In Gita Turistica: Scopriamo le Meraviglie d’Italia!

10 ottobre 2025
13:45

Sono seduto su una panchina davanti al vecchio hotel di Via del Corso, il cellulare ancora acceso, la lista dei partecipanti al tour scorre sullo schermo. Otto persone, gruppo angloparlante, inizio alle dieci, pagamento in contanti alla fine del percorso. Nella sezione richieste particolari cè scritto: interessa Roma contemporanea, quartieri daffari, luoghi insoliti, niente musei.

Guardo la strada: il traffico scorre lento, in fondo si ferma un autobus con il logo della nostra agenzia. Il conducente mi fa un cenno dalla cabina. Alzo il capo, ripongo il telefono nella borsa. Le dita sono fredde, nonostante il termosifone acceso nellatrio.

Un anno fa ero davanti alla cattedra di una scuola di Bologna, spiegando agli alunni di seconda media le differenze tra le riforme di Vittorio Emanuele II e di Vittorio Emanuele III, cercando di far sentire la mia voce sopra al bisbiglio dei quattordici posti di fondo. Poi arrivarono la riduzione dellorario, il colloquio con il dirigente, il suo sguardo perso fuori dalla finestra, e due mesi dopo dimisi di mia spontanea volontà.

Una compagna di corso, già inserita nel turismo, mi suggerì: Hai la storia, parli bene linglese. Prova a fare la guida. Non è scuola, ma può darti da vivere. Seguii il corso, ottenni il badge, imparai nuovi itinerari, imparai a sorridere ai viaggiatori stanchi e a raccontare la città come se ci credessi davvero.

Ora vivo di questi tour. Affitto una monolocale a Trastevere, compro le medicine per mia madre, ho un mutuo per il laptop che comprai per il registro elettronico a scuola. Ogni escursione che si annulla è una falla nel bilancio.

La porta dellhotel scivola lentamente. Dallatrio entrano due uomini con valigie a rotelle, seguiti da una donna con una sciarpa colorata che guarda intorno. Sui loro badge spicca linvito a una conferenza sugli investimenti; il logo mi è familiare, lho visto su tutti i manifesti del centro.

Al varco della porta la comitiva è pronta: otto persone, come previsto. Una coppia dal Lazio, due giovani donne bolognesi, tre stranieri e un uomo di circa trentacinque anni in cappotto blu scuro. Lui tiene la distanza, parla inglese senza accento e si rivolge al receptionist in italiano.

Buongiorno, dico in inglese, poi ripeto in italiano. Mi chiamo Luca, sarò la vostra guida per Roma oggi. Il percorso è di quattro ore. Se avete richieste, è meglio dirle subito.

Lui alza lo sguardo. Gli occhi chiari sono stanchi, ma attenti.

Mi chiamo Antonio, risponde in russo, sono lorganizzatore per questo gruppo. Annuisce verso gli stranieri. Avremo qualche fermata extra, ve le indicherò al volo, daccordo?

Segno Antonio K. nella colonna responsabile. Perfetto, rispondo, limportante è rispettare i tempi.

Guido il gruppo fuori, conto le persone davanti al bus e salgo le scalinate dietro di loro. Linterno profuma di deodorante economico. Prendo il microfono.

Bene, inizio in inglese, inizieremo con una panoramica del centro, poi ci sposteremo verso il quartiere daffari, e dopo.

Il mio racconto segue il solito copione: palazzi storici, le torri di cemento del dopoguerra, la trasformazione della città. Le parole fluiscono come un copione ben provato. I turisti fotografano dai finestrini, chiacchierano. Antonio, al secondo posto, guarda il cellulare, lancia occhiate rapide fuori dal finestrino.

Dopo trenta minuti, Antonio si alza e si avvicina al conducente.

Possiamo fare una deviazione prima? sussurra. Vogliamo andare al lungofiume, vicino a un businesscenter. Cè un punto che i ragazzi vogliono vedere.

Il nostro itinerario prevede il complesso EUR tra unora, gli dico. Parliamo di quello?

No, è un altro posto. Vi faccio vedere. Sorride, ma cè fretta nella sua espressione. Pagherò il tempo extra, se necessario.

La parola pagherò mi rimane impressa. Unora in più significa più denaro per laffitto. Controllo lorologio, calcolo il percorso: potrei ritagliare venti minuti.

Va bene, rispondo. Avvisate il gruppo che faremo una fermata non prevista.

Antonio annuisce brevemente e spiega in inglese ai turisti che visiteremo un luogo non per tutti. Lentusiasmo si accende.

Lautobus svoltò da Via del Corso, evitando gli ingorghi, e si diresse verso il Tevere. Fuori dal finestrino si susseguono facciate, cortili, cantieri. Continuo a parlare, ma nella mente faccio i conti minutichilometri.

Arriviamo davanti a un edificio di vetro basso, senza insegna. Accanto due auto di lusso. Allingresso due uomini in giacca scura fumano.

Ci servono solo dieci minuti, dice Antonio. Entreremo, vedremo la sala, usciremo.

Che cosè? chiedo. Un businesscenter?

Si può dire così, risponde evasivo. Un coworking, uno spazio espositivo. Non preoccupatevi, è tutto legale.

Lo osservo mentre entra con gli stranieri. I turisti rimanenti chiacchierano sul bus, qualcuno scorre il feed sul cellulare.

Torno al mio posto, la finestra è leggermente appannata. Gli uomini che fumavano spengono le sigarette e entrano. Passano dieci minuti. Quindici. Il conducente si agita, guardando il volante.

Non possiamo sostare qui troppo a lungo, arriverà il carro attrezzi. Sussurro al telefono per chiamare Antonio quando la porta delledificio si spalanca. Escono gli stranieri, Antonio e una valigia nera sportiva, più pesante del previsto, che porta con entrambe le mani.

Un ricordo del briefing aziendale mi ritorna: Se notate che i clienti sono coinvolti in attività illecite, allontanatevi. Non siamo la polizia, ma non vogliamo rischiare.

Antonio apre la porta del bus e, sorridendo, dice in inglese: Allora, vi è piaciuto? È un club privato, accessibile solo su invito. Raccontate ai vostri amici dove siete stati.

Il turista con la valigia la posa sul pavimento tra i sedili e si siede.

Un senso di secchezza mi avvolge la bocca. Non so cosa ci sia dentro, ma lassenza di insegna, gli uomini allingresso, tutto dipinge un quadro inquietante.

Antonio torna al suo posto. Andiamo avanti, dice. Il prossimo è il quartiere daffari, giusto?

Sì, rispondo, cercando di mantenere la voce ferma.

Riprendiamo il viaggio. Il traffico si accumula su Via di Cavour. Laria dentro il bus diventa afosa, qualcuno chiede il condizionatore. Spengo il microfono e mi avvicino ad Antonio.

Dimmi onestamente, cosera quel posto? sussurro.

Lui mi guarda, leggermente irritato. Un club privato, i nostri partner.

E la valigia? aggiungo, indicando il bagaglio. Prima non cera.

Sorriso accennato. Materiale promozionale, souvenir, è per la conferenza. Rilassati.

Il suo rilassati suona come un ordine. Sento lo stesso ostinato impulso che un tempo mi fece discutere con il dirigente sulla mole di compiti per gli alunni.

Ho la responsabilità del gruppo, dico. Se succede qualcosa.

Niente succederà, interrompe. Io mi occupo di loro, tu del percorso. Restiamo nei nostri ruoli.

Si volta verso il finestrino, chiudendo la conversazione.

Il traffico si allenta lentamente. Fuori le facciate dei negozi, le insegne, la gente ai marciapiedi. Guardando i volti dei turisti, penso che nessuno sappia che quella valigia potrebbe contenere qualsiasi cosa.

Continuo il mio discorso sui grattacieli di cemento, sui nuovi cantieri dellEUR, sui palazzi storici. I turisti annuiscono, scattano foto. La valigia rimane al suo posto.

Dopo unora ci fermiamo su una terrazza panoramica. I visitatori scendono, si allungano, immortalano la città. Antonio esce, ma nessuno prende la valigia.

Resto sul bus, mi avvicino al bagaglio. Il tessuto è spesso, nero, senza logo. La cerniera è chiusa, non ci sono chiavi. Voglio toccarla, ma il pensiero di contrabbando mi trattiene. Non ho il diritto di aprirla: è proprietà altrui. E fare finta di nulla mi sembra altrettanto sbagliato.

Il conducente scende le scale. Uscite? chiede. O restate?.

Tra un attimo, rispondo, allontanandomi dal bagaglio e uscendo allesterno. Laria è fresca, il cielo è pallido. I turisti stanno accanto alla ringhiera, Antonio indica qualcosa allorizzonte.

Mi avvicino, ascolto. Parla di investimenti, di prospettive di mercato, di come qui tutto cambierà nei prossimi anni. La sua voce è ferma, quasi ispiratrice.

Il senso di allarme dentro di me cresce. Se sbaglio, se la valigia è davvero il contenitore di qualcosa di illegale, sto trasportando il crimine con i miei passeggeri. Se è solo materiale pubblicitario, la mia paura è infondata. Non riesco a scegliere.

Ricordo le notizie recenti sui controlli ai guidatori di tour, dove si può essere ritenuti responsabili per aver facilitato attività illecite. Prima mi sentivo al sicuro dietro la mia storia, ora quel mantello è strappato.

Antonio mi guarda, vede lespressione preoccupata. Tutto a posto? domanda in inglese, così che gli altri lo sentano.

Sì, dico, ancora una ora e mezza di percorso. Propongo di fare una breve passeggiata a piedi, poi torniamo al centro.

Conduco il gruppo lungo il guardrail, descrivendo la vista. Dentro, lunica cosa che gira è il pensiero: Chiamare? A chi? Alla sede? Alla polizia? Dire a Antonio che non andiamo oltre finché non spiega?

Dopo qualche minuto mi accorgo di ripetere la stessa frase. Respiro, guardo Antonio. È al telefono, la voce è tesa. Riconosco frammenti: Sì, prenderanno no, è sotto controllo tra unora saremo.

Mi volto. Sentire quel fruscio mi fa vergognare di aver ascoltato. Ma il senso di colpa non svanisce.

Rientriamo sul bus. La valigia è ancora lì, tra i sedili. Antonio si siede accanto, quasi a proteggerla con il suo corpo.

Abbiamo unaltra fermata, dice. Un piccolo negozio. Lì compreranno qualcosa e poi torniamo.

Che tipo di negozio? chiedi.

Privato, collezionismo. Gli abbiamo promesso di mostrarlo. Guarda intensamente. Non è arma, né droga. Solo oggetti che preferiamo non esporre apertamente. Nulla di illegale.

Le sue parole sembrano troppo sicure, preparate.

Il mio itinerario è approvato dallagenzia, ribatto. Quel negozio non figura.

Antonio inclina leggermente la testa. La vostra agenzia otterrà ottime recensioni e forse nuovi clienti. Ho parlato con il vostro manager stamattina, non ha obiezioni sulla flessibilità. Siamo tutti adulti.

Ricordo il breve messaggio del manager: Cliente importante, cercate di accontentarlo. Ora risuona come un avvertimento.

Non posso portare i turisti in indirizzi sconosciuti, dico più piano. Ho licenza, ho responsabilità.

Antonio mi fissa a lungo. Capisco le sue preoccupazioni, ma vedete i clienti sono soddisfatti. Vengono qui a spendere. Se li blocchiamo, andranno altrove. È davvero quello che vuole? Io no. Lavoro con loro da anni.

Si avvicina, quasi a sussurrare. Se comincia a fare scenate, a chiamare qualcuno, rischia non solo il suo stipendio. Lagenzia ne risente, finirà con gruppi scolastici a basso compenso. Vuole davvero questo?.

Quelle parole mi colpiscono come le vecchie discussioni scolastiche su ore di lezione e scalette di paga. Nel turismo, il guadagno si misura in lingua, flessibilità, capacità di gestire gruppi.

Lautobus prende una strada più stretta. Devo decidere: fingere di confidare ad Antonio e proseguire, o tracciare un limite.

La mamma mi chiama, preoccupata: Sei sola con loro? Così ti succede qualcosa?

Sorrido, ma il sorriso è più una maschera.

Va bene, sto per chiamare lufficio, dico, e forse anche i soccorsi.

Chiedo al conducente di fermarsi al più vicino piaChiedo al conducente di fermarsi al più vicino piazzale, poi esco e compongo il numero di emergenza, consapevole di aver scelto la strada della responsabilità.

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