Sono tornata a Verona, la città in cui sono cresciuta, dopo più di trentanni. Le strade mi sembravano più strette di quanto ricordassi, ma al contempo stranamente familiari. Ho ripercorso la stessa via Roma che percorrevo da adolescente, con i suoi portici e le vetrine ormai diverse.
Mi sono fermata sulla panchina di pietra accanto al giardino del Castelvecchio, lo stesso posto dove un tempo attendevo Marco. In quella mattina di martedì, grigia ma limpida, lho scorto. Portava il giornale sotto il braccio e la sua barba caratteristica, quella che già da ragazzo non aveva mai smontato. I nostri sguardi si sono incrociati e, per un attimo, siamo rimasti immobili.
Quella panchina era il ricordo di quel pomeriggio in cui lui non era venuto allappuntamento che avrebbe dovuto cambiare tutto. Io avevo settantasette anni, il cuore in subbuglio per la prima grande cotta, e non avrei più aspettato nessuno così a lungo.
Attesi unora, poi due, e infine mi alzai senza dire una parola a nessuno. Da quel giorno non lo rivedetti più, né lui mi cercò. Credevo avesse dimenticato, che per lui fosse stata solo una piccola dimenticanza. Eppure, guardandolo negli occhi, ho capito che non aveva mai smarrito quel ricordo.
Mi dispiace non essere venuto quel giorno mi ha detto prima ancora che potessi rispondere. Non ti crederai, ma mia madre era stato ricoverata durgenza. Non cerano cellulari, non potevo avvisarti.
Abbiamo cominciato a parlare di quellestate perduta, di come ciascuno di noi avesse ricostruito la vita. Marco aveva avuto una moglie, scomparsa qualche anno fa, e due figli adulti. Io, divorziata, vivevo con la mia figlia maggiore, che ormai abitava allestero. Nessuno di noi cercava quella conversazione, ma una volta avviata sembrava impossibile fermarla.
Nei giorni seguenti ci siamo ritrovati ogni giorno: un caffè al Caffè del Teatro, un gelato alla Gelateria del Municipio, una passeggiata lungo il fiume Adige. Apparentemente erano piccole cose, ma sembrava che collassimo i pezzi di un filo interrotto da tempo. Marco era attento, gentile, domandava di cose che nessuno più chiedeva. E io, di nuovo, ho sorriso come allora, quando il cuore era giovane.
Dopo una settimana ho chiamato la mia figlia e le ho detto: «Credo di essermi innamorata». Allinizio ha pensato fosse uno scherzo, poi ha insistito: «Ma davvero? Dopo tutti questi anni?»
Non sapevo cosa risponderle. Come spiegare qualcosa che semplicemente accade, quando il cuore, anche provato, può ancora tremare?
Dopo un mese trascorso in quella Verona che è al contempo vecchia e nuova, ho iniziato a chiedermi se volessi davvero restare. Ho affittato un piccolo appartamento in centro. Marco si è offerto di aiutare con i traslochi, portando scatole, avvitando lampadine, raccontando aneddoti del suo passato. Una sera è rimasto a cena, e poi anche per la notte.
Tre mesi sono passati da quel primo incontro. Tre mesi che mi hanno ricordato che la vita non si chiude quando i figli crescono, quando il marito se ne va, o quando i capelli si tingono dargento. Sì, siamo insieme, ma senza grandi proclami. Condividiamo semplici momenti, a volte ci teniamo per mano, a volte restiamo in silenzio. Limportante è che non mi sento più sola.
La panchina è ancora lì, nella stessa piazza. Quando ci sediamo, ridiamo del tempo che abbiamo dovuto aspettare trentanni. E capiamo che lattesa, per quanto lunga, può portare a una seconda primavera.
Così ho imparato che il tempo non è nemico, ma un ponte che riconduce al cuore, e che lamore vero arriva quando meno ce lo si aspetta, pronto a riaccendere la speranza.






