Non cucino più per tutti! Solo per me e Anna. – E perché mai? – si lamentò Michele. – Perché nella nostra famiglia, come ho capito, ognuno pensa solo a sé. Allora vivete così!

11 dicembre 2025
Non cucinerò più per tutti! Solo per me e Anita. Perché? chiese Michele, le sopracciglia agitate come bandiere al vento. Qui ognuno pensa solo a sé stesso. Vivete così, allora!
Mamma, dovè la mia colazione? Gianna è entrata in camera come una tempesta, la porta sembrava svanire. Farò tardi a scuola!
Ho provato ad alzarmi, ma la stanza girava come una giostra. Il termometro urlava trentotto e sette. La gola bruciava, il petto sembrava un flauto rotto.
Gianna, sono malata… Prendi qualcosa dal frigo.
Non cè niente! Solo yogurt per la piccola! Gianna rimase sulla soglia, le braccia incrociate come una statua. Pensi sempre e solo a lei!
Dalla cameretta si sentì un pianto liquido. Anita si era svegliata. Mi sono costretta ad alzarmi, le gambe di carta, davanti agli occhi vortici colorati.
Nina, dovè la mia camicia? Michele uscì dal bagno, la voce come uneco. Quella azzurra a righe?
Dovrebbe essere nellarmadio…
Non cè! Lhai stirata ieri?
Mi sono appoggiata al muro, ieri avevo danzato con la febbre, cercando di accudire la piccola.
No, non ce lho fatta.
Mannaggia! Ho una riunione! sbatté la porta, il rumore si frantumò nellaria.
Anita piangeva sempre più forte. Mi sono trascinata nella cameretta, ho preso la figlia in braccio. La bambina si strinse a me, singhiozzando come una sirena lontana.
Mamma! urlò Gianna dalla cucina. Non cè niente! Nemmeno il pane!
I euro sono sul tavolo, compra qualcosa mentre vai.
Non entro in panetteria! Ho un compito! E poi, è tuo dovere nutrire la famiglia!
Senza parole, sono andata in cucina con Anita in braccio. Ho preso delle polpette dal freezer, messo la padella sul fuoco.
E cuoci la pasta! ordinò Gianna, immersa nel telefono come in un acquario.
Mentre la colazione si cuoceva, Michele uscì dalla camera con la camicia stropicciata.
Ho dovuto mettere questa. Sembro un clochard, grazie!
Sono rimasta in silenzio. Le parole erano spine, le forze polvere.
Oggi è il compleanno di Silvia, annunciò Gianna, servendosi la pasta. Dopo scuola vado da lei. Tornerò tardi.
Gianna, sto davvero male. Puoi restare a casa? Aiutare con tua sorella?
Ma dai! Aspetto questa festa da sei mesi! E poi, non ho chiesto io una sorella! Sono affari vostri!
La figlia afferrò la borsa e uscì, la porta sbatté come un tuono.
Michele finiva la colazione, scorrendo le notizie sul telefono come se cercasse risposte.
Michele, puoi tornare prima oggi? Sto davvero male.
Impossibile. Abbiamo la cena aziendale. Doveri, lo sai.
Ma sono malata…
Prendi qualcosa. Tachipirina, o altro. Non sei immobilizzata. Resisti.
Mi ha dato un bacio sulla tempia calda, sudata e se nè andato.
Sono rimasta sola con Anita, tre anni. Lei voleva attenzione, cibo, giochi. Mi muovevo come un automa, sentendo le forze evaporare.
A pranzo la febbre salì a trentanove. Sono riuscita a nutrire la bambina, lho messa a dormire e mi sono accasciata sul divano. La testa pulsava, il cuore tamburellava.
Il telefono vibrò. Messaggio di Gianna: Mamma, dammi euro per il regalo a Silvia. Subito!
Non ho risposto. Non avevo la forza nemmeno di toccare il telefono.
La sera Michele tornò prima. Allegro, con una busta dal supermercato.
Ho preso birra e patatine! Stasera cè la partita! Si è buttato sul divano e ha acceso la TV.
Michele, dai da mangiare ad Anita, per favore. Non riesco ad alzarmi.
Così male? Finalmente mi ha guardata. Sei tutta rossa.
Ho la febbre alta. Tutto il giorno…
Allora chiama lambulanza se peggiora. Dovè Anita?
Nel lettino. Si sveglierà presto.
Ok, la nutro. Ma prima che si svegli.
La bambina si svegliò dopo mezzora. Piangeva, chiamava la mamma. Michele si staccò a malincuore dalla TV, prese la figlia in braccio.
Perché piangi? Vieni dal papà!
Ma la piccola voleva la mamma, piangeva più forte. Michele si perse.
Nina, vuole te!
Daglieli i biscotti nellarmadietto. E il succo.
Dove? Non lo trovo!
Ho dovuto alzarmi. Il mondo ondeggiava, mi sono aggrappata al muro. Ho preso i biscotti, versato il succo nel bicchiere. Anita si è calmata un po.
Gianna tornò dopo mezzanotte. Non dormivo la febbre non mi lasciava.
Perché non hai risposto al messaggio? attaccò la figlia. Ho dovuto chiedere euro alla mamma di Silvia! Che vergogna!
Gianna, sono stata tutto il giorno con la febbre quasi a quaranta…
E allora? Non potevi prendere il telefono? Due secondi!
La mattina dopo Michele mi scuoteva.
Nina, svegliati! Devo andare al lavoro, Anita urla!
La febbre era scesa, ma la debolezza restava. Mi sono alzata, ho preso la figlia, iniziato a vestirla.
E la colazione? chiese il marito.
Fattela da solo. Porto Anita allasilo.
Da solo? Non sono capace! E non ho tempo!
Imparerai.
Qualcosa nel mio tono lo ha zittito. Borbottò qualcosa e andò in cucina.
Quando sono tornata dallasilo, la casa era un disastro. Piatti sporchi, cose ovunque, letto sfatto. Di solito mi mettevo subito a pulire. Ma non oggi.
Ho fatto la doccia, bevuto il tè e mi sono sdraiata.
La sera la famiglia si riunì per cena. O meglio, davanti a un tavolo vuoto.
Mamma, cosa cè per cena? chiese Gianna.
Non so. Quello che prepari tu.
Cosa vuol dire? Gianna spalancò gli occhi.
Vuol dire che non cucino più per tutti! Solo per me e Anita.
Perché mai? protestò Michele.
Perché qui ognuno pensa solo a sé. Vivete così!
Nina, che ti prende? Michele cercò di abbracciarmi, ma mi sono scostata.
Sono stanca di fare la serva! Ieri avete dimostrato che sono solo personale di servizio. Gratis.
Mamma, ma ti ho chiesto scusa! mentì Gianna.
No, non lhai fatto. E nemmeno papà. Nessuno ha chiesto come sto.
Va bene, scusa! borbottò la figlia. E ora, digiuno?
Il frigo è pieno. Avete le mani. Cucinate.
La prima settimana fu un inferno. Gianna faceva scenate, Michele brontolava e sbatteva porte. Ho resistito. Cucino solo per me e Anita, lavo solo i nostri vestiti, pulisco solo la cameretta.
Mamma, ho i jeans sporchi! Tutto sporco! urlava Gianna.
La lavatrice è lì. Il detersivo nellarmadietto.
Non sono capace!
Imparerai. Cè listruzione sul coperchio.
Michele andava al lavoro con camicie stropicciate, mangiava al bar. I euro sparivano.
Nina, così roviniamo tutto! Mangiare fuori ogni giorno!
Cucina a casa. Costa meno.
Non sono capace!
YouTube ti aiuta! Ci sono mille ricette.
La casa sprofondava nel caos. Piatti sporchi, pavimento non lavato, polvere. Vedevo tutto, ma non intervenivo. Solo la cameretta restava pulita.
Dopo due settimane Gianna provò a cuocere la pasta. Dimenticò il sale, la lasciò troppo venne fuori una pappa.
Mamma, aiutami!
No. Impara da sola.
Sei la mamma! Devi!
Devo occuparmi dei minori. Preparare prelibatezze non è obbligatorio. Pane, latte, riso cè tutto. Non morirai di fame.
Michele provò a fare le uova. Bruciò tutto. Poi ci riprovò qualcosa di commestibile.
Guarda, Nina! Ho fatto le uova!
Ho annuito e sono tornata al mio libro. Nessun elogio, nessuna meraviglia.
Dopo tre settimane lappartamento sembrava una discarica. Gianna piangeva davanti a una montagna di panni sporchi.
Mamma, ti prego! Lultima volta! Non ho niente per andare a scuola!
Ieri sei stata a casa tutto il giorno. Potevi lavare.
Facevo i compiti!
Io lavoro da casa, cucino, pulisco per Anita, la porto fuori. E riesco a fare tutto.
Ma tu sei adulta!
E tu vuoi i diritti degli adulti? Uscire fino a tardi, ricevere euro per divertirti? Allora assumi anche i doveri.
Alla fine del mese la resistenza si spezzò. Gianna imparò a lavare, cucinare piatti semplici, pulire. Michele imparò non solo le uova, ma anche la pasta e persino una zuppa facile.
Una sera sono tornata dal parco con Anita. In cucina la tavola apparecchiata, profumo di cibo. Michele e Gianna con facce colpevoli.
Mamma, abbiamo preparato la cena, disse piano la figlia. Io ho fatto linsalata, papà ha cotto il pollo.
Grazie, ho risposto tranquilla.
Mamma, perdonaci, Gianna abbassò lo sguardo. Non capivamo davvero… Quanto fosse difficile per te.
Nina, non lo faremo più, aggiunse Michele. Davvero. Aiuteremo.
Li ho guardati. Non erano cambiati, no! Ma la paura di restare senza mamma e moglie che fa tutto si era radicata.
Ora sapevano se esagerano, la mamma non perdona. Può lasciarli soli con i piatti sporchi e le camicie stropicciate.
Va bene, ho detto. Ma ricordate. Non sono una serva. Sono una persona. Un membro della famiglia. E il rispetto è dovuto!
Abbiamo capito, annuì Gianna. Davvero, capito.
A cena si parlò poco. Ma latmosfera era diversa. Gianna sparecchiò da sola, Michele lavò i piatti. Piccole cose? Sì. Ma per me era una vittoria.
Di notte, mettendo a letto Anita, ho sussurrato:
Tu crescerai diversa. Autonoma. Non penserai che il mondo ti deve tutto. E troverai un uomo che laverà il piatto senza che glielo ricordi.
Anita sorrise assonnata, mi abbracciò. In camera Michele mi aspettava con una tazza di tè.
Tieni. Il tuo preferito, con miele.
Grazie.
Nina, ci avresti davvero lasciati?
Sono rimasta in silenzio.
Non vi avrei lasciati. Ma non avrei vissuto come prima. Basta. Anchio sono una persona. E ho diritto al rispetto.
Abbiamo davvero capito tutto.
Vedremo, ho sorseggiato il tè. Il tempo dirà.
E il tempo parlò. No, la famiglia non divenne perfetta. Gianna a volte dimenticava i piatti, Michele la camicia. Ma la cosa importante era cambiata.
Ora vedevano Nina non come una domestica gratuita, ma come una persona. Moglie, madre, donna che può stancarsi, ammalarsi, desiderare riposo.
Era linizio. Linizio di una nuova vita, dove ognuno pensa a sé ma aiuta gli altri. Dove grazie si dice per la cena preparata. Dove la mamma può riposare e nessuno si lamenta se manca il pranzo.
Una piccola rivoluzione in una famiglia italiana. Ma quanto era necessaria…
Se vi riconoscete, provate anche voi. Funziona…
Ha fatto bene la moglie? Scrivete nei commenti cosa ne pensate. Mettete un mi piace.

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Non cucino più per tutti! Solo per me e Anna. – E perché mai? – si lamentò Michele. – Perché nella nostra famiglia, come ho capito, ognuno pensa solo a sé. Allora vivete così!
Ho 68 anni e oggi mio figlio mi ha dato uno schiaffo in faccia perché ho cortesemente chiesto a sua moglie di non fumare in mia presenza.