta, ma calda.
Mamma, sei cambiata.
Cambiata?
Prima chiedevi sempre: Cosa penserà papà? E gli altri? Ora non più.
Annarita la fissò.
Ho imparato tardi.
Non troppo tardi. Chiara raccolse i disegni. Ora stai bene.
Era il miglior complimento sentito da anni. Meglio di mille lodi. Solo: ora stai bene detta da chi ti guarda per quello che sei.
Vittorio lo vedeva raramente. A volte passava per i figli o per portare qualche valigia rimasta. Aveva ormai un aspetto variabile: a volte ancora in tiro, a volte meno. Annarita seppe tramite conoscenti che Solido aveva cambiato management e lui ora era un impiegato qualsiasi, tipo project manager. Inevitabile. Ma Annarita non ci pensò molto. Aveva altro a cui pensare.
Il terzo anno dopo il divorzio fu estate vera, lunga e tiepida. La sartoria si trasferì in un locale più grande; Annarita aveva pure preso un piccolo appartamento tutto suo, un passo faticoso ma necessario. La sera sedeva sul balconcino, guardava il tramonto, sorseggiava tè. Non sempre; quasi ogni sera, invece, era china sui modelli. Ma quando si concedeva quelle pause sentiva qualcosa di semplice: era serena. Non felice come nei romanzi. Ma in pace. Stanca ma bene.
In autunno lui arrivò.
Lo vide entrare dalla vetrina della sartoria, mentre prendeva un caffè con un nuovo figurino davanti. Vittorio stava in piedi fuori dalla porta, incerto. Era invecchiato. Non solo col passare degli anni: proprio invecchiato come solo certi uomini fanno, quando perdono lappiglio. Spalle curve. Abito sì elegante, ma inequivocabilmente demodé.
Fu lei ad aprire.
Vittorio, disse. Entra.
Sedettero nella saletta clienti. Tavolino, due sedie, un vasetto con fiori secchi. Annarita preparò due tazze di tè e mise la sua davanti a lui.
Come stai? chiese.
Bene, rispose lei. Tanto da fare. Il lavoro va.
Ho sentito. Lui la guardò. Sei stata brava.
Non rispose. Teneva la tazza con entrambe le mani.
Anna, esordì. Volevo dirti… ci ho pensato.
Ci hai pensato, ripeté lei, più a se stessa.
Ho sbagliato. Su tante cose. Ora lo capisco.
Vittorio
No, aspetta. Alzò gli occhi. Voglio finire. Tu… sei stata una buona moglie. Hai retto la baracca, educato i figli. Non lho mai visto, o lo davo per scontato. Pensavo dovesse essere così. Taccò. Ho sbagliato.
Annarita lo osservò. Quelluomo non giovane, un po spaesato, in cui riconosceva sia il marito che le aveva detto zia sia luomo che aveva guardato nel vuoto dopo che Eleonora se nera andata. Tutti e tre, lo stesso.
Ti ascolto, disse.
Pensavo… Esitò. No, è sciocco.
Dimmi.
Pensavo: magari… Magari non tornare insieme, no. Ma… vederci. Parlarci. Perché ora sono solo, Anna. Completamente solo.
Silenzio.
Annarita posò la tazza. Guardò fuori: inverno, cieli grigi, foglie sui marciapiedi, bici sotto un lampione. Poi fissò lui.
Vittorio, disse. Non sono arrabbiata. È passato. Mi dispiace per gli anni. Non per te, per gli anni. Che siano andati così. Tutto qui.
Anna.
Fammi finire. Parole calme, ma decise. Non sei solo. Hai i figli. Loro ci sono. Ci saranno. Sono ancora tuoi, sempre. Pausa. Ma io… io non posso essere quello che cerchi. Non so di cosa hai bisogno: compagnia, abitudine, un modo per non restare solo. Non posso.
Perché?
Ci pensò. Non per ferirlo, ma per trovare le parole giuste.
Perché finalmente sono me stessa, disse senza enfasi, come leggendo un orario del treno. E mi è costato troppo arrivarci. Non voglio tornare indietro.
Lui stette zitto a lungo. Guardava la tazza non toccata. Poi annuì, lento.
Capisco.
Lo so che capisci.
I figli… accennò.
Con loro puoi parlare, rispose lei. È lavoro tuo ora. Non mio. Vai da loro. Parla. Matteo… è fragile, ma cè. Se vai davvero, ti apre.
Vittorio si alzò. Si stirò il bavero come sempre, gesto visto mille volte.
Il vestito ti dona, disse allimprovviso.
Lei abbassò lo sguardo. Oggi aveva un vestito blu scuro, niente di vistoso. Laveva cucito lei linverno prima.
Grazie, disse Annarita.
Lui uscì. Sentì la porta della sartoria chiudersi. Poi silenzio.
Annarita rimase seduta qualche minuto. Nella saletta faceva fresco, vasi di fiori secchi, due tazze di tè troppo freddo. I suoi schizzi sul tavolo.
Si alzò, prese la tazza, la sciacquò, tornò, prese la matita e tornò ad abbassare la testa sui modelli.
Elena spuntò dalla porta.
Signora Annarita, è arrivata la prossima cliente.
Va bene, disse. Falle attendere un attimo, arrivo.







