Non rimpiango nulla

Non rimpiango nulla

E mi raccomando, al mio ritorno la casa deve essere splendente! Giuliana Rossetti sbucò sul pianerottolo e chiuse la porta con una tale forza che i vetri delle finestre tremarono.

Io ero appena sceso per le scale e mi presi un bel colpo. Poi rimasi immobile. Speravo che la vicina non mi notasse, ma niente da fare: mi vide subito.

Ah, Lorenzo buongiorno!

Appoggiò con noncuranza una scatola di cartone (sembrava quella di una macchina del caffè) a terra e, trafelata, si chiuse il cappotto. Non cera dubbio, era di fretta.

Buongiorno, signora Rossetti, mormorai mantenendo la calma. I suoi figli hanno combinato qualche altro guaio?

Altro che! sbuffò, facendo fatica con lultimo bottone.

In quel momento la scatola a terra si mosse.

Per la sorpresa, sobbalzai. Certo, stavo a distanza di sicurezza, ma comunque

Mai stato pauroso, eppure non avrei mai immaginato che dentro quella scatola ci fosse qualcuno o qualcosa.

Ma chi ci sarà mai dentro?

La fantasia corse: immaginai subito una macchina del caffè ribelle, che schizzava caffè dappertutto e che per questo era stata condannata a una fine ignobile la discarica.

Guarda qui, disse la signora, sollevando la scatola per mostrarmi il contenuto.

Mi avvicinai con cautela, incuriosito.

Sapevo che dentro non poteva esserci un elettrodomestico vivo, e quindi niente paura. Però, quello che vidi mi colse di sorpresa. Una sorpresa piacevole.

Dal fondo della scatola due occhi mi guardavano incuriositi. Appartenevano a un gattino minuscolo.

Santo cielo, che meraviglia! esclamai spontaneamente.

Mah, trova anche tu da incantarti, borbottò lei, richiudendo la scatola stizzita.

Da dove viene?

I ragazzi lhanno portato a casa Mi pento di averlo lasciato restare. Un sacco di problemi, non si capisce più nulla. Mi sono fatta convincere da quegli occhi e quella faccina furba, ma lo dice anche il proverbio: Non è tutto oro quel che luccica. Sembra un angioletto, ma ha il carattere del mio ex marito!

Dai, signora Rossetti, crescendo si tranquillizzerà, la incoraggiai. Va dal veterinario per i vaccini?

Ma figurati! Quale veterinario? Quali vaccini, Lorenzo? Sono arrivata al limite, non ne posso più. Lho deciso: oggi lo porto in campagna, a casa dei miei. Lì vivrà meglio.

La guardai incredulo, ancora sperando che stesse solo scherzando.

Ma con quel cipiglio e tono aspro capii che non stava affatto scherzando. E dopotutto, oggi era il 15 novembre, mica il primo aprile.

Un gattino in campagna? A fine autunno?

E dovrei forse aspettare la primavera? E che cambia! Se fosse inverno lo porterei lo stesso. Un errore, questo non è un gatto, è non lo so nemmeno io.

Dalla rabbia, la signora Rossetti dovette fermarsi un attimo a prendere fiato.

Poi riprese:

Dovresti vederlo! Ne ho avute meno di queste ansie quando sono rimasta sola con i miei due figli. Ho preso una decisione e non si torna indietro: in campagna va!

Ma almeno

O posso lasciarlo giù in cortile, dove lhan trovato. Ma so già che i bambini lo riporterebbero a casa e lo nasconderebbero nellarmadio. E lui tornerebbe lo stesso. No grazie, ne ho sopportato abbastanza.

Estrasse il cellulare dalla tasca e scrollò la testa guardando lora.

Lorenzo, mi hai fatto perdere troppo tempo. Devo proprio andare, che perdo lautobus.

Strinse forte la scatola e iniziò a scendere le scale, afferrandosi al corrimano.

Io rimasi a guardarla. Non riuscivo a comprendere come si potesse lasciare un esserino così piccolo da solo in campagna. Non sarebbe sopravvissuto nemmeno una notte.

Aspetti, signora Rossetti! le gridai.

E adesso cosaltro vuoi? Te lho detto che sono di fretta!

Non porti il gattino in campagna. Lo faccio io: provo a trovargli una nuova casa, qualcuno che lo voglia davvero bene. Me lo dia, per piacere.

Si fermò e mi fissò per un momento.

Una buona casa? Cosa vorresti insinuare, eh? Che le mie mani sono cattive? strinse gli occhi. Con queste mani ho cresciuto due figli, capito?

Non sto insinuando niente, signora. Voglio solo evitare che il piccolo finisca da solo. In campagna non ce la farebbe.

Se ce la farà, bene. Se non ce la farà vorrà dire che non era destino. Questi animali non sono fatti tutti per stare in casa.

Ma… è solo un cucciolo! Imparerà tutto!

Non ce la facevo più a trattenermi.

Lei non porterebbe mai i suoi figli in campagna da soli, anche se urla contro di loro tutto il giorno.

I miei figli sono miei, non li devi mettere sullo stesso piano di quello lì! Ma se proprio ci tieni, prendi. Tienilo tu!

Posò la scatola per terra.

Meglio per me: non devo spendere soldi di autobus. Sono curiosa di vedere quanto resisti! rise acida.

Rientrò in casa, urlando:

Ma cosè questa confusione?! Perché non avete ancora iniziato a pulire? Date qui i vostri telefoni!

Non sentii altro. Presi la scatola con delicatezza, controllai che il gattino fosse ancora dentro e salii a casa mia.

E così, del tutto inaspettatamente, mi ritrovai proprietario di una scatola di macchina del caffè e soprattutto di un piccoletto peloso lì dentro.

Di certo non era nei miei programmi adottare un gattino. Nemmeno oggi, che ero semplicemente uscito a prendere il caffè perché era finito tutto. Capitano le cose a caso, quando meno te lo aspetti.

A dire il vero, neppure sono mai stato un tipo particolarmente legato agli animali. Mai provato quel trasporto di chi si scioglie davanti a cani o gatti.

Ma lasciare che la signora Rossetti portasse il cucciolo lontano, no: quello non potevo proprio. Può darsi che essere indifferenti non significhi essere crudeli, ma io sentivo che era sbagliato.

E poi cera unaltra soluzione: bastava trovare qualcuno che lo volesse davvero.

Un gattino così bello lo avrebbe voluto chiunque, ero certo che sarebbe stato facilissimo.

Bastava fare qualche foto carina, metterla online e in un attimo si sarebbe presentata la fila alla porta per lui.

Questione di un attimo!

*****

Non persi tempo: tornato a casa, scattai subito qualche foto al piccolo e le pubblicai su vari forum, nei gruppi Regalo Gattini e Adottami.

Poi andai dal bar sotto casa per il caffè e distinto acquistai anche crocchette e una lettiera. Cosa dovevo dargli da mangiare, se non lo trovavo subito qualcuno?

Acquisti imprevisti, ma necessari.

Regalerò tutto a chi adotterà il micio, pensai, soddisfatto di questa piccola buona azione. E quasi non mi pesava la spesa.

Secondo la signora Rossetti, il gattino si chiamava Ciambellino, ma a quel nome non rispondeva affatto. Così mi misi a scegliere. Dopo un centinaio di idee, decisi:

Da oggi ti chiami Tito! Ti va bene? domandai mentre stava già lottando con le mie ciabatte pelose nellingresso.

Per lui, era chiaro: il più bello di casa era lui!

Mi misi a ridere vedendo il cucciolo alle prese con le ciabatte, e mi sistemai per lavorare un po.

Sono fotografo freelance e spesso mi commissionano servizi. È un bel mestiere, mi piace davvero. E per giunta, mi permette di guadagnare bene.

Quel giorno dovevo assolutamente consegnare delle foto di un servizio appena fatto, quindi mi misi davanti al computer a lavorare.

Ma la tranquillità non durò molto.

Tito, sistemate le ciabatte, cominciò a correre dappertutto, sbattendo ogni secondo da qualche parte. Un baccano indescrivibile.

Ehi, piccolino! mi voltai sulla sedia per rimproverarlo.

Il piccolo si piantò in mezzo al salotto, fermo, come se aspettasse istruzioni.

Capisco che hai voglia di giocare però ricorda che sei solo ospite qui, ok?

Miaoo! rispose Tito, e in quel miagolio cera già della protesta.

Non si discute! Sei mio ospite: comportati bene e lasciami lavorare.

Ahi, lerrore. Tito fece uno sguardo talmente afflitto che mi vergognai di averlo sgridato. Non poco: tantissimo.

Come si fa a sgridare una creatura così?

Va bene, gioca pure. Ma almeno fallo piano! cedetti.

Felice, lui riprese a girare per la casa come una trottola, urtando ovunque.

Vede solo lobiettivo, non vede ostacoli! Esatto, Tito pensai.

Infilai le cuffie, misi della musica e continuai a lavorare. Dopo cinque minuti, però, Tito, partito come un razzo, riuscì a infilarsi sotto la scrivania, staccando il cavo del computer con la zampina. Era già scomparso in corridoio, con aria innocente.

Ma dai E adesso? sospirai guardando il monitor spento.

Per mezzora ci siamo rincorsi io e lui. Risultato: Tito introvabile, io con un dito contuso e la gamba dolorante.

Acceso di nuovo il pc, con una smorfia, guardai su tutti i forum dove avevo pubblicato le foto di Tito.

Una miriade di mi piace! Ma nei commenti solo frasi del tipo:

Bellissimo! Che fortuna che hai! Uno splendore!

Ma nessuno che ci mettesse altro: nessun interesse serio.

Nessuna coda fuori dalla porta, nessuna richiesta in privato. Niente.

Allora aggiunsi sotto ogni post: Sono disposto a portarlo ovunque. Anche fuori Milano, anche in unaltra città, basta che trovi una casa amorevole.

Sarà che la gente non vuole venire fin qui adesso qualcuno risponderà! mi dissi.

Intanto Tito, stanco, saltò faticosamente sul divano. Rovesciato sulla schiena, ventre allaria, invocava coccole. Mi sedetti accanto a lui, a carezzarlo, finché non si addormentò.

E con lui pure io.

Così ci facemmo fuori tutta una giornata. Altro che lavoro!

*****

Dopo una settimana, mi accorsi che non era così facile trovare una casa al gattino. I like e i complimenti aumentavano, ma nessuno si faceva serio avanti.

Passarono altri tre giorni, e cominciai a riflettere:

“E se non lo vuole nessuno? Resterà da me per sempre?”

Eh bravo! Proprio quello che mi mancava! dissi a voce alta, e mi rimproverai da solo.

Proprio allora Tito dormiva accanto alla tastiera, abbracciato al mouse (così io non potevo lavorare nemmeno volendo). Ma quando sentì la mia esclamazione, sollevò un occhio e miagolò seccato: “Silenzio, che è lora della pennichella!”

Sospirai, accesi il telefono e ricontrollai i post.

Nulla di nuovo: tutti a meravigliarsi di Tito e della mia fortuna. E con ogni nuovo complimento, sentivo sempre più flebile la speranza di trovargli una nuova casa.

Poi mi tornò in mente una cosa: poche settimane prima ero stato da una psicologa, per capire cosa mi mancasse per essere felice.

Avevo un lavoro che mi piaceva, abbastanza soldi, una casa tutta mia grazie alla famiglia. Insomma, la fortuna sembrava dalla mia parte.

Eppure da un po sentivo come un vuoto di fondo.

Escludo le donne, perché avevo scelto da solo di mettere in pausa la vita sentimentale.

Cosa mancava, allora?

Non lo sapevo: per questo avevo cercato uno specialista. Ma il consiglio era stato: Parla con te stesso. Beh, non servì a granché.

Parlai anche con i miei migliori amici.

Secondo me ti lamenti troppo, disse Riccardo, che un po invidiava il mio lavoro indipendente.

Dai, Riccardo. Lavoro come te, magari anche di più. Che motivo avrei di lamentarmi?

Forse è proprio LUI che ti mancava! buttò lì Marco, addentando un cannolo.

Come?

Non “chi”, ma “cosa! Forse ti manca un briciolo di grasso per essere felice. Sei così magro che mi preoccupo. Si vede che da piccolo hai mangiato pochi dolci.

Insomma, nemmeno gli amici seppero aiutarmi. Decisi di smettere di preoccuparmi dei miei pensieri. Ma adesso, di punto in bianco, mi tornavano in testa.

“Forse, per essere davvero felice, mi mancava proprio Tito?” pensai, a bassa voce. “Forse, chissà Vedremo”.

*****

Passò un mese da quando Tito era entrato in casa. In realtà, non “passò”: volò.

Nessuno mise mai piedi a reclamare il gattino. E io mi chiedevo come fosse possibile: più di milleduecento mi piace sotto alle sue foto, e neanche una richiesta seria.

Ora però iniziavo a capire perché.

Durante quel mese era successo di tutto. Se dovessi raccontare ogni dettaglio, verrebbe fuori una versione italiana dei Promessi Sposi in dieci volumi. Ma meglio andare per sintesi.

Prima di tutto, Tito aveva dimostrato una bella intelligenza. Capiva subito quando gli ordinavo di stare lontano dal divano. Più di molte persone.

Provò anche lavori diversi per aiutarci a casa.

Iniziò, fedele alla tradizione, col designer dinterni: grazie a lui cambiai quattro tende, prima di capire che senza era meglio.

Poi provò come chef: assaggiava tutto sul tavolo della cucina e della sala, per poi sputare via. Ni i carciofini, né i funghi al balsamico, né le patate bollite lo interessavano. Finché scoprì che la scatola del suo cibo era imbattibile.

Alla fine scelse la professione di portatore di gioia a domicilio.

Quello che per me erano felicità e serenità (dormire, lavorare bene) per lui era scompigliare tutto!

Evidentemente lassù avevano deciso che la mia vita era troppo tranquilla, e mi mandarono Tito per darmi una svegliata.

Appena mi sedevo o sdraiavo, lui spuntava chiedendo con lo sguardo: Si gioca?

Poi iniziava il suo show: una sarabanda di corse, salti e acrobazie che lasciavano la casa sottosopra.

A un certo punto avevo finito per capire la signora Rossetti più di quanto pensassi, pur non condividendo le sue scelte. Nemmeno nei momenti peggiori avrei mai potuto abbandonare Tito.

Eppure, cerano tanti lati positivi.

Primo: non pensavo più a cosa mi mancava nella vita. Il problema non cera più.

Secondo: ho imparato a pulire casa in tempi record, rubando minuti al tempo del suo riposo.

E quante emozioni! Mi bastava vederlo imparare a usare da solo la lettiera per commuovermi. Gli portavo la lettiera ogni volta, anche a orari impossibili, e adesso era indipendente. Nessuno lo sapeva, ma qualche lacrima di felicità mi era pure scappata.

Certo, qualche pecca laveva ancora: adorava giocare con la lucina notturna, accendendo e spegnendo tutta la notte. Alla fine lho tolta di mezzo. Insieme alle tende.

Insomma, un bel mezzo caos, come in ogni casa con animali, ma alla lunga ci si abitua.

Dopo un mese con Tito, mi resi conto duna cosa sorprendente: non era lui a vivere in casa mia, ero io che, la sera, tornavo a casa sua, da invitato.

Tutta la giornata fuori per lavoro, e lui che mi accoglieva e salutava con la zampina la mattina.

E alla fine ho capito che non dovevo più cercare per Tito una buona casa”, perché ce laveva già: la mia, la nostra, quella di cui ero diventato il suo umano di fiducia, quello disposto a sopportare tutte le sue birichinate.

Pronto ad alzarmi anche di notte se serve, pronto a carezzarlo sul letto mentre si allunga occupando quasi tutto.

Sì, pronto, e non rimpiango nulla perché amo questo gattino e non posso non farlo. E anche Tito, a modo suo, mi vuole bene.

Adesso non mi sveglia più allalba: si avvicina piano, si sdraia vicino e aspetta tranquillo che mi svegli. Anche se, nel suo sguardo, a volte sembra dire: “Quanto dormi, papà? Dai, svegliati che io ti aspetto”.

Ed è questa la lezione che ho imparato: spesso si crede che un animale sia solo un impegno, e invece ti insegna mille volte di più la bellezza di amare senza riserve e non potresti mai più farne a meno.

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