23novembre 2025 Diario
Un osso lanciato al cane non è misericordia. La misericordia è losso condiviso con il cane quando anche tu hai fame.
(J. London, *Johngrain*)
La vita, ci dicevano, è tre spiccioli schiacciati a terra, buttati sul ciglio della strada, ma donati da Dio e per questo amati. Poi è arrivata la miseria più profonda. Come si suol dire, tra la minestra e la prigione. Ho asciugato gli occhi con le mani rugose, ho sorriso colma di colpa e ho ringraziato il Signore: È benevolo con noi, poteva andare peggio. Eppure, dove poteva andare peggio?
Le visite ai malati e agli anziani sono ormai rare. Il silenzio è pesante, la noia si mescola alla paura, ma loro non serbano rancore: Che ci guadagniamo a stare accanto a loro? Ognuno ha già il suo dolore. Avvolti in maglioni logori sopra camici consumati, sembrano quadri di fragilità. Il corpo è debole, ma lanima, ancora ferita dalla malattia, è pura, fiduciosa, pronta a donare gratitudine. Ginevra, la giovane assistente sociale, rimane stupita: queste persone, pur consumate dal pianto, emanano un calore che avvolge lo sguardo e accarezza il sorriso.
Io, Lorenza, lavoro nella rete dei servizi sociali. Sono arrivata per una breve missione, ma mi sono insinuata silenziosa, innamorandomi di questo mestiere duro. Come si dice, chi resta nel sociale è chi vi è legato col cuore: cuore generoso, anima sensibile, pronto ad amare anche chi non è di sangue. Non tutti riescono a provare affetto per i parenti sani; qui, però, affetto si riserva agli sconosciuti: anziani ostinati, sospettosi, dimenticanti, disordinati.
Le raccomandazioni dicono di non attaccarsi troppo ai protetti, per non soffrire quando li si perde. Eppure io ho amato con tutto lanimo le donne di quel reparto, come fossero mie parenti. Una di loro, Valentina Ferri, è arrivata dagli Appennini del Molise quando il governo le ha assegnato un posto nella fabbrica di acciaio di Taranto. Si è sposata, ha avuto una figlia, Maria, ha costruito una casa, ha visto nascere un nipotino. Poi la guerra dei clan nazionalisti ha strappato il paese, ha spezzato le famiglie, ha diviso cuori. Il marito di Maria, locale, ha perso la ragione, ha cacciato il figlio e ha allontanato la madre; i russi, pure, non erano più graditi.
Con un solo valigione piena di ricordi, Valentina è fuggita verso il Nord, prima in Lombardia, poi a Milano, dove hanno trovato un appartamento popolare, una pensione minima e qualche aiuto dallo Stato. Lo Stato ci ha dato una casa, una pensione, gli assegni, sospirava, ma la gente noi non serviamo più a nessuno. Le parole mi colpiscono: se non cè più qualcosa da togliere, non cè più nulla da dare.
Io vengo spesso a casa di Valentina e Maria, più di quanto dovrei. Le accogliamo con un calore che sembra una festa di Natale: Che gioia! Lorenza, sei il nostro sole! È venuta anche la nipotina Sonia, che vive nella campagna di Caserta! Il loro entusiasmo è contagioso, le rughe si distendono, le pantofole consumate si muovono meno rumorose.
Sonia è una ragazza bella e sveglia; Valentina la presenta con orgoglio: Devi assolutamente conoscerla!. Rifiuto lofferta di un caffè, ma accetto il loro ospitalità. Il tavolo è imbandito: una torta alta al cioccolato, praline, salame di Milano, platessa affumicata, formaggi gorgonzola e pecorino, succhi colorati, conserve in barattoli quadrati. Mi viene in mente il pensiero della donna che ha speso il denaro dei poveri senza pensarci: Quante spese ha buttato Sonia, senza sapere che non si può dare ciò che si riceve.
Le signore, comprese Valentina e Maria, mi guardano e dicono: È per te, Lorenza, un piccolo regalo. Io, con il sorriso di chi conosce il pericolo del diabete, rispondo: Grazie, ma basta così, basta le caramelle. Sonia, dal canto suo, propone di sistemare la nostra pelle con mesoterapia, ma io rifiuto, chiedendo piuttosto coperte di lana e pantofole di feltro per Valentina e Maria. Il loro budget è di 3.000, una somma che non riesco a mettere da parte.
Nel mentre, Sonia racconta dei genitori morti in giovane età, del suo lavoro in una sartoria, dei vestiti che ora porta: jeans strappati per moda, cardigan lunghi, maglie con pizzi, gonne lunghe, abiti da cocktail, tute glitterate, un pigiama di raso rosso, pantofole con pelliccia bianca un po sporca. Più la pila di vestiti cresce, più è difficile per le donne mantenere un sorriso. Che cosa è tutto questo? chiede Maria, confusa. Valentina interviene: Forse Sonia non sapeva che siamo malate e tradizionaliste.
Maria sospira: Forse potremmo dare questi capi a qualcuno che ne ha bisogno. Ma lanciare ciò che non serve non è carità, è solo sprecare. Meglio passare oltre senza notare, penso.
Valentina, con le mani tremanti, mostra i buchi dei suoi camici logori, le lacci di velluto sfilacciati, le lacrime che le rigano il volto. Mi sento impotente, colma di vergogna per la loro condizione. Lanno scorso ho cercato di portarli fuori, ma in inverno è impossibile far scendere dalla quinta scala una signora che ha subito un ictus.
Vorrebbero capi più caldi: camicie lunghe, pantofole di pelle di pecora, bustine di assorbenti per lincontinenza, più pagliette. Non so cosa dire, così li avvolgo in un abbraccio e accarezzo i loro capelli grigi. Le loro mani, così sottili, ricordano i piedini di un bambino senza gambe.
Dopo un po, Sonia torna di nuovo, portando altre pile di vestiti usati. Le signore li ripongono delicatamente sul divano, incapaci di trovare un posto migliore. Finalmente conosco Sonia: è splendida, curata, quasi una regina di passerella. Nonostante la differenza detà, mi sento a disagio, ma lei è leggera, ama parlare.
Quando sono venuta qui, non immaginavo quanto fosse difficile, confessa. Il marito di Valentina aveva un lavoro ben pagato, e noi vivevamo bene. Poi, con voce ferma: Ho guadagnato ogni centesimo, sono cresciuta con il sudore. Racconta di aver aperto porte con i piedi, di guidare auto aziendali, di indossare cappotti lussuosi, ma ora, in un camice stracciato, desidera solo morire in pace.
Con orgoglio, Sonia offre di farci dei trattamenti estetici, ma io rifiuto, chiedendo nuovamente pantofole di pelle di pecora per Valentina e Maria. Sono un po costose, 73.000 per tutto il guardaroba, dice Sonia, ma ne vale la pena.
Le loro discussioni si intrecciano in un caleidoscopio di incomprensioni. Alla fine, Sonia, ancora entusiasta, racconta alle vicine del borgo che ha donato vestiti e che il prossimo Natale sarà un regalo perfetto. Io, confusa, non so se ridere o piangere davanti a questa commedia quasi teatrale.
Rifletto su quanto sia difficile capire la fame di chi ha già mangiato a sazietà. Troppo spesso, nella buona volontà, si gettano scarti sotto il tavolo, credendo di fare carità. Invece, si feriscono le persone più deboli.
Sonia, ancora una volta, mi propone offerte di bellezza, mentre io rispondo: Grazie, ma prima servono coperte e pantofole. Lei fa una smorfia, poi si allontana, calpestando il marciapiede con tacchi alti. Arriva una berlina costosa, lei scende con un sorriso ironico, commentando la gente scarsa di gratitudine.
Salgo sul bus, mi dirigo verso la mia prossima visita: unanziana sola che vive in un quartiere periferico di Torino. Il cuore è pesante, ma la speranza di portare un po di calore resta viva.
Il giorno di oggi mi ha mostrato quanto sia fragile lequilibrio tra benevolenza e indifferenza. Ho capito che un gesto autentico non è quello che brilla, ma quello che scalda davvero il cuore di chi lo riceve. Con questo pensiero chiudo il mio diario, sperando di continuare a vedere la luce anche tra le ombre più scure.







