La sventura arrivò senza preavviso. Forse, però, chi può davvero sfuggire al destino? Essa cadeva come la neve sul capo, improvvisa e implacabile.
Guglielmo, autista di camion a lunga percorrenza, per cinque anni girò il volante lungo la tratta ItaliaSlovenia, SloveniaItalia. La foto della sua amata moglie, Benedetta, affacciava sul paraurti anteriore; Radio Deejay rimbombava dagli altoparlanti, un caffè forte nel thermos lo teneva sveglio cosa più necessaria a chi trascina rottami per le strade? Eppure mancava ancora qualcosa: il profumo familiare del suo scialle, intrecciato dalla cura della madre; la stretta di mano decisa del padre prima di ogni viaggio; la ferma certezza che, al ritorno, la casa lo aspettava col suo affetto. Ogni giorno, ogni ora, ogni secondo, la famiglia lo attendeva.
Un giorno non tornò dal suo giro. Dopo diversi giorni, Benedetta apprese che Guglielmo era finito allospedale di Bergamo. Un camion che viaggiava nella direzione opposta aveva perso il controllo in una curva; il suo veicolo si era spostato di lato, cercò di sfuggire allimpatto, ma fu invano. Entrambi i mezzi finirono capovolti. Il conducente dellaltro camion se ne uscì con una leggera scossa di paura, mentre Guglielmo subì una grave commozione cerebrale. La tragedia colpì le parti del cervello deputate alla memoria. Potrebbero esserci stati danni peggiori: arti, linguaggio, volontà ma il fato fu così. Non ricordava più il suo nome, né chi fosse, né ciò che gli era accaduto. Quando i parenti entrarono nella sua stanza, lui li vedeva come sconosciuti. I medici non potevano offrire previsioni ottimistiche; il cervello è un meccanismo complesso e ancora poco compreso, e resta nelle mani di Dio. Se si riprende, bene; se non lo fa, non resta che accettare e andare avanti.
Fu dimesso, ma la realtà si rivelò ben più intricata di quanto avessero immaginato: non solo aveva perso il passato, ma la sua memoria a breve termine lo tradiva costantemente. Non ricordava ciò che era avvenuto tre ore prima, dimenticava compiti quotidiani. Lasciarlo da solo era impossibile, perché non riusciva né a riscaldare il cibo sul fornello né a fare una semplice passeggiata. Esisteva il timore che non trovasse più la via di casa. Non perse lintelletto, la volontà, la motricità o le emozioni non divenne perciò una persona vuota ma la sua memoria, che col tempo poteva tornare, era svuotata. Così succede.
Benedetta era incinta. Si assentò dal lavoro, entrò in maternità e dedicò ogni attimo alluomo. Di notte piangeva, ricordando come Guglielmo attendeva il loro figlio, come durante ogni viaggio portava piccoli regali al nascituro non ancora nato.
Perché, Guglielmo? si lamentava Benedetta non è ancora il momento. Dicono che non si compri il futuro, è una cattiva credenza.
Che credenze, cara? rise Guglielmo, cullando la moglie tra le braccia voglio solo che la nostra bambina, al primo sguardo nella sua stanza, sia felice. Che ci siano giocattoli dappertutto, un mare di risate.
Lui stesso disponeva i giochi sugli scaffali, li posava sul davanzale, li appendeva sopra il lettino. Al momento della dimissione, linfermiera consegnò a Benedetta un piccolo orsetto di peluche.
Strano, lo porti come talismano? chiese, ironica, chiedendosi perché un adulto avesse un giocattolo in viaggio.
Sì, è il nostro talismano rispose Benedetta.
Lorsetto fu messo sul comodino del marito, non nella stanza della bambina. Passeggiavano insieme al parco, ridevano, mangiavano gelato. Gli astanti li vedevano come una coppia felice, in attesa di un nuovo arrivo. E così era, quasi. Dopo una breve pausa, Guglielmo non ricordava più la passeggiata né il fatto che avesse una moglie incinta. Benedetta doveva ricominciare da capo, spiegargli che era sua moglie, che presto sarebbe nata la piccola attesa. I nonni, sempre presenti, aiutarono la madre a gestire le difficoltà.
Un pomeriggio, il padre di Guglielmo chiamò Benedetta in cucina, chiuse la porta e le disse:
Benedetta, capiremo se un giorno deciderai di allontanarti da Guglielmo. Sei giovane, bella, la vita è lunga. Ma quanto resisterai? Tra un anno o due lo odierai. È un peso difficile da sopportare, soprattutto se la sua memoria non tornerà. Non ti preoccupare per la nipotina, noi la amiamo, la nostra piccola luce. Ti aiuteremo se servirà. Capiremo, figlia, capiremo tutto.
Dentro Benedetta montò una tempesta di stanchezza, ansia e offesa. Raccolse le forze, sorrise e inclinò delicatamente la testa verso il suocero, Giovanni. Giovanni la accarezzò sui capelli rossi e sussurrò:
Non crollare, figlia, ce la faremo. Sei forte, anche con il peso del bambino.
Effettivamente, Benedetta era sempre stata snella e di statura ridotta. Guglielmo, accanto a lei, sembrava un gigante. Quando la presentò ai genitori, questi rimasero stupiti, ma non dissero nulla. Poi, chiedendo a Guglielmo:
È davvero un tesoro di cristallo! Dove lhai trovata? la famiglia la accolse subito. Era una ragazza buona, un po timida, e, soprattutto, accogliente verso i suoceri. Da allora Guglielmo la chiamava spesso cristallo mio.
Nacque la bambina, Milena. Guglielmo, insieme ai genitori, accolse la madre dalla casa maternità, raggiante di gioia. Il giorno dopo, chiese:
Che bambino è questo? e Benedetta dovette ricominciare a raccontare tutto, con qualche nuovo dettaglio: la piccola Milena. Guglielmo prendeva la figlia in braccio, gli occhi brillavano di felicità.
Per i primi mesi, Benedetta spostò la culla di Milena nella sua stanza, così da averla vicina durante le veglie notturne; la bambina era irrequieta, dormiva poco. Il marito vegliava, pronto a fornire acqua o qualsiasi altra cosa servisse. Benedetta cessò quasi del tutto di dormire; lestenuazione le tolse il latte.
Figlia, trasferiamoci da te, è troppo per te da sola suggerì Caterina, madre di Guglielmo.
No, riesco da sola rispose Benedetta, risparmiando i genitori da ulteriori preoccupazioni, consapevole che sarebbe stata la sua vita intera a dover gestire tutto, con forza e compostezza.
Milena fu alimentata artificialmente. Una notte, Benedetta si svegliò non per il pianto del bambino, ma per una ninna nanna appena sussurrata:
Giocattoli sparsi nella stanza,
bambini sognano dolci sogni,
una volpe ruba le scorte,
un elefante combina guai al cancello,
i giorni corrono con la neve,
fuori brilla la neve bianca,
la luna dipinge ombre,
cerca il suo riflesso dargento.
Alzò lo sguardo e vide il marito che cullava la figlia. Con una mano teneva un prezioso pacchetto, con laltra la bottiglia del latte artificiale che Milena succhiava. Benedetta si sedette silenziosa sul letto, temendo di disturbare Guglielmo, che comunque teneva la bambina tra le braccia. La stanza era insolitamente luminosa: la luna piena illuminava ogni angolo.
Ecco la felicità, pensò Benedetta.
Guglielmo adagiò Milena, prese lorsetto dal comodino e lo pose nella culla:
Questo è per te, piccola, il mio dono. Poi, stremato e acciaccato dal freddo, si rifugiò sotto le coperte accanto a sua moglie.
Ti amo, cristallo mio sussurrò, mentre la luce della luna disegnava sul suo volto unombra dargento.






