Cara, signora! Nel mio testamento compare solo lei. Ho provveduto a dare tutto il necessario alla figlia; non avrà nulla da pretendere da te, mi disse Renato, baciandomi la mano e mostrandomi il documento.
Quelle parole mi scaldarono il cuore; il rispetto per il mio nuovo marito italiano crebbe ancora di più. Non mi servivano contratti di matrimonio né assicurazioni: ho creduto nella buona fede e nella rettitudine. Ah, che ingenuità
Conobbi Renato tramite una corrispondenza su Internet. Avevo sempre sognato di sposare uno straniero o, meglio, un uomo di unaltra terra. Vivevo a Bologna, ero in pensione e non riuscivo a trovare un compagno della mia età. E poi, chi vuole prendersi cura di un nonno malato? Laddove i vecchietti sono vivi, allegri, viaggiatori, io rimanevo sola.
Renato aveva settantasei anni, io cinquantacinque. Condividevo letà della sua prima figlia, Fiorenza. Lo scambio di messaggi durò un anno; ci osservavamo, ci conoscevamo meglio, scoprivamo che i nostri caratteri si sfioravano più che si scontravano.
Arrivai presto in Italia, a Sorrento, con un unico obiettivo: sposare Renato. Mi accolse un uomo imponente, in forma, con in mano un mazzo di rose non proprio freschissime. In quel momento avrei potuto tornare a Bologna, ma lo spettacolo era appena iniziato: le rose, stanche, mi fuorono nelle mani, ormai senza profumo.
Renato mi mise in auto e mi portò nella sua dimora. Un pranzo sobrio per due mi attendeva. Chiesi un vaso per le povere rose; lui mi porse un bicchiere dacqua. Appena vi infilai i fiori, i petali cadesero a terra, quasi fosse un segno dal cielo.
Capimmo subito che non cera amore da cercare. Io avevo bisogno di sostegno economico, lui di una compagna che lo assistesse. Due solitudini di mezza età trovavano una facile alleanza. Renato promise di rendermi erede di tutti i suoi beni al suo trapasso. Come spesso succede, promettere è più facile che mantenere.
Ci sposammo poco dopo. Divenni la signora Morandi. La cerimonia fu modesta: la figlia di Renato con il marito e tre figli, più una coppia di amici di famiglia. Io ero la terza moglie. Dal suo primo matrimonio erano nate due gemelle, Fiorenza e Arianna. Renato era sempre stato contrario ai figli, desiderava dedicarsi alla crescita personale e ai viaggi, ma la sua prima moglie gli diede due bambine. Le amava, ma non riuscì a perdonare alla moglie il rifiuto di una vita senza figli.
Quando le figlie compirono diciotto anni, Renato abbandonò pubblicamente la famiglia. La moglie non sopportò labbandono e due anni dopo morì in un sonno tranquillo. Tutti i beni la casa a tre piani, la villa in campagna, tre auto e limpresa di famiglia passarono alle figlie. Addirittura lazienda fu intestata a Fiorenza.
Renato trovò una nuova compagna, una donna più anziana di sette anni, che non desiderava neanche lei figli. La vita andava bene finché la vecchia moglie di Renato non si ammalò. Renato la curò con devozione: massaggi, pasti, cambi di pannolino, fino alla sua morte.
Un altro dramma colpì la famiglia: Fiorenza scomparve in circostanze misteriose, trovata sulla corsia di una strada. Lassassino non fu mai identificato. Immerso nella solitudine, Renato cadde in depressione. La figlia Arianna non lo visitò mai. Dopo il lutto, Renato decise di risposarsi, pieno di energie, e lInternet gli fece da ponte. Così incontrò me, il suo nuovo marito francese di cui parlerò più avanti.
Iniziò la vita di signora Morandi. Le finanze erano tutte di Renato. Si mostrò un tirchio: spendeva il minimo per la spesa, controllava ogni scontrino, chiedeva rendiconti scritti per ogni acquisto. Quando chiesi un paio di spille, un rossetto, lui fece una smorfia come se avesse morso un limone. Daltronde, ogni anno ci concedevamo una crociera sul Mediterraneo il sogno nascosto di Renato.
Io gli volevo bene, provavo compassione per la sua età, imparai a cucinare i suoi piatti preferiti, veggo la sua salute, resto al suo fianco nei momenti buoni e in quelli brutti. Ma la sorte, beffarda, gli riservò un ictus. Lambulanza lo portò in rianimazione. Chiamai subito Arianna; lei accorse, ma non per il padre, per me:
Sofia, ho portato il testamento di papà. Leggi: Lascio tutti i beni mobili e immobili alla mia figlia. Alla moglie una somma che la figlia stabilirà per una vita dignitosa.
Renato, in segreto, aveva riscritto il testamento a favore della figlia. Sentiva un peso di colpa verso le due figlie, credendo di essere in parte responsabile della morte di Fiorenza.
Arianna, offesa, non mise mai più piede in casa. Non conobbe nemmeno i tre nipoti di Renato.
Passai sei mesi accudendo Renato in ospedale: nutrivo con il cucchiaino, accarezzavo la mano, parlavo. Era ormai in un mondo tutto suo, incapace di riconoscere chiunque. Non mi sono mai scontrata con Arianna per il testamento; il suo spirito imprenditoriale era solo un ricordo. Renato morì alletà di ottantadue anni.
Alla porta della casa che condividevo con lui apparve Arianna:
Ecco, Sofia, dovrai lasciare subito questa casa. Ti darò dei soldi per affittare una stanza baracca. Poi ti sposteranno in una casa di edilizia popolare. Io tornerò in Italia, perché qui non hai più nulla.
Mi immaginai già a strapiombo, al freddo e alla fame, fuori dalla porta. Risposi:
Non darmi consigli, Arianna. Non ho ancora superato il lutto di tuo padre. Parliamo più tardi.
Passarono altri sei mesi. Gli avvocati mi sconsigliarono di andare in tribunale: la causa era persa danticipo e le spese sarebbero state astronomiche. Anche se la legge mi spettava il cinquanta per cento, il testamento riscritto cancellava tutto. Continuavo a vivere nella dimora di Renato, cosa che irritava e infuriava Arianna:
Esci da qui, Sofia. Hai rubato un padre anziano, senza cervello, e ora non ti butti fuori!
Allora mi venne lidea salvifica. Tirai fuori dalla scrivania il primo testamento:
Arianna, ecco il testamento originale dove tutto è a me. Posso dimostrare in tribunale che tuo padre, in stato di demenza, non era consapevole quando ha modificato il documento. Forse ha scritto sotto la minaccia di una pistola. Dimostralo tu
Arianna rimase in silenzio, riflettendo.
Così, per un po feci da inquilina in un quartiere modesto di Sorrento, uscendo con lauto di Renato e accendendo a stento le finanze che Arianna mi lasciava rubare qua e là.
Ora sono sposata con Pietro. Mi ha avvistata al parco mentre correvo con il mio cagnolino, Briciola. Ogni giorno mi sfogo con una corsa per mantenermi in forma. Pietro è rimasto incantato da me; sembra che gli uomini italiani adorino donne dal carattere forte e dalle storie un po drammatiche.
E così, tra una barzelletta e laltra, la vita continua, con il suo mix di ironia, sfortuna e un pizzico di speranza.





