L’Equilibrio Perfetto

Io, Gianni Rossi, ho sempre pensato a mia moglie Anna Bianchi come a una donna estremamente pratica. Per tutta la vita ha lavorato come ragioniera, tenendo sotto controllo non solo i conti in euro ma anche ogni sua azione. Nulla di superfluo, nulla di avventato. Anche il divorzio da ventanni, che ha affrontato senza drammi, lha gestito con la stessa freddezza: ha semplicemente firmato i documenti non appena ha capito che mio marito non avrebbe mai smesso di bere.

Lunica cosa che la stravolgeva era nostro figlio, Massimo.

Era il suo completo opposto. Da bambino sognatore, riempiva di pirati le pagine dei quaderni scolastici. Da giovane romantico, scriveva poesie a tre di notte. Ora, a trentacinque anni, non aveva ancora trovato una bussola, come se fosse bloccato in una ricerca eterna, che Anna chiamava fuga dalla responsabilità. Passava da un lavoro allaltro, ma si fermava al massimo per un mese o un mese e mezzo.

Mamma, non capisci diceva, agitando le braccia. Non posso restare fermo in un ufficio per trentanni, come fai tu!

Io non sono bloccata rispondeva lei, fredda. Ho costruito una carriera.

Massimo alzava gli occhi al cielo.

Ogni loro discussione si trasformava in una lite. Lei, testarda e razionale, con piani ben definiti. Lui, diletto, impulsivo, che viveva lattimo.

Vivi ancora con me perché non hai i soldi per affittare un appartamento! lo rimproverava.

E invece viaggio! ribatteva.

Con quali soldi?

Con quelli che riesco a guadagnare, più quelli che mi dai tu sorrise, e Anna si arrabbiò ancora di più.

Provò a raddrizzarlo: lo mise in lavori normali, lo portò da psicologi, lo minacciò di togliere leredità. Ma Massimo rimaneva Massimo: spensierato, poco pratico e incredibilmente amato.

Perché, nonostante tutto, ogni volta che entrava nella casa con gli occhi ardenti e parlava delle sue nuove idee, Anna si ritrovava a pensare:

«Dio mio, quanto somigliava a me quando ero giovane»

Alla stessa giovinezza che lei stessa aveva seppellito sotto il peso dei debiti e delle responsabilità. E questo la faceva infuriare più di ogni altra cosa.

Quel pomeriggio Massimo irrompe nella cucina, spalancando la porta con una forza tale che il vento rovesciò le bollette sul tavolino. Anna sobbalzò, quasi facendo cadere la tazza di caffè che stava per portarsi alle labbra.

Mamma! ansimò, fermandosi a metà stanza, come se avesse corso per tutta la città. I suoi occhi brillavano come se riflettessero non il sole della finestra, ma qualcosa di più luminoso e sfuggente.

Anna posò lentamente la tazza sul piattino, socchiudendo gli occhi. Riconobbe quel sguardo: lultima volta lo aveva visto quando Massimo aveva sedici anni, correndo a raccontarle lammissione alla scuola darte.

Lho incontrata annunciò, e quelle tre parole suonarono solenni, quasi un giuramento.

Chi è lei? chiese Anna, già intuendo cosa avrebbe sentito.

Quella di cui ti parlavo Massimo sfiorò i capelli, rendendoli ancora più disordinati. Un sorriso indebolito gli sfuggiva dalle labbra, ma cercava di trattenerlo.

Anna incrociò le braccia sul petto. Conosceva già quel copione, il terzo di due anni.

Unaltra pittrice? interrogò, cercando di mantenere una voce ferma. O, per Dio, una poetessa? Lultima volta ne ho avuto abbastanza delle tue creature artistiche.

Massimo scoppiò a ridere, cristallino e genuino, come quando era piccolo e lei gli faceva il solletico prima di dormire.

No! esclamò, facendo un passo avanti. È una dottoressa. Una terapista. Lavora nella nostra clinica.

Lo disse con la stessa arroganza con cui si annuncia un premio Nobel. Anna, alzando gli occhiali e pulendoli con il bordo del grembiule, lo guardò scettica.

E cosa cè di speciale in lei? chiese, già intuendo che questa volta era serio.

Tutto sussurrò Massimo, e in quella singola parola cera così tanta riverenza da farle alzare un sopracciglio.

Non riusciva a spiegarsi con le parole che sua madre si aspettava. Non parlava di studi, di titoli, di prospettive. Stava semplicemente in mezzo alla stanza, il volto illuminato.

Ieri, quando sono andato a prendere il certificato per la piscina, mi ha guardato

Si bloccò, come se le parole gli mancassero. Anna vide il labbro inferiore tremare.

E ho capito. È lei.

Continuò:

Mamma, oggi ci siamo incontrati! Al bar allangolo!

Anna posò la tazza sul tavolo.

E comè andato il vostro appuntamento?

Lei Massimo esitò, senza sapere da dove cominciare. È così comune e al tempo stesso

Inusuale? chiese la madre, alzando un sopracciglio. Che cosa ha di inusuale?

Massimo rifletté un attimo, poi il volto si aprì in un sorriso caldo.

Capisci, mamma, con lei è come con un vecchio amico. Nessuna pressione, nessun gioco. Semplicemente chiacchieravamo di cose stupide di come odia le mandarini con i semi, mentre a me non piace trovare polpa nel succo.

Rise ricordando:

A un certo punto mi sono accorto di averle raccontato per mezzora della nostra vecchia casa di campagna e di come da bambino temessi le rane nello stagno. E lei non sbadigliava, non guardava il telefono davvero mi ascoltava.

Anna sorrise involontariamente.

È davvero raro al giorno doggi.

La cosa più strana abbassò la voce è che non ho dovuto inventare nulla per impressionarla. Sono stato me stesso e questo è bastato.

Cominciò a gironzolare per la cucina, gesticolando.

Poi siamo usciti dal bar e non crederai! Ha proposto di fare una passeggiata a piedi, anche se era già buio e pioveva a dirotto. Ha detto: Adoro lodore del marciapiede bagnato.

Anna lanciò unocchiata alle sue scarpe da ginnastica fradice sullo stipite.

Quindi è per questo che i piedi sono bagnati? Pensavo ti fossi tuffato in una pozzanghera.

Mamma, abbiamo camminato per due ore! aprì le braccia. Chiacchieravamo, ridevamo

Si fermò, guardando la pioggia scorrere fuori dalla finestra.

E sai qual è la parte più sorprendente? Quando lho accompagnata a casa, mi ha semplicemente detto grazie per la serata e se nè andata. Niente giochi, niente magari, niente di tutto ciò

Anna versò del tè caldo nella sua tazza.

Allora, pare che finalmente tu abbia trovato una donna che vale la pena. Ma ricorda, se ti raffreddi a causa della pioggia, sarò io a curarti, non lei. Hai capito?

Massimo sorrise e allungò la mano per prendere un biscotto, ma Anna gli sbatté la mano.

Prima cambia i vestiti! E lava le mani!

Lui fece una smorfia delusa, ma si diresse obedientemente verso il bagno. Un minuto dopo tornò, asciutto, avvolto in un maglione.

Mamma, posso invitarla a casa domenica? chiese, gli occhi colmi di speranza.

Anna, facendo finta di fare una smorfia, rispose:

Se sei così deciso Avvertila però che non organizzerò un ricevimento ufficiale. Che venga come a casa nostra.

Grazie! quasi saltò dalla gioia. Dicono che le piace il cibo casalingo.

Allora avete già discusso dei gusti gastronomici rise Anna. Bene, preparerò la tua torta di mele preferita.

Sei la migliore! lo abbracciò con entusiasmo.

Massimo afferrò il biscotto. Questa volta Anna non lo fermò.

Osservò il figlio masticare felicemente il dolcetto e, per la prima volta da tempo, vide in lui un uomo davvero realizzato.

Sentì, chiese improvvisamente, come si chiama la tua dottoressa?

Massimo si fermò a metà bocca, gli occhi spalancati.

Oh, mamma, non crederai Si chiama Anna. Proprio come te. Ma lei preferisce che la chiamino Annetta.

Anna rimase immobile, la tazza nelle mani, le sopracciglia inarcate.

Anna? ripeté lentamente. Beh sembra il destino.

Posò la tazza nel lavandino e si girò verso il figlio:

Quando verrà? Domenica a pranzo?

Sì, se ti va Massimo sbatté un colpo sulla sedia. Mamma, non le farai domande su carriera e investimenti, come lultima volta?

Anna sbuffò.

Dai, se è riuscita a sopportare i tuoi calzini bagnati e le storie sulle rane, cercherò di essere cortese.

Andò al pensile e tirò fuori il taccuino delle ricette.

Avvertila però che non cucino per ospiti da cinque anni. Se la torta non riesce, colpa tua.

Massimo fece una smorfia divertita.

Non ti preoccupare. A lei piace limperfezione. Dice che rende le persone vive.

Domenica mattina, alle dodici, la torta di mele era pronta: crosta dorata, profumo di cannella, fette di mela disposte a fila. Anna, con il grembiule impeccabile e i capelli perfettamente raccolti, apparecchiava la tavola nel salotto.

Mamma, rilassati aiutava Massimo a disporre i piatti.

Nessun rilassati. Se devo fare qualcosa, la faccio bene.

Alle due e trenta suonò il campanello.

Annetta comparve sulla soglia, vestita con un semplice ma elegante abito, con un piccolo bouquet di crisantemi e una bottiglia di buon vino.

Buongiorno, signora Bianchi. Grazie per linvito.

Entra pure annuì la padrona di casa, apprezzando il trucco manicure sobrio, lassenza di profumo invasivo e il gesto di togliersi le scarpe al corridoio.

Al tavolo si respirava una conversazione leggera ma confortevole. Annetta non faceva domande invadenti, non lusingava, ma non rimaneva nemmeno in disparte. Quando Anna servì la torta, la giovane ne prese un pezzo con la forchetta e assaggiò.

È splendida dichiarò sinceramente. Lequilibrio tra acidità e dolcezza è perfetto.

Grazie Anna si addolcì. È una ricetta di famiglia.

Si sente sorrise Annetta. Fatto con il cuore.

Massimo brillava come una lampadina, ma non si immischiava.

Dopo il caffè, Annetta si alzò improvvisamente e cominciò a raccogliere le stoviglie.

No, no, non è necessario! balzò Anna.

Permettetemi, porterò tutto in cucina disse Annetta con dolce determinazione.

La padrona alzò un sopracciglio, ma non contraddisse.

Quando lospite se ne andò, Anna, asciugando il tavolo già perfettamente pulito, lanciò un breve commento:

Non è stupida.

Massimo, con la tazza ancora in mano, chiese:

È un complimento?

È una constatazione pose la tovaglietta al suo posto. Invitala ancora qualche volta.

Girandosi verso la finestra, sorrise a malapena.

«Ecco, finalmente è arrivata», pensò, sentendo un calore strano nel petto.

Non era una pittrice presuntuosa, né una poetessa volubile, ma una dottoressa con mani ferme e sguardo tranquillo. Una donna che non si è presentata come ospite, ma ha semplicemente iniziato a mettere via i piatti come se lo facesse da sempre.

«E la torta è stata apprezzata», concluse Anna, soddisfatta.

Lanciò unocchiata furtiva al figlio. Lui stringeva la stessa tazza da cui Annetta aveva bevuto, e nei suoi occhi brillava qualcosa di nuovo non il consueto scintillio, ma una gioia profonda e silenziosa.

«Che fortuna, figlio mio», pensò. «Finalmente la fortuna ti ha sorriso».

E capì, allora, che anche a lei era giunta la fortuna: guardandolo, non vedeva più quel ragazzino eternamente perso, ma un uomo adulto, felice, e soprattutto, fortunato.

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