25 dicembre 2023
Sono Marco Rossi, di Milano, e questa è la mia cronaca di un inverno che non dimenticherò mai.
Dopo la festa di compleanno di alcuni amici, Lucia e io ci incamminammo verso casa. Era già a novembre e, sotto la luce fioca dei lampioni, la neve cadeva lenta, spazzolata da un leggero vento che faceva danzare i fiocchi.
Che bel panorama! esclamò Lucia, gli occhi rapiti dal bianco.
È vero, risposi, stringendola a me.
Mentre proseguivamo, Lucia si fermò improvvisamente.
Senti? mi chiese.
Sì, un bambino piange risposi, guardandomi intorno.
A questora qualcuno porta fuori un neonato? È un pianto così puro commentò preoccupata Lucia. Lo sento vicino, ma non riesco a capire dove.
Ci fermammo e, guardandoci attorno, capimmo che il suono proveniva dal Parco Sempione. Una panchina, già coperta di neve, custodiva un piccolo pacchetto da cui usciva il lamento.
Che piccola… sussurrò Lucia. Ma dove sono i genitori?
Sembra che labbiano lasciata lì da sola ipotizzai.
Con delicatezza, Lucia prese il bimbo fra le braccia. Il pianto cessò subito.
Piccolina, chi ti ha ferita così? le disse con dolcezza. Come hanno potuto abbandonarti al gelo?
Ritornammo a casa e adagiammo il neonato sul divano. Quando aprimmo il corpo avvolto in una coperta di lana logora, scoprii una bambina di appena qualche settimana, con una maglietta consumata e un copertina rattoppata.
È urgente nutrirla, e i pannolini devono essere cambiati da ore piagnai, stringendo la piccola.
Vado subito a comprare tutto, promise Lucia.
Prendi anche il latte in formula, il biberon e i pannolini usa e getta aggiunse, cullandomi il bambino ormai riscaldato. Il suo sguardo era pronto a scoppiare in lacrime.
Dopo quindici minuti, tornai con la spesa: latte in polvere, biberon, una confezione di pannolini monouso.
Ecco, sono qui dissi, posando la borsa.
Perfetto, ora la facciamo addormentare e la nutriamo esultò Lucia, mescolando la formula. La pelle della piccola era piena di rossori; le spalmammo una crema delicata e la sistemammo su un pannolino pulito. Afferrò subito il ciuccio, come se non avesse mangiato da giorni.
Dobbiamo avvisare i Carabinieri, altrimenti sembrerà che labbiamo rubata noi osservò Lucia.
Hai ragione, non voglio finire nei loro occhi risposi, preoccupato.
Il mattino seguente, assistenti sociali e Carabinieri entrarono nella nostra casa. Videro Lucia, con il cuore in gola, mentre portavano via la piccola. In una notte, mi ero affezionato tanto a quel bagliore di vita che perderla fu un colpo al cuore. Lucia e io non avevamo figli da sette anni; avevamo già perso un bambino al quarto mese di gravidanza e da allora non avevamo più sperato in una maternità.
Rimanemmo soli, ma il pensiero di quella bambina ci teneva svegli.
Amore, vorrei ancora tenerla tra le braccia! È così bella confessò Lucia.
Sai, mi è piaciuta tutta questa confusione intorno al piccolo fagotto risposi, guardando fuori dalla finestra. Sul parco, madri con passeggini sorridevano. Immaginai Lucia tra quelle donne felici e sorrisi.
Tre mesi dopo, la nostra speranza si realizzò. Le autorità non riuscirono mai a rintracciare i genitori biologici di Ginevra, così la tenemmo con noi. Compremmo tutto il necessario: passeggino, lettino, vestiti, giocattoli. Ginevra divenne la nostra gioia. Lucia passeggiava fiera con il passeggino rosa nel cortile, chiacchierando alle altre mamme di Milano. Nessuno dubitava che dei genitori adottivi avrebbero fatto qualsiasi cosa per il proprio figlio.
Ginevra crebbe forte e determinata. A diciassette anni si diplomò con lode e decise di iscriversi alla Facoltà di Scienze dellEducazione.
Al suo ballo di fine anno, la famiglia si riunì intorno al tavolo per festeggiare. Improvvisamente qualcuno bussò alla porta.
Apro io, voi lasciate stare, ragazze disse io, sorridendo, e corsi verso lingresso.
Giunse una coppia ubriaca, un uomo e una donna vestiti di giacca grigia logora. Si impadronirono della stanza senza timore.
Ginevra, congratulazioni per la tua laurea! esclamò la donna, facendo capolino tra i tavoli.
Siamo i tuoi veri genitori bisbigliò, con voce rauca, la donna, presentandosi come la “madre”. Ci hanno trovata su una panchina di un parco, diciassette anni fa.
Che cosa state facendo qui? chiese Ginevra, sorpresa.
Siamo i tuoi genitori biologi, ma siamo alcolisti, siamo solo venuti a bere rispose luomo, grattandosi la nuca.
Ah, siete qui per un brindisi? rispose Ginevra con sarcasmo.
Lucia intervenne, raccontando con gli occhi pieni di lacrime la storia di Ginevra. La donna ubriaca, Zia Pina, si infuriò e cominciò a urlare, mentre il marito agitava le mani, perso nel tempo.
Alla fine, la coppia se ne andò, lasciandoci un odore di alcol sul portone. Chiusi la porta e sospirai di sollievo.
Che puzza hanno lasciato! esclamai, aprendo la finestra per far entrare laria fresca.
Ginevra, curiosa, mi guardò e chiese:
È vero tutto questo?
Io, con un sorriso, risposi:
Sì, figlia mia.
Il padre e la madre ci raccontarono come, quella notte, lavevano trovata avvolta in una copertina usurata, sul freddo della panchina. Descrivettero il trambusto per la burocrazia dellaffido.
Allora allora, mamma, papà, vi voglio ancora di più! quasi piangendo, disse Ginevra, abbracciandoci entrambi. Il suo abbraccio mi ricordò quanto fosse stato fragile quel gesto spontaneo di una notte dinverno.
Il tempo passò. Quegli ospiti sbronzi sparirono, e noi capimmo che la loro visita era solo una ricerca di soldi. Ginevra, ormai adulta, non dimenticò mai i fratellini che forse ancora vagavano da qualche parte. Un giorno decise di cercarli. Con il suo compagno, Venanzio, arrivò a una casa diroccata dove viveva una famiglia disfunzionale.
È qui? chiese Venanzio, guardando la porta di legno.
Sì, rispose Ginevra, entrando nel cortile abbandonato.
Bussarono e una donna trasandata, Zia Pina, li accolse con un ghigno.
Ah, vi ricordate di noi? Entrate. Chi è il tuo sposo? Facciamo un brindisi per lui!
Venanzio, serio, rispose che non era per quello che erano venuti. La donna sospirò, parlando del padre sepolto lanno prima. Due bambini dal volto timido comparvero nella porta, guardandoli con occhi curiosi.
Venanzio porse loro due scatole di caramelle; i piccoli le afferrarono subito. Dentro cera Michele, un ragazzino riservato ma intelligente, che sognava di studiare.
Ginevra si avvicinò, sorridendo.
Piacere, sono tua sorella disse, tendendo la mano.
Michele esitò, ma accettò il gesto. Decisero di aiutare il ragazzo a entrare alluniversità, trovandogli un appartamento a Milano. Ogni giorno Ginevra e Venanzio lo visitavano; Michele fiorì, divenne sorridente, raccontava barzellette e portava gioia ai suoi nuovi genitori.
Nella casa della madre alcolista rimanevano ancora due bambini, di nove e dieci anni. Ginevra, con il cuore aperto, li accoglieva a scuola, portava loro cibo e li portava al cinema o al parco. Quando la madre morì per le conseguenze del suo stile di vita, i due bambini furono affidati alle cure di Ginevra.
Nel frattempo, noi, Marco e Lucia, eravamo considerati genitori amorevoli. Presto la nostra famiglia crebbe ancora con altri due figli, Artù e Valeria, che furono cresciuti da me e da Ginevra, dimenticando le ombre del passato. Entrambi divennero psicologi, aprendo un centro di ascolto a Milano, dove aiutavano chi, come noi, aveva vissuto uninfanzia difficile.
Riflettendo su tutto questo, ho capito una verità fondamentale: la famiglia non è solo sangue, ma la scelta di amare e proteggere chi ci sta accanto. È questo che ho imparato e che porterò sempre con me.







