Il Cuore Devoto

Il rossofuoco Ruggiero era parte integrante di quel vecchio molo, come le assi cigolanti bruciati dal sole e il profumo di alghe mescolato al fresco delladriatico. Ogni giorno, precisamente alle cinque di pomeriggio, affacciava il muso sul bordo del pontile, si sedeva nello stesso punto e fissava lorizzonte. I suoi occhi nocciola, persi in un pensiero quasi umano, scovavano tra linfinito azzurro una sola lampada.

Gli abitanti delle case colorate sul lungomare lo conoscevano da tempo. Prima lo osservavano con compassione: «Povero cane, aspetta il suo capitano Andrea». Poi la pietà si trasformò in rispetto e in una cura silenziosa e premurosa.

Lo nutrivano. Il vecchio pescatore Michele gli portava pezzi di pesce appena pescato. «Ecco, Ruggierino, ricaricati, sei di servizio», borbottava accarezzandogli il collo massiccio. La giovane barista Ginevra, del caffè sul molo, lasciava sempre una ciotola dacqua e qualche briciola di focaccia. Ruggiero scodinzolava con gratitudine, accettava il cibo senza mai distogliere lo sguardo dal suo posto. Doveva attendere.

Ricordava quel giorno come si ricorda il tesoro più prezioso della vita. Sentiva la mano ferma del suo padrone, Andrea, poggiata sulla sua testa. La voce bassa e calma: «Aspettami qui, Ruggiero. Tornerò». E lodoreun misto di tabacco, sale marino e qualcosa di indefinitoera lessenza stessa del suo capitano.

Poi Andrea salpò sulla sua barca «Gabbiano». Partì e non tornò più. La tempesta di quellinverno fu feroce, e il mare che Andrea amava non gli concesse scampo. I relitti del «Gabbiano» furono trovati dopo qualche giorno.

Si cercò Andrea a lungo, setacciando ogni metro di costa, ma il mare non volle più restituirlo. Il suo spirito rimase per sempre tra le onde.

Ruggiero non ne sapeva nulla. Conobbe solo una parola: «Aspetta». E quel «aspetta» divenne la legge del suo cuore devoto, scritta non su carta ma dentro di sé.

Passarono settimane, poi mesi. Lautunno cedette al gelido inverno, e infine la primavera riempì il molo di bagnanti. Ma la routine di Ruggiero rimaneva immutata. Veniva sotto il sole rovente e sotto la pioggia gelata, sfidava le bufere quando il suo manto rossiccio si copriva di brina, e rimaneva lì. Seduto, in attesa.

Talvolta, quando il vento portava lodore del mare, il suo naso percepiva un profumo familiare. Scattava, orecchie tese, guaiva piano, scrutando le onde avventate. Ma le onde erano vuote, lodore svaniva. Si rasseggiava, inspirando più a fondo.

Un giorno comparvero nuovi volti sulla riva: una famiglia in vacanza, papà, mamma e un ragazzino di otto anni, Alessandro. Il bambino notò subito il cane solitario e, senza timore della sua stazza, gli porse un pezzo di pane. Ruggiero accettò con cortesia, ma senza grande interesse, e tornò a fissare il mare.

La famiglia veniva ogni giorno al litorale, portando al cane una volta la polpetta del ristorante, poi i cracker del chiosco. I genitori osservavano con malinconia quella sorveglianza quotidiana. Un pomeriggio, la madre di Alessandro comprò dei chicchi di mais bollito da una vecchia venditrice del lungomare.

E il vostro cane? chiese cortesemente la donna.

Di chi è ora è di nessuno, sospirò la signora, sistemando il suo foulard a quadri. Prima apparteneva al capitano Andrea. Il suo «Gabbiano» partì prima della tempesta e non tornò più. I relitti li trovarono, ma lui non lo trovarono. Il mare non lo restituì. E Ruggiero ancora aspetta. Il cuore di un cane non si inganna con lordine di «non attendere».

Alessandro, silenzioso accanto, ascoltava con gli occhi spalancati. La storia si era impressa nella sua anima. Quella stessa sera, mentre i genitori si accomodavano sui lettini, il ragazzo si avvicinò a Ruggiero e si sedette delicatamente sul caldo legno del molo, senza cercare di accarezzarlo.

Sai, iniziò timido il bambino, guardando verso limmensità azzurra. Il tuo padrone è molto, molto lontano. Così lontano che non può più tornare qui, per quanto desideri.

Ruggiero si irrigidì, lorecchio tremò, come a riconoscere quel nome nel bisbiglio del ragazzo.

Lui ti ricorda, proseguì Alessandro, più sicuro. E gli è doloroso che tu sia solo. Ma non può più tornare. Capisci? È impossibile.

Il cane sospirò profondamente, poggiò il muso sulle zampe e restò immobile. Sembrava ascoltare. Forse, nella voce di quel ragazzino, che portava il nome del suo padrone, sentiva non parole ma quellessenza intangibilecalore e partecipazioneche gli mancavano nel suo eterno stare in attesa.

Da quel momento Alessandro veniva ogni sera al molo per sedersi accanto al guardiano ruggine e raccontargli che il capitano Andrea lo teneva nel pensiero e lo amava, anche da quel lontano viaggio senza ritorno.

Quei racconti diventarono rito. Ruggiero accoglieva il ragazzo. Non scodinzolava né mostrava gioia sfrenata, ma al sentire i passi familiari girava la testa, fissando Alessandro con quegli occhi fedeli e tristi, dove sembrava apparire una goccia di conforto.

Oggi ho visto dei delfini in mare, disse il bambino, accomodandosi più comodo. Forse è il tuo padrone a mandarli, così non ti annoi. Sa che ti aspetti.

Ruggiero ascoltava attento, come se comprendesse ogni parola. Non si agitava più al suono delle onde; ora udiva solo la voce lieve del ragazzo, ponte fra il cuore fermo sulla riva e quello che è svanito nelleternità.

Un giorno Alessandro portò una cartina nautica comprata al mercato dei souvenir.

Guarda, spiegò, stendendo la mappa sul legno. Ecco il nostro mare. E il tuo padrone, forse, è lì, oltre tutte queste isole, nel posto più bello, dove il cielo è sempre sereno e i pesci abbondano.

Il cane annusò la carta con cautela, cercando di cogliere il profumo familiare tra linchiostro e il sale. Sospirò di nuovo e fissò lorizzonte, ma ora lo sguardo era meno teso, meno disperato.

I genitori di Alessandro osservavano quellamicizia con una dolce tristezza. Capivano che il loro figlio, senza rendersene conto, faceva del benenon cercava di far dimenticare al cane, ma di aiutarlo a ricordare, senza infliggere ulteriore dolore.

Lultima sera prima della partenza, Alessandro diede a Ruggiero il suo dono più prezioso: una pietra di mare luccicante, simile a una bussola.

Tienila, disse il ragazzo, posando la pietra davanti al cane. Così non ti perderai. Il tuo capitano è sempre nel tuo cuore. Potrai trovarlo quando vorrai.

Ruggiero toccò con la zampa la pietra fresca e liscia, poi leccò delicatamente la mano di Alessandro. Fu il primo gesto di affetto che concesse dopo mesi di solitudine.

Il mattino seguente la famiglia partì. Il molo tornò vuoto. Ma qualcosa era cambiato. Ruggiero continuava a recarsi ogni sera al suo posto, a fissare il mare, ad attendere. Accanto a lui giaceva la pietra scintillante, e nei suoi occhi, oltre alla nostalgia, brillava una nuova, tranquilla certezza.

La certezza che lamore non muore con la separazione. Che lo aspettano non solo su quelle assi fredde, ma anche oltre lorizzonte, dove tutti i cuori fedeli, alla fine, trovano la loro rotta.

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