Venticinque anni fa mio marito partì per l’estero… Lo stress e l’ansia mi hanno portato al cancro

Ventiquattro anni fa luomo che amavo è sparito in un altro paese Linquietudine e la malinconia mi hanno scavato una malattia.
Mi chiamo Fiorella, ma questa notte, sotto i lampioni che tremano come candele in una processione di Venezia, sento il bisogno di restare invisibile. Forse qualcuno, giungendo in questo sogno confuso, troverà se stesso tra le calli bagnate di rimpianto e saprà come non inciampare dove io sono inciampata.
Da ragazza credevo nellamore, lo giuro su una tazza di caffè ancora caldo lasciata su un davanzale dalabastro. Avevo diciottanni quando ho incrociato lo sguardo di Lorenzo al mercato di Firenze: lui aveva ventidue primavere e io non capivo che la vita può essere crudele come una vetrata rotta dal vento di tramontana. Eravamo convinti che insieme avremmo pattinato sulle lastricate di ogni inverno.
Un anno dopo il matrimonio, in maggio, nacque nostro figlio Giulio. La casa profumava di basilico e di pane appena sfornato. Ma la gioia aveva radici fragili. I soldi erano pochi: lui lavorava alla bottega dello zio, io cucivo camicie su commissione, arrotondando qualche euro nei pomeriggi lunghi destate. Vivevamo modesti, come i fiori tra le crepe del selciato, ma a Lorenzo tutto ciò sembrava stretto come le maglie di una rete.
Devo andare allestero, là pagano di più, ci sistemiamo, mi sussurrò un giorno dietro la porta di casa.
Lho implorato di restare. Gli ho detto che tanti resistono, se bastano uno allaltro. Ma lui era già con la testa tra le torri di Berlino.
Rimasi sola con Giulio. Il tempo si srotolava come le onde che battono la scogliera di Genova.
Speravo, in sogno, che Lorenzo tornasse. Che sbucasse da dietro la tenda del salotto, una sera qualsiasi. Ma lui era sempre lontano, promettendo lire che diventavano euro che non bastavano mai.
Solo ancora un po, poi tutto andrà meglio, diceva ogni volta, la voce ovattata dal telefono.
Sognavo una famiglia vasta come le costellazioni siciliane. Desideravo un altro figlio, ma Lorenzo spegneva ogni stella:
I soldi non bastano. Mantenere uno è già troppo.
E anche per quello uno, era lontano: tornava una quindicina di giorni, poi ripartiva verso nebbie sconosciute.
Nel sogno, io sola accompagno Giulio a scuola, firmo le pagelle, veglio su di lui durante le notti febbrili. Non racconto mai a Lorenzo quando nostro figlio sta male, mi sembra di proteggerlo così, ma lui nemmeno chiede.
Non è mai tornato davvero.
Se almeno avessimo vissuto tra il marmo e i velluti, avrei potuto dire: Ne valeva la pena. Ma no soldi appena sufficienti per la pizza il sabato sera e il riscaldamento dinverno. Sempre debiti: per il tetto, per la 500, per la lavatrice. Debiti come gatti che si infilano ovunque.
Ho tentato di spiegargli, tra i soffi degli autobus romani, che i soldi non sono tutto. Che Giulio voleva un padre. Che io ero esausta come una fontana senzacqua. Ma lui rimaneva nelle sue notti straniere.
Gli anni sfilarono come maschere a Carnevale.
Sono passati venticinque anni.
Lorenzo è ricomparso.
Non con bauli pieni di risparmi, ma con debiti in tasca e una valigia polverosa. Per salvarlo ho venduto la casa di mia nonna a Napoli. Mi ringraziava assorto, dicendo che adesso sarebbe rimasto con me.
Ma a quale prezzo, mi chiedevo nel sogno?
Ora è tardi.
Lui è qui, finalmente fermo, silenzioso tra le pareti imbiancate a calce di casa nostra. Non beve, non vaga, non tradisce ma io mi sento soffocare dentro queste stanze troppo ordinate.
Per stare tranquilla, giorno dopo giorno, sono diventata unombra.
Ho smesso di incontrare amiche: Lorenzo le derideva, diceva che non servono se non ne hai. Non proibiva, ma lo sguardo bastava: uscire era come camminare sul ghiaccio sottile. Ho abbandonato i vestiti colorati, i tacchi di Venezia, il rossetto amaranto. Diceva che non si addicono alle donne della mia età.
Non ridevo più, non raccontavo storie, non cullavo sogni.
Semplicemente respiravo. Lavoravo. Sistemavo. Cucinavo. Dormivo.
Una o due volte lanno, una vacanza breve, sempre in due, in una pensione silenziosa di Rimini senza amici, senza persino la compagnia di una buona storia.
E sopportavo tutto, tutto.
Ma il mio corpo si è spezzato.
La monotonia, langoscia, la solitudine erano spine che hanno scavato la carne.
Mi sono ammalata.
La sentenza: un tumore, come una macchia dinchiostro che si espande su una tovaglia bianca.
In un attimo, il mio universo traballò su se stesso.
Non so quanto tempo mi resti.
Ma posso dire, tra le luci azzurre della sera: se potessi tornare indietro, non vivrei così.
Non lascerei che la mia anima diventi ombra.
Non consentirei mai a un uomo di sorseggiare la mia vita sino allultima goccia.
Non sacrificherei me stessa in nome di una famiglia solo apparente.
Adesso è troppo tardi.
Giulio è grande, ha preso la sua via. I miei genitori sono anziani, li accudisco come posso.
E Lorenzo dice di amarmi, di restare qui, accanto.
Ma le sue parole sono fredde come il marmo.
Non ho mai vissuto come desideravo.
Sono stata devota, fedele, paziente. Ho aspettato. Ho amato.
E lui semplicemente viveva come gli piaceva.
Se potessi afferrare il tempo come i rami di una vite
Sceglierei me stessa.
Vi supplico, in questo sogno lento e umido: non vivete come ho vissuto io.
Non lasciatevi in fondo.
Non perdete voi stessi per legami che non vi fanno danzare al ritmo del vostro cuore.
La vita è troppo corta per aspettare dietro una porta che nessuno mai spalancherà.

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Venticinque anni fa mio marito partì per l’estero… Lo stress e l’ansia mi hanno portato al cancro
“Mamma ha ripetuto che devi darci la stanza più grande!” Giulia sbucò sulla soglia senza neanche salutare.