La Loro Seconda Autunno

La seconda autunno della mia vita

Michele Bianchi camminava nel vecchio parco di Bologna, appoggiandosi a un bastone intagliato. Lautunno soffiava freddo sulla sua schiena e sotto i piedi frusciava loro ingrigito delle foglie. Era tornato nella città dellinfanzia e della giovinezza dopo molti anni per faccende ormai dimenticate a tutti tranne che a lui. Il parco era lo stesso, solo gli alberi erano cresciuti più alti e le panchine, testimoni dei suoi anni scolastici, erano sgangherate e screpolate.

Giunse alla pergola sullo stagno, quella stessa, e si fermò. Il cuore, abituato al ritmo regolare, cominciò a battere impazzito, come a sedici anni. Qui, in quella pergola, il profumo di glicine e la polvere dopo la pioggia lo avevano avvolto. Qui aveva stretto per la prima volta la mano di Cinzia Romano.

Cinzia Romano. Allora una bambina con le trecce e gli occhi che ridevano, capace di leggere Leopardi con tale intensità da togliere il fiato. Si erano seduti lì fino a tarda notte, tessendo progetti. Lui, futuro fisico, sognava di conquistare lo spazio. Lei, delicata pittrice, desiderava illustrare i suoi libri sulle galassie lontane. Il loro amore pareva eterno quanto le stelle che osservavano.

Ma le strade si divisero. I genitori di Cinzia, persone pratiche, videro nel talento della figlia un biglietto per una vita migliore e la mandarono a studiare allAccademia di Belle Arti di Venezia. Michele restò in provincia, iscritto al Politecnico di Modena. Allinizio le lettere volavano fitte, piene di promesse e nostalgia; poi divennero più rare. Il mondo di Cinzia si riempì di mostre, cavalletti e persone nuove; il suo di formule complesse e esperimenti di laboratorio. In una delle ultime lettere scrisse: «Michele, tutto cambia, anche noi. Non tormentiamoci più con lattesa». Lui non rispose. Lorgoglio maschile, stolto, non gli permise di salire su un treno e correre da lei. Bruciò le lettere nel forno e si immerse nella scienza a capofitto.

La vita trascorse tranquilla, ma monotona. Difese la tesi, lavorò al CNR, si sposò silenziosamente con una brava donna, da cui dopo pochi anni rimase solo una fotografia in un album e una lieve tristezza. Non ebbero figli. Talvolta, guardando il cielo notturno, non pensava più alle stelle ma ai suoi occhi, sentendosi un vecchio sciocco.

Un giorno, mentre si preparava a andarsene, notò su una panchina più lontana una donna che disegnava in un taccuino, i capelli grigi elegantemente acconciati al vento. Un ricordo scattò nella sua mente: langolo della spalla, linclinazione della testa.

Fece qualche passo, incredulo. Era lei. Cinzia. Non un fantasma, né un miraggio, ma una donna viva, avvolta in un cappotto caldo, con le rughe intorno agli occhi che si illuminavano quando sorrideva al suo disegno.

Cinzia? sussurrò, la voce tremante.

Lei alzò lo sguardo. Allinizio sembrava assente, poi sorpresa, e infine nei suoi occhi risplendé la stessa luce che aveva ricordato per tutta la vita.

Michele? Dio mio, sei davvero tu?

Sedettero sulla stessa panchina dove un tempo si erano baciati e parlarono dei loro anni trascorsi. La sua vita non era stata una favola. Il matrimonio con un collega pittore era finito, la grande passione si era rivelata unillusione. Tuttavia aveva un figlio, ormai lontano, che la chiamava ogni fine settimana per chiederle della salute. Era tornata nella sua città natale più di dieci anni prima per assistere alla madre morente e non ne era più volata via. Viveva tranquilla, dipingeva i paesaggi locali e insegnava arte ai bambini della scuola.

Ho saputo dei tuoi successi, della tua tesi, dai amici disse, fissando lacqua. Sempre orgogliosa di te.

Una volta, in una edicola, trovai la rivista «Giovane Artista» confessò Michele. Sulla copertina cera una riproduzione, una piccola acquerello, intitolata «Parco dautunno». Firma: C. Romano. Rimasi lì, immobile, a pochi passi dalla via. Comprai il numero senza guardare, come se fosse un tesoro. È ancora nella mia vecchia cartella dei documenti più importanti.

Taciò, poi aggiunse, incapace di restare in silenzio:

Ho sempre rimpianto, Cinzia. Rimpianto di non essere venuto, di non aver provato a recuperare tutto. Di non averti trovato per dirti per dirti che il tuo «Parco dautunno» valeva più di qualsiasi quadro dei Uffizi.

Lei lo guardò, senza colpe né rancore, solo con una tranquilla, saggia tristezza.

Eravamo giovani e stolti, Michele. Pensavamo che lamore fosse qualcosa di clamoroso e eterno. Invece è stato silenzioso, come la luce di questo autunno.

Michele pose la mano sulla sua, poggiata sulle ginocchia. Fredda, ma così familiare. E avvenne un miracolo: il tempo si accorciò come una molla, rimbalzando indietro. Scomparvero i capelli bianchi, le rughe, i quarantanni di separazione. Restavano solo loro due e la loro conversazione infinita, interrotta un tempo per stoltezza.

Rimasero così fino al tramonto, mano nella mano, mentre nel laghetto il sole dautunno si spegneva lentamente, riflettendosi nei loro occhi due stelle solitarie che si erano ritrovate nel grande e infinito cielo della vita.

Il crepuscolo avanzava. I lampioni si accendevano lungo il viale, proiettando ombre lunghe e tremolanti sul sentiero umido. Laria fredda diventava più pungente, ma non volevano andarsene. Sembrava che bastasse muoversi un passo per far svanire la magia di quella sera, come se fosse un miraggio.

Andiamo disse Cinzia, tremando leggermente per il vento. Abito proprio qui accanto, ricordati di me. Riscaldiamoci con un tè.

Camminarono lentamente, senza fretta. Michele sentiva il bastone battere sul selciato un ritmo nuovo, insolito: il ritmo del ritorno a casa. La casa di Cinzia era un vecchio palazzo a due piani, con soffitti alti e stucchi. Lappartamento profumava di vernice a olio e erbe secche. In soggiorno cera un cavalletto con unopera incompiuta; alle pareti erano appesi schizzi di paesaggi locali, ormai familiari fino al dolore.

Non è cambiato nulla sorrise, osservando una piccola tela della pergola. Ami ancora questo parco.

È il mio più fedele amico rispose, riempiendo la teiera dacqua. E il più paziente osservatore.

Bevvero il tè in bicchieri di vetro finemente tagliati, e la conversazione scorreva leggera, raccogliendo i fili strappati del passato. Ricordarono aneddoti universitari, amici comuni, film e canzoni dimenticati. Il riso tornò a riempire quellappartamento, leggero e spensierato.

Ma dietro a tutto ciò aleggiava qualcosa di più grande: la consapevolezza del tempo perduto. Fluttuava nellaria come polvere di luce nella lampara da tavolo.

Sai, a cosa pensavo spesso? disse Cinzia, posando il bicchiere. Al giorno in cui abbiamo visto una stella cadente. Hai detto di aver espresso un desiderio.

E non hai chiesto quale ricordò Michele. Hai detto che non serviva, altrimenti non si sarebbe avverato.

Ora si può chiedere. Qual era?

Lui rimase in silenzio, osservando il suo volto illuminato dalla luce soffusa dellabat-jour.

Ho desiderato che fossimo sempre insieme. Così, semplice e ingenuo.

Cinzia sorrise.

Anchio lo desiderai. E non si è avverato. Forse le stelle non erano dellumore giusto.

Michele allungò la mano sul tavolo, e lei posò di nuovo la sua sopra la sua. Ora la sua mano era calda.

Forse aspettavano solo che diventassimo più saggi? disse a bassa voce.

Il mattino seguente Michele prese il treno alla stazione di Bologna e restituì il biglietto di ritorno.

Iniziarono a recuperare il tempo perso con gesti semplici. Andava con lei a dipingere in campagna, portava una sedia pieghevole e un thermos di caffè. Stava accanto, osservando silenzioso la mano ferma di Cinzia tracciare sul tela i profili familiari. A volte le passava il pennello: «Completa qui la nuvola. Sai sempre come improvvisare con i colori». E lui, ridendo, tracciava pennellate goffe ma piene di tenerezza.

Riscoprivano la città. Le facciate in stucco screpolate, il canale incolto, il piccolo mercato dove si vendevano mele del vicino consorzio agricolo tutto diveniva scenografia di un romanzo inatteso. Parlavano di tutto, e spesso le loro conversazioni erano fatte di frasi non dette, comprese a metà parola.

Passò una settimana. Una sera, rovistando tra i libri nellappartamento dei genitori, Michele trovò il suo vecchio quaderno di scuola. Poesie. Giovani, ingenue, goffe, dedicate a lei.

La porse timidamente a Cinzia.

Non ridere.

Lei le lesse tutto, senza battere ciglio. Poi sollevò lo sguardo, pieno dincanto.

Sono splendide, Michele. Perché non me le hai mai lette?

Avevo timidezza. Pensavo fossero sciocchezze.

Non sono sciocchezze disse stringendo il quaderno al petto. Sono le cose più care che ho sentito negli ultimi anni.

Quella notte si annidarono sul divano, sotto una coperta, guardando fuori la città addormentata. Tra loro non cera la passione ardente della gioventù, ma un sentimento profondo, calmo, rassicurante, come il porto sicuro dopo anni di tempeste.

Non voglio più tornare indietro, Cinzia sussurrò al buio.

Lei si appoggiò alla sua spalla.

Anchio. Ho perso così tanti anni. Voglio che tu rimanga qui per sempre.

Allora il sorgere del mattino tingeva di rosa i tetti e gli alberi. Non temevano più nulla. Davanti a loro cera una vita intera, diversa da quella sognata nella pergola profumata di glicine, ma loro, sua volta, era reale. Vera. Quella che meritavano.

Credi. Sempre credi. Anche quando sembra che tutte le pagine migliori siano state già girate e non ci sia più nulla da scrivere. Le parti più sorprendenti spesso nascono dove si era messo un punto.

Non temere di guardare al passato non per nuotare nella nostalgia, ma per scoprire le chiavi dimenticate. La chiave del vecchio gazebo dove un tempo ridevate. La chiave del cuore che batteva più forte. Prendila, scrolla via la polvere degli anni e prova ad aprire quella stessa porta. Scoprirai non fantasmi, ma una vita viva che ti aspettava tutti questi anni.

Non pensare che la tua storia sia già scritta. È solo in attesa di una pausa, per risuonare con nuova forza. Lamore che pensavi perduto non se ne va davvero. È come un fiume saggio, che scende sottoterra per nutrirsi di acque pure e riemerge dove meno te lo aspetti.

Cerca. Non restare tra quattro mura attendendo che la porta si chiuda dietro di te. Vai al parco della tua giovinezza. Sfoglia il vecchio album. Scrivi quella lettera che non hai osato inviare mezzo secolo fa. La vita ama i coraggiosi, anche se il loro coraggio è solo un passo silenzioso oltre la propria paura.

Ricorda: i capelli dargento non sono cenere di un fuoco spento, ma rugiada di saggezza sui rami dellanima.

Il tuo tempo non è svanito. È solo stato paziente, in attesa che smettessi di correre e cominciassi a raccogliere con cura i frammenti più preziosi sparsi lungo il cammino. Raccoglili. E troverai la tua amata non realizzata, la tua vocazione dimenticata, il tuo secondo respiro.

La vita non è lineare. E le cose migliori hanno labitudine di tornare, soprattutto a chi crede.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

2 + 19 =