Caro diario,
oggi ho messo la mia camicia più curata quella crema che Lucia ed io avevamo comprato insieme lanno scorso per il suo compleanno e anche i nuovi mocassini. Ho indossato le gemelle, anche se la domenica a casa preferisco stare in pantofole.
«Lucia, dobbiamo parlare», ho detto, fermandomi alla finestra, con le spalle rivolte a lei.
Lei ha posato lentamente la tazza di caffè sul tavolino. Il cuore le è accelerato, non per paura, ma per curiosità.
Si vedeva che mi ero preparato per quellattimo, come per una cerimonia importante. E poi, allimprovviso, ha capito che stavo aspettando lacrime, implorazioni, scenate. Lei, invece, ha provato una strana serenità.
«Penso sia meglio separarci», ho continuato senza voltarmi. «Entrambi lo sappiamo».
«Lo sappiamo?», ha replicato, sorpresa dal tono calmo, quasi incuriosito.
Mi sono girato, e sul suo volto è comparsa lespressione di chi non era stato preparato al risultato.
«Siamo adulti, Lucia. I sentimenti sono passati, perché far finta di nulla?»
Lei si è appoggiata allo schienale della sedia.
Ventidue anni di matrimonio, un figlio cresciuto, la sua adolescenza, i miei quarantanni. Ora, forse, iniziavano i suoi veri cinquantanni.
«E dove andrò?», ha chiesto semplicemente.
«Beh», ho esitato. «Puoi stare da Giulia, la tua sorella, oppure affittare qualcosa. Ti darò un aiuto finanziario allinizio».
Giulia ha sempre pensato che avessi sprecato la vita per Lucia. «Ti aiuterò con i soldi», ho detto, quasi con ironia.
«E tu? Cosa pensi di fare?»
«Io?», ho sbattuto le palpebre. «Niente di particolare. Forse vendo lappartamento e compro qualcosa di più semplice».
«Lappartamento?», ha increspato il capo. «Quello?»
«Sì, quello. Che ti sembra?»
È andata alla finestra; io mi sono indietreggiato. Sotto, gli studenti con gli zaini segnavano linizio di un nuovo anno scolastico; la vita, inesorabile, proseguiva.
«Marco, ti ricordi a chi è intestata la casa?»
«A me, naturalmente. Perché?»
«A te?», la sua voce ha tradito un lampo di stupore sincero. «Ne sei sicura?»
Per la prima volta nella nostra discussione sembrava smarrito.
«Certo. Labbiamo comprata con i soldi che mia madre mi aveva regalato prima del matrimonio. Ricordi? Le ricette di cucina»
Avevo venduto la mia stanza nel condominio e le avevo detto: «È per il nostro futuro». E così è stato: per il nostro futuro.
Il silenzio è calato.
«Lavremmo intestata a me perché allora non lavoravi, cercavi la tua strada. Io avevo bisogno dei certificati di reddito per la banca.»
Ti ricordi ora?
«Ma noi avevamo concordato»
«Avevamo detto che sarebbe stata cosa nostra, finché non avessi voluto dividerla da solo.»
Mi sono seduto di nuovo, ho preso la tazza. Il caffè era freddo, ma ho sorseggiato.
«Sai, Lucia, penso che tu abbia ragione. Dobbiamo davvero separarci.»
«Davvero?», i suoi occhi hanno brillato di una lieve ansia.
«Sì. Se vuoi una nuova vita, facciamola onestamente. Io resto nellappartamento, è mio. Tu trovi un nuovo nido con i tuoi mezzi.»
«Marco, possiamo trovare un accordo più umano»
«E non è forse più umano?», ha sorriso. «Vuoi libertà, la vuoi. Piena e totale.»
Mi sono seduto di fronte a lei; la camicia migliore sembrava ora inutile.
«Ma non ho soldi per comprare unaltra casa»
«E io non ho più lintenzione di provvederti. Siamo adulti, lo sai.»
«Pensavo avremmo risolto tutto in pace»
«In pace lo risolviamo. Nessuna urla, nessuna scenata. Ognuno ottiene ciò che desidera. Tu volevi che me ne andassi, ma alla fine sei tu a partire. Giusto?»
Mi sono alzato, ho preso la tazza e mi sono avvicinato al lavandino.
Il cellulare lampeggiava una notifica di consegna della spesa che avevo ordinato il giorno prima per oggi.
«Ho bisogno di tempo per riflettere», ha borbottato Marco.
«Certo», ho risposto, posando la tazza. «Ma non tirare troppo. Oggi arrivano le amiche, non vorrei trasformare la nostra casa in un teatro familiare.»
Marco è andato in camera da letto; ho sentito la sua voce al telefono, bassa ma agitata. Ho cominciato a tagliare le verdure per il pranzo, i movimenti lenti, quasi meditativi. Dopo mezzora è rientrato in cucina.
«Lucia, forse abbiamo avuto fretta. Parliamone ancora.»
«Di cosa parlare?», ho guardato il tagliere. «Hai già deciso, io ho accettato. È tutto chiaro.»
«Ma lappartamento Abbiamo investito insieme, ristrutturato, comprato i mobili»
«Ristrutturazione?», ho alzato lo sguardo. «Quella che tuo padre ha fatto con le proprie mani, gratis?»
«E i mobili pagati con la mia busta paga mentre cercavi la tua strada?»
«Ho sempre lavorato!»
«Sì, ma la tua paga serviva più a te che alla famiglia. Ricordi quando dicevi: Un uomo deve avere dei soldi per la propria dignità?»
Il silenzio è tornato.
«E ricordo che dicevi di non voler figli, poi Andrea è nato e ora ti vanti di essere un papà affettuoso.»
«A che punto arrivi?»
«Che hai scelto di andare via non ieri, né la scorsa settimana.»
Ho messo il coltello da parte, ho guardato Marco in faccia.
«Lucia, la casa di Elisa ti piace? Avete in mente di comprare qualcosaltro?»
È impallidito.
«Di chi è la casa di Elisa?»
«Quella con cui parli da sei mesi, la stessa che lavora nella tua azienda da otto anni, senza figli ma con grandi progetti.»
«Mi osservavi?»
«Perché te lo hai raccontato tutto. Ricordi quella sera tre settimane fa, quando sei tornato a casa felice, a parlare della collega?»
Una ragazza brillante, promettente. Il giorno dopo ha comprato una nuova camicia.
Ho preso un asciugamano e mi sono asciugato le mani.
«E adesso ti fai la doccia al mattino, prima di andare al lavoro, usi un profumo nuovo, ti sei iscritto in palestra, la prima cosa in dieci anni.»
«Lucia»
«E porti il cellulare anche in vasca. Prima lo lasciavi ovunque. E sorridi guardando lo schermo.»
Il mio smartwatch ha lampeggiato. Ho guardato e ho coperto il polso di fretta.
«Elisa scrive?», ho chiesto con genuina curiosità.
Marco si è seduto.
«Non avevo programmato»
«Che cosa? Innamorarti o farti beccare?»
«È stato un caso. Parlavamo al lavoro e poi»
«E poi hai deciso che è meglio che io vada via da solo. Così la casa resta tua, la tua reputazione intatta.»
La moglie è uscita, quindi è colpevole? Con Elisa potrei ricominciare da zero.
Mi sono seduto di nuovo di fronte a lei.
«Strano, non sono arrabbiata. Anzi, sono grata. Mi hai fatto capire di essere più forte di quanto credessi.»
«Cosa farai?»
«Vivrò qui, nel mio appartamento. Forse finalmente mi dedicherò a quel sogno che ho sempre rimandato. Avrò tempo per me stessa.»
«E Andrea?»
«Andrea ha ventuno anni, è adulto. Si sistemerà da solo, capirà come si comportano i genitori.»
Marco si è alzato, ha attraversato la cucina.
«Lucia, troviamo un accordo? Ti pagherò un’indennità»
«Per cosa?», ha chiesto, sorpresa.
«Per lappartamento, per gli anni insieme.»
«Vuoi comprare il mio appartamento per far entrare la tua ragazza?»
«Non è così crudo»
«Mi offri soldi perché diventi senza tetto?»
Ho riso, senza rabbia.
«Una volta avrei accettato per compassione. Avrei pensato: Poveretto, non è colpevole. Avrei chiesto scusa alla sorella e a te per non averti tenuta.»
Mi sono avvicinata alla finestra.
«Ora capisco: mi trattavi come una stupida facile, pronta a subire. Ti sbagliavi.»
«Quindi non te ne vai?»
«No, vai tu. Oggi. Prendi solo le tue cose.»
«E se rifiuto?»
Ho guardato Marco negli occhi; la calma di chi ha finalmente riconosciuto il proprio valore.
«Allora domani Elisa scoprirà che il suo amante è ancora sposato. E vedrà come intende sistemare la questione dellimmobile. Ti piacerà?»
Marco è rimasto in silenzio.
«Hai unora», ho aggiunto. «Le mie amiche arrivano alle cinque. Non vorrei che fossero testimoni di uno spettacolo familiare.»
Ho preso lo spruzzatore dal davanzale e ho innaffiato le felci.
Casa è diventata silenziosa, solo il fruscio dellacqua e i scricchiolii del pavimento mentre Marco raccoglieva i suoi averi.
Ho sorriso alla mia viola preferita. La vera vita stava appena iniziando.
Lezione di oggi: a volte è necessario chiudere una porta per aprire la finestra della propria libertà.







