Sei tu la colpevole, mamma

Sono io, Giorgio, e vi racconto una giornata della nostra vita a Roma, in una piccola casa di via del Corso.

Mia moglie Anna stava friggiando le polpette quando suonò il campanello. Si alzò dalla cucina per aprire.

Mamma, è per me, la fermò a mezzaria la voce di nostra figlia, Ginevra. Io apro.
Va bene, non lo sapevo rispose Anna.
Allora muoviti! Continua a friggere le tue polpette, sbottò Ginevra, guardandola dalla porta dingresso.
Perché le mie? Ho comprato la carne macinata al mercato replicò Anna.
Mamma, chiudi la porta, disse Ginevra, alzando gli occhi al cielo.
Se me lo avessi detto subito, Anna tornò in cucina, chiuse la porta ma non la sbatté del tutto, lasciando un piccolo spiraglio, e spense il fuoco sotto la padella. Dopo un attimo, tolse il grembiule e uscì.

Nel vestibolo Ginevra si infilava la giacca. Accanto a lei cera Luca, lamico di Silvia, che non distoglieva lo sguardo da lei.

Ciao, Luca. Dove andate? Venite a cena da noi?
Buonasera, sorrise il ragazzo, guardando Silvia con curiosità.
Siamo di fretta, rispose Silvia, senza voltarsi verso Anna.
Forse però vi resta voglia di mangiare qualcosa? Ho già preparato tutto, replicò Anna.
Luca esitò.
No! Andiamo, sbottò Ginevra, prendendo Luca per mano e aprendo la porta. Mamma, puoi chiudere?

Anna si avvicinò alla porta, ma la lasciò socchiusa, percependo i rumori del vicinato.

Perché parli così duro con lei? Profuma di buono, non rifiuterei una polpetta.
Andiamo al bar a prendere qualcosa. Sto stanca di queste polpette, borbottò Ginevra.
Come potrebbero annoiarti? Io le adoro, le potrei mangiare tutti i giorni, rispose Luca.

La risposta di Silvia rimase un mistero per Anna. Le voci dalle scale si affievolirono.

Anna chiuse la porta e si diresse verso il soggiorno, dove io ero seduto davanti al televisore.

Borghese, andiamo a cena mentre è ancora caldo.
Andiamo, dissi, alzandomi dal divano e passando da Anna alla tavola.

Che cosa cè stasera? chiesi, con tono insistente.
Riso con polpette, insalata, rispose Anna, aprendo la padella.
Ti ho già detto che non mangio le polpette fritte, commentai, contrariato.
Ho aggiunto dellacqua, sono quasi al vapore, disse Anna, stringendo il coperchio.

Va bene, ma è lultima volta.

A questetà non è salutare dimagrire, osservai, servendo il riso con le polpette.

Che età? Ho cinquantasette anni. Per noi uomini è letà della saggezza e del vigore, replicai, forchettando mezza polpetta.

Siete tutti daccordo? Silvia ha deciso di non cenare, e tu ti comporti da farfalla. Se smetto di cucinare, vedremo come cantate, sbottò Ginevra. Pensate che al bar il cibo sia più buono e più sano?

Allora non cucinare più. Anche a te farebbe bene perdere qualche chilo, così non rimarrai incastrata nella porta, aggiunsi, prendendo unaltra polpetta.

Come, credi che io sia grassa? Ho rovinato la testa per te, e adesso guardi solo il tuo aspetto: jeans, giacca di pelle, cappellino, rasatura per nascondere la calvizie. Per chi lo fai? Non per me. Sono grassa. Con chi devo confrontarmi? chiese Ginevra, ferita.

Lasciami mangiare in pace, dissi, quasi senza portare il cucchiaio alla bocca. Passami il ketchup, ordinò.

Anna prese il barattolo di ketchup dal frigo, lo posò con decisione sul tavolo e uscì silenziosa. Il suo piatto rimase intatto.

Si chiuse nella stanza di Ginevra, si sedette sul divano, le lacrime le rigavano le guance.

«Cucino, mi impegno, e loro non mostrano mai gratitudine. Il marito sembra più giovane, guarda altrove. Io sono la sua grassona. La figlia mi vede come una domestica. Se sono in pensione, posso ancora esserci? Lavorerei se non mi fossero licenziati. Gli esperti non servono più, danno spazio ai giovani, ma cosa sapranno loro?»

Mi alzavo presto, anche senza lavoro, per preparare la colazione. Girovagavo tutto il giorno, non trovavo riposo. È colpa mia, mi sono lasciata coccolare. Ora mi hanno appesantito il collo, pensavo. Le lacrime scivolavano, lasciando sentieri umidi sul viso. Strizzai gli occhi, cancellando il pianto.

Avevo sempre creduto che avessimo una famiglia buona, non perfetta ma né peggiore di altre. La figlia stava alluniversità, il marito non beveva né fumava, guadagnava bene, la casa era accogliente, il cibo era buono. Che altro voleva?

Mi guardai allo specchio della porta dellarmadio. Sì, ho preso qualche chilo, ma non sono grassa. Le rughe sono meno evidenti sul viso rotondo. Ho sempre amato mangiare. Cucinare è la mia forza, anche se a loro non sembra più bastare. Quando ero in ufficio pettinavo i capelli, ora li tengo legati dietro per non intralciare. Pensai anche a dimagrire e a tingere i capelli.

Quella mattina non mi alzai presto come al solito, feci finta di dormire. Essere in pensione mi dà il diritto di alzarmi tardi. Che preparino loro la colazione. Il timer della sveglia suonò, mi mosse, ma mi girai verso il muro.

Che succede? Sei ammalata? chiese il marito, senza alcuna compassione.
Sì, risposi, affondando il naso nel piumone.
Mamma, sei malata? entrò Ginevra.
Sì, fate colazione da sole, mormorai sotto le coperte.

Ginevra sbuffò e andò in cucina. Presto sentii il bollire della pentola, lo scricchiolio del frigo, le voci soffuse di marito e figlia. Decisi di restare a letto, facendo finta di stare male fino alla fine.

Il marito entrò con un profumo di profumo costoso, quello che le avevo comprato qualche anno fa. Poi uscì, seguito da Ginevra, e la casa tornò silenziosa. Mi coprii di nuovo il volto e mi addormentai.

Una ora dopo mi svegliai, mi stiracchiai e andai in cucina. Le tazze non lavate e il tavolo pieno di briciole mi guardavano. Non sono una domestica, pensai, e mi dii una doccia. Poi chiamai la vecchia compagna di scuola, Lucia.

Anche tu! Come stai? Non sei stanca di riposare, pensionata? mi rispose Lucia, con la stessa voce di un tempo.

Le raccontai che mi mancava uscire, che non avevo più visitato la tomba dei miei genitori, e chiesi se potevo fermarmi da lei.

Certo, vieni quando vuoi. Sarò felice di rivederti.

Partirò subito per la stazione.

Allora preparo i biscotti.

Presi qualche cosa, lasciandomi una nota sul tavolo: Sono andata a casa di Lucia, tornerò presto.

Sul tragitto alla stazione, dubitai: Forse dovrebbero cavarsela senza di me. Ma è davvero così egoista da parte mia? Decisi che, se non trovassi biglietti, sarei tornata a casa. Alle porte del pullman cera già una fila. Mi misi in coda, sospirando.

Lì incontrai Lucia, abbracciammo, bevemmo tè e mangiammo i biscotti ancora caldi, chiacchierando senza sosta.

Racconta, cosa ti è successo?

Non ti mentirò, sospirai, e le raccontai tutto.

Fai bene a parlare, è meglio così. Domani andiamo al salone a cambiare look. Vale, la parrucchiera, è lì, ti ricordi? Era la peggiore della classe, ma ora è molto richiesta. Andremo a fare shopping, ti trasformeremo in una vera bellezza, così tuo marito non saprà più cosa pensare.

Quella notte dormii poco, girandomi tra i pensieri: Come stanno? Sono arrabbiati o felici?

Al salone, Vale mi accolse, mi mise su una sedia, e iniziò a tingere i capelli, a ritoccare le sopracciglia, a pettinare. Dopo unora, mi guardai allo specchio: una donna più giovane, più sicura. Vale chiamò la manicure.

Basta per oggi, non riesco più, dissi, esausta.

Ti metto un appuntamento alle otto del mattino, non tardare, ordinò Vale.

Uscimmo dal salone, e Lucia commentò: Guarda che trasformazione! Chi lavrebbe detto?

Andammo al centro commerciale. Rifiutai di tornare subito a casa, volevo provare i vestiti nuovi. Indossai pantaloni dal taglio libero, una maglietta leggera e un cardigan color sabbia. Portai con me una borsa con un vestito elegante, una giacca e un paio di scarpe. Mi sentivo più leggera, quasi rinata.

Davanti a casa di Lucia arrivò un uomo alto, capelli bianchi e baffi curati, non ancora ingrigiti.

Ciao ragazze, disse, osservandomi con ammirazione. Sembri perfetta.

Non? mi interruppe Lucia.

È Pino Bianchi, il compagno di scuola, non lo riconosco più, spiegò lamica.

Invitammo Pino a bere un bicchiere di vino, a ricordare i vecchi tempi. Il vino mi fece arrossire, ma anche eccitare per lattenzione di Pino.

È ancora innamorato di te, commentò Lucia, mentre Pino se ne andava.

Basta, è passato tanto tempo, risposi.

Sei così bella che si può innamorare di nuovo, mi rassicurò lamica.

Cambiai argomento, chiedendo se Pino fosse ancora di vita.

È un colonnello in pensione, è tornato due anni fa dopo una ferita grave. La moglie lo ha lasciato, ma è rimasto qui, zoppicante quando cammina molto, spiegò Lucia.

Io sono sposata, protestai.

Quella notte decisi di tornare a casa, ma Lucia non voleva lasciarmi partire così.

Sei appena arrivata e già te ne vai? Mostra un po di coraggio. Niente succederà a te. Rimani con noi per una settimana, andiamo a teatro, ricorda quando eri al teatro dei ragazzi per il Natale.

Sì, andiamo a teatro, imitò Lucia. Metti in mostra il tuo nuovo vestito.

Tre giorni dopo, accesi il telefono.

Mamma, dove sei? Papà è in ospedale! Vieni subito, chiamò Silvia.

Il cuore mi sobbalzò. Raccolsi le cose, e Pino mi accompagnò alla stazione.

Se ti serve qualcosa, sono qui, mi disse.

Ringacciai Silvia in autobus. La figlia mi raccontò che il padre la aveva tradita, che lo aveva vista uscire dal portone del vicino, e che non era più venuto a casa. Il giorno prima era tornato, ubriaco, e cera stata una rissa. Aveva rotto due costole, ma niente di grave, e unemorragia al cervello, che però era stata trattata in tempo.

Silvia mi confidò: Mamma, sei cambiata tanto, quasi non ti riconosco.

Arrivai in ospedale nel pomeriggio, ma era troppo tardi per fare qualcosa.

La serata si concluse con la famiglia riunita attorno al tavolo, con riso, polpette e insalata. Ginevra, più matura, mi guardava con rispetto.

Il marito, con la sua barba grigia, mi chiese scusa, mi diede da mangiare una zuppa di pollo e mi prese la mano. Due settimane dopo, uscì dallospedale.

Mentre uscivamo dal taxi, un uomo e una donna passarono accanto a noi; il marito si irrigidì, la donna distolse lo sguardo. Capii che era la mia nuova concorrente, una giovane bionda e slanciata.

Non tornerai più? chiese in casa.
Non sono più grassa, niente di che, risposi, un po accesa.
Ti ho chiesto scusa. Cucinami delle polpette, mi mancano i tuoi piatti, implorò.

Così le feci, preparai una cena profumata.

Che profumo! esclamò Silvia, appena tornata dalluniversità.

Ci sedemmo tutti insieme, come ai vecchi tempi, quando Ginevra era ancora a scuola, io non criticavo più la moglie, mangiavo tutto e la lodavo. Io, Giorgio, guardavo la mia famiglia e provavo una gioia profonda: tutti a casa, tutti vivi, quasi tutti sani, e io ero ancora utile.

Nella vita non tutto è sempre liscio. Letà ci porta sfide, il corpo cambia, ma lanima può rimanere giovane. Impariamo a convivere, a prenderci cura luno dellaltro, perché una buona casa e una buona moglie sono tutto ciò che serve per affrontare la vecchiaia.

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Sei tu la colpevole, mamma
L’insegnante non ha permesso a una ragazza di andare in bagno