Il silenzio nella cornetta
Non verrai, disse Paola. Non era una domanda. Era una sentenza.
Dallaltra parte risposero solo con un attimo di silenzio. Poi, Guido tossì. Sapete quella tosse imbarazzata di chi ha già deciso la scusa, ma ancora non ha il coraggio di buttarla lì?
Pa, prova a capire. Sono in trasferta. Non è che posso semplicemente
La mamma è in ospedale. Dopo lictus. Ti rendi conto?
Sì, certo che me ne rendo conto. Ma ci sono i medici, ci sei tu. Cosa potrei fare io, venendo lì?
Paola non rispose. Si trovava nel corridoio dellospedale, col telefono stretto allorecchio, e guardava fuori dalla finestra dove novembre aveva pensato bene di stendere un grigio universale: tre pioppi stecchiti e una panchina scrostata. In fondo al corridoio sbatte una porta. Uninfermiera passa con un vassoio, neanche la degna di uno sguardo.
Pronto? fece Guido. Mi senti?
Ti sento.
Ecco. Sei una donna intelligente. Fra dieci giorni torno e sistemiamo tutto. Assumiamo una badante se serve. I soldi te li giro.
I soldi? ripeté Paola, piano.
Certo. Tutti quelli che servono. Basta che mi dici.
Lei attaccò. Non per rabbia, per carità, ma perché non le restava più la forza di sentire quella voce così calma, ragionevole e lontana.
Guido era suo fratello. Più grande di sei anni. Da sempre Paola aveva pensato che lui facesse testo in famiglia, perché maschio, perché più grande, perché in fondo lo aveva deciso lui. Ora però la loro mamma, Maria Teresa Romano, settantatré anni fioriti, era dietro quella porta: la mano destra addormentata, il linguaggio sparpagliato, lo sguardo che ogni volta colpiva Paola come una gomitata sotto le costole.
Paola di anni ne aveva cinquantasette. Faceva la contabile in una piccola impresa di costruzioni, viveva a Modena, in affitto in un bilocale in via Garibaldi, da tre anni era sola dopo che Sergio se nera andato. Figli non ne aveva. Guido, invece, stava benissimo a Milano, nella sua casa di proprietà, macchina nuova, una moglie giovane, Giada, che Paola non piaceva neppure un po e non lo nascondeva.
La mamma stava anche lei a Modena, quindici minuti scarsi di macchina. Paola la vedeva tutti i weekend, a volte anche di più: portava spesa, aiutava in casa, la accompagnava ai controlli. Guido appariva per Santo Stefano e per il compleanno, a volte neanche quello.
***
Lictus si presentò di venerdì sera. Paola stava per infilarsi a letto con i registri del trimestre, quando la chiamò la vicina di casa, la signora Gelsomina, ottantanni e una lingua tagliente.
Paola, dovresti venire. Qua la tua mamma non mi piace per niente.
Venticinque minuti dopo, Paola suonava il campanello. Maria Teresa era seduta in cucina, fissa in un punto. La destra abbandonata come un oggetto dimenticato. Laveva chiamata: «Mamma!» e la mamma aveva girato la testa, aveva aperto la bocca, ma ne era uscito solo un nn-nn.
Lambulanza fu rapida. Due ragazzi, uno con la barbetta rossa, sistemarono Maria Teresa sulla barella, misurarono la pressione, dissero: «Ictus ischemico, probabilmente», e via.
Paola li seguì in taxi. Guardava fuori dal finestrino e pensava che il giorno prima la mamma laveva chiamata per i tendaggi in sala: meglio beige o celeste? «Celeste, mamma, più allegro». «Vabbè, allora celeste». Ma le tende non le cambiarono mai.
***
I primi giorni furono uno strazio. Paola si prese ferie, avanzò permessi, e stava lì dalle otto alle sei. La dottoressa, Anna Maria Colasanti, cinquantenne dai lineamenti esausti ma dagli occhi incredibilmente buoni, spiegò che la situazione era cautamente ottimista. La parola poteva tornare, magari anche la mano, ma ci voleva tempo, pazienza e fisioterapia.
Limportante è non lasciarla mai sola, disse la dottoressa Colasanti. Serve chi le vuole bene, per davvero. Non sono solo chiacchiere, è fondamentale per il recupero.
Paola si limitò ad annuire.
Guido si fece vivo il terzo giorno.
Allora, come va?
Meglio del primo giorno. Parla male, la mano non risponde.
Hai preso una badante?
Guido, ci sono io per ora. Sono in ferie.
Ma tu non puoi reggere a lungo così. Trova qualcuno, pago io.
Lei non vuole estranei. Piange quando la lascio sola.
Lui tacque.
Dai, adesso proprio non posso. Ho il progetto, Giada con linfluenza mi è crollato tutto addosso.
Ho capito.
Sei arrabbiata?
No.
Ecco, meno male. Chiama solo se ci sono emergenze.
Paola mise via il telefono e andò in camera. Maria Teresa era sotto la coperta grigia dellospedale, sembrava piccolissima. Gli occhi erano aperti. Quando Paola entrò, la mamma girò la testa piano e con la sinistra le fece cenno di avvicinarsi.
Sono qui, mamma, sussurrò Paola, prendendole la mano buona. La madre la strinse.
Restarono così in silenzio. Fuori calava il buio e la luce gialla della stanza donava, paradossalmente, un piglio quasi casalingo.
***
Al sesto giorno comparve una donna che Paola non aveva mai visto. Alta, sui sessanta, capelli argento corti e una schiena dritta come una sciabola. Si avvicinò allaltra paziente, la signora Antonietta, sessantotto candeline, un po spaesata, molto tenera.
Mamma, disse la donna, calma. Posò una busta sulla mensola e tirò fuori uno dopo laltro vasetti etichettati, ordinati, sembrava una pubblicità.
Paola osservava con un occhio solo. La sconosciuta era precisa, misurata, silenziosa. Diede da mangiare alla madre, la aiutò a sedersi meglio, le sistemò le coperte, le parlò a bassa voce e poi se ne andò, promettendo di tornare la mattina.
E così fece. E il giorno dopo pure.
Il terzo giorno attaccarono discorso.
Da tanto è qui la sua mamma? chiese la donna, sedute entrambe tra brandine e armadietti, la privacy limitata a un metro e una tenda.
Dieci giorni, rispose Paola.
La mia da quattro. Sempre ictus?
Sì.
Come va?
Giorni sì, giorni no. Oggi ha mangiato da sola, già una vittoria.
La donna chinò il capo.
Io sono Rosa, si presentò.
Paola.
Si strinsero la mano, un po goffe, sopra il letto.
***
Rosa insegnava italiano e lettere da quarantanni e diceva spesso che se ne provano di cattedre, ma ognuna lascia il segno sulle spalle. Vivendo in via Emilia, era perfetta come vicina dospedale. Aveva una mamma energica, Antonietta, che fino allictus faceva conserve per tutto il palazzo. Adesso fissava il soffitto, ogni tanto scendeva una lacrima, ma solo quando pensava di passare inosservata.
Hai fratelli? domandò Rosa, quella stessa sera, mentre dividevano tè dal thermos in corridoio.
Un fratello. Milano.
Viene?
Paola girò il cucchiaino.
Per ora no.
Rosa la fissò tranquilla, senza pietà.
Io due sorelle. Una a Bari, una qui, dietro langolo. Quella vicina mi ha chiamato una volta: Hai bisogno? Ho detto no, che me la cavo. Ah, bene. E più nulla.
Perché hai detto così?
Che me la cavo?
Un sospiro.
Forse perché detesto chiedere. Chiedere pesa. Specie a chi non vuole aiutarti davvero.
Paola pensò che era esattamente quello che provava, ma non aveva mai saputo metterlo a parole.
***
Dopo due settimane Maria Teresa migliorava, a passo di lumaca ma pur sempre avanti. Le parole tornavano come le perle sparse su un tappeto: sì, no, acqua, Paola, dolore, casa. Frasi storte, ma sempre più ricche.
La mano destra rispondeva a metà, ma le dita si muovevano. Lortopedica, Giovanna, giovane e paziente, lavorava con la signora ogni giorno, come se aggiustasse un vecchio orologio.
Brava, diceva a Paola. Non sono molti familiari così presenti. Conta tantissimo.
Fa piacere, certo. Ma brava non era la parola che Paola voleva sentirsi dire. Avrebbe voluto unaltra, ma ancora non sapeva quale.
Guido richiamò dodici giorni dopo la prima telefonata. Chiese aggiornamenti sul linguaggio, sulla badante, sui soldi.
Guido, non mi servono soldi, rispose Paola.
E allora cosa ti serve?
Paola stava quasi per dirlo. Aprì bocca, ma poi richiuse.
Niente. Tutto ok.
Bene, fece lui. Proprio come la sorella di Rosa.
Dopo quella chiamata, Paola uscì dallospedale e rimase per dieci minuti davanti allingresso, le mani in tasca. Era freddo, forse cinque gradi, e si sentiva odore di neve appesa da qualche parte, ma non ancora arrivata. Guardava le auto e chi camminava, e pensava che forse il dolore non sta nei drammi, ma in un bene buttato nella cornetta senza pensarci.
***
La mamma venne dimessa il ventitreesimo giorno. La dottoressa Colasanti le raccomandò ginnastica quotidiana, farmaci a orario, niente stress. Ma proprio niente!
Va a vivere con lei? chiese.
Sì, rispose Paola. Eppure, fino a unora prima, non ne era convinta.
Chiamò in ditta, spiegò la situazione. La responsabile, Luciana Ferretti tanto dura quanto giusta le concesse altre due settimane, poi o lavori o
Chiamò anche la padrona di casa, la signora Brunetti, per proporgli sùbito un mese in ritardo sullaffitto. Si fece sentire, ma cedette.
Si congedò pure da Rosa che restava qualche altro giorno in ospedale con la madre.
Ecco il mio numero, le scandì Rosa. Chiama, eh. Faccio sul serio.
Grazie, rispose Paola. Aveva imparato a dire grazie con la voce di chi non crede davvero che una parola cambi qualcosa. Ma Rosa la fissò e aggiunse:
Io non scherzo. Quando dico una cosa, la penso.
Paola la guardò. Nessun sorriso, nessuno sguardo tenero. Solo diretta.
Va bene. Chiamo.
***
Vivere con la mamma si rivelò insieme più difficile e più facile di quanto pensasse. Più difficile fisicamente: riadattarsi ad aiutare Maria Teresa in ogni cosa era strano, imbarazzante da entrambe le parti. Abituate a vedersi forti e indipendenti, toccava ora imparare a lavare, vestire, aiutare. Maria Teresa sopportava con dignità, ma a volte si inumidivano gli occhi, e Paola faceva finta di non vedere.
Però era più facile su un altro piano: parlare davvero. Piano, scandendo le parole, aspettando la frase. In quellattesa qualcosa nasceva. Maria Teresa le raccontava infanzia, il padre che Paola non ricordava, tempi di fabbrica, lamica Lucia che si era trasferita a Torino ma le scriveva da trentanni.
Non sapevi, diceva la mamma, con pause, che ballavo il valzer. Brava.
Sul serio?
Sì. Mi lodavano. Dicevano elegante.
Paola la fissava, minuscola, bianca, con langolo della bocca un po abbassato dallictus, e cercava di immaginarsi la giovane Maria Teresa che ballava.
Mamma, cè qualcosa che rimpiangi?
La mamma rimuginò.
Rimpianti? Ho vissuto così come sono stata.
Ma davvero?
Sì. Se fossi stata diversa, magari mi sarei pentita. Ma non lo so.
Paola non capì davvero. Ma lasciò stare.
***
Una settimana dopo, Rosa chiamò. Si aggiornarono sulle mamme, sulle medicine, sulle fatiche. Ne uscì una chiacchierata di venti minuti che fu davvero piacevole. Di quelle che non sono cortesia, ma compagnia vera.
Vediamoci un caffè, propose Rosa un sabato.
Volentieri, disse Paola.
Si trovano in un piccolo bar, Il Barretto, dal nome pomposo. Interni in legno, luce calda, aroma di brioche. Paola arrivò prima, si mise vicino alla finestra a fissare la strada. Rosa arrivò precisa: tolse il cappotto, si sedette.
Sei più in forma che in ospedale, commentò.
Anche tu. rispose Paola.
Lì ci massacrano le luci. Sembrano più tristi anche le buone notizie.
Presero caffè e crostata di mele, e via a confidarsi. Rosa narrò della scuola, di come ora i ragazzi fossero altri, non peggiori, solo diversi. E adattarsi, a sessantanni, è una piccola impresa.
Sono in pensione da tre anni, disse. I primi mesi non sapevo nemmeno dove battere la testa. Dopo quarantanni coi ragazzini, trovarsi da sola fa strano.
Cosa hai fatto?
Ho letto. Un mare. Poi corsi di acquerello. Dipingevo male, ma serve solo piacere.
Paola sorrise.
Io non ho mai provato niente di nuovo.
Lavori?
Sono contabile. Un lavoro che conosco, non mi esalta, ma mi è familiare.
Capisco, acconsentì Rosa. Ci sono giorni che la routine pesa, altri in cui consola.
***
Passato un mese, Paola tornò in ufficio. Lei e Rosa si accordarono: quando Paola era presa, Rosa passava a vedere Maria Teresa. Allinizio Paola fece la ritrosa, poi ci fece labitudine.
A Rosa piaceva Maria Teresa.
È sveglia, tua mamma, disse una volta. Oggi mi fa: Rosa, lei è troppo a modo, un po mi spaventa! Ci ho riso su per ore.
Mamma ha senso dellumorismo, ammise Paola.
È oro. Aiuta.
Guido telefonò a inizio dicembre: forse sarebbe venuto a Natale, forse no. Paola rispose: viene, bene; non viene, va bene lo stesso. Lui la chiamò strana. Lei lasciò correre.
Nei giorni seguenti Paola rimase a lungo in cucina della madre. Là fuori nevicava, la prima vera nevicata. Paola fissava i fiocchi e pensava che i problemi coi fratelli non erano una novità. Era solo che adesso la crepa era visibile, come quando la casa si abbassa e i muri cedono. La crepa stava lì da sempre, solo che lei aveva sempre guardato altrove.
Si chiedeva cosa siano i veri sentimenti. Non le parole, ma i fatti. Guido probabilmente voleva bene anche lui a Maria Teresa, ma il suo affetto viveva su uno scaffale, lontano dalluso quotidiano.
O forse sbagliava Paola. Ognuno ha la sua misura, mica puoi aspettarti che un gatto abbai. Ma comunque, faceva male. Piano, senza clamori, ma male.
***
A metà dicembre, una sera, Paola tornò tardi. Mamma era in cucina, parlava al telefono. Paola si fermò sulla soglia.
Sì tranquillo. Sei bravo, Guido.
Pausa.
No, non è arrabbiata. È solo stanca. Vieni se puoi.
Mamma chiuse la chiamata e guardò Paola.
Era tuo fratello.
Ho sentito.
È in pensiero.
Paola aprì il frigo. Solo per muovere le mani, non per fame.
Mamma, uno che ci tiene viene davvero.
Paola.
Che cè?
Non sto dicendo che abbia ragione. Sto dicendo che è in pensiero. Due cose diverse.
Paola chiuse il frigo.
Mamma, fa male sentirlo. Lo capisci?
Certo che lo capisco. È sempre stato più difficile per te, lui non lo ha mai capito.
Perché?
Mamma ci pensò su.
Perché non lho mai detto. Ho pensato: si capirà da sé. Non si è capito.
Paola accusò unondata di stanchezza generale. Dal lavoro, dalle chiacchiere sul fratello, dalla sensazione di portare su di sé qualcosa di enorme e pesante, da sola. Si sedette, poggiò la testa sulle mani.
Mamma, non so come andare avanti.
Mamma tacque. Poi si alzò lentamente e, con la sinistra, la carezzò sulla spalla.
Come hai fatto finora, disse giorno per giorno.
***
A Capodanno erano in tre: Rosa portò insalata russa e una bottiglia di succo di mela. Maria Teresa indossava il vestito migliore, blu notte, e Paola laiutò con i capelli. Mangiavano e parlavano, affondando nel passato: i capodanni con balli e canzoni, Rosa con le storie della scuola. Maria Teresa ascoltava e ogni tanto rideva. Guido non chiamò a mezzanotte, chiamò la mattina dopo, con voce ancora assonnata.
Buon anno, Paola.
Buon anno.
Come va mamma?
Bene. Labbiamo festeggiata, con una cara amica.
Brava. E tu pensa anche un po a te.
Ci provo.
Silenzio.
Forse a febbraio vengo.
Va bene, Guido.
Sei arrabbiata?
No.
La verità era che Paola non era più arrabbiata già da un po, da un pomeriggio di novembre nellandrone dellospedale. La rabbia era evaporata, lasciando qualcosaltro. Non proprio il perdono, ma insomma, un chiarimento: lui è così, non cambierà, ma tu puoi smettere di aspettare il miracolo.
***
A gennaio, dopo le feste, Paola fece per la prima volta qualcosa per sé. Rosa la invitò a una mostra di acquerelli al centro civico. Paola tentennava: Sono stanca, mamma mi aspetta. Quattro ore sopravvive, e lo sai.
Alla fine, risero e andarono.
Tra una trentina di spettatori, alcuni quadri facevano impallidire anche i corridoi della scuola media. Paola si innamorò di una piccola boscaglia dinverno, tutta argento e blu.
Ti piace? chiese Rosa.
Tanto.
È mia, confessò Rosa, quasi arrossendo.
Davvero?
Lo dicevo che dipingo. Male, ma mi diverto.
Non male, disse Paola. Bello.
Poi presero il tè al bar del centro, chiacchierando daltro. Di quanto il conforto passi anche dalle piccole cose, come qualcuno che viene a vedere i tuoi quadri perché glielhai chiesto.
Sai, disse Paola in questi mesi ho capito una cosa importante. Riguarda me, mica la mamma o Guido.
E cioè?
Che ho sempre vissuto come se non avessi diritto di chiedere aiuto. Come se fosse una vergogna. Quando sto male o serve una mano, o faccio la dura, o dico: Me la cavo, come hai fatto tu in ospedale.
Rosa annuì.
Mi ci riconosco.
E cosa si fa?
Forse bisogna imparare a dirlo. E basta. Oggi sono sfinita. Oggi vorrei qualcuno vicino. Oggi ho paura. Difficile, ma non impossibile.
Tu ci sei riuscita?
Rosa rifletté.
Sto lavorandoci. A sessantanni. Mai troppo tardi.
***
A febbraio Guido si presentò. Preavviso: tre giorni. Arrivo: sabato mattina. Paola ad attenderlo nel salotto della madre. Era sempre lui, un po ingrassato, cappotto da 400 euro, odore di dopobarba buono. Portò cioccolatini alla mamma, una bottiglia di spremuta darancia a Paola.
Maria Teresa si animò, quasi si emozionò troppo e si confuse nel parlare. Guido si mostrava impacciato con quel linguaggio a strappi: non ci era abituato.
Mamma, vai piano, le disse.
Io piano vado. Sei tu che corri, sempre.
Guido rise impacciato.
Pranzarono insieme: Paola aveva preparato minestrone e polpette, la tavola apparecchiata bene. In principio un gelo; poi, a tratti, si sciolse. Guido raccontò di Milano, del lavoro, delle vacanze progettate con Giada. Maria Teresa ascoltava, Paola mangiava e taceva.
Dopo pranzo, Guido lavò i piatti. Da sempre lo faceva, da quando aveva dieci anni. Piccole costanti.
Paola, disse poi, con la mamma che schiacciava un pisolino ce lhai ancora con me?
Te lho già detto. No.
Però cè qualcosa.
Sì, ma non è rabbia.
E allora?
Paola lo guardò. Per la prima volta Guido teneva gli occhi limpidi, senza schermarsi col sarcasmo di rito.
Disillusione forse, disse Paola. Speravo che saresti venuto senza bisogno di dirtelo. Che lo avresti capito da solo.
Non ci riesco, ammise Guido piano. Lo so che sembra una scusa, ma è la verità.
Ho capito.
Sei arrabbiata che non capisco?
No, non più. È solo che ho scoperto che sei diverso da come pensavo.
Guido rimase muto. Poi:
Forse hai ragione.
Non era una rivoluzione, ma era importante. Aveva detto forse. Niente sfide.
Partì la domenica sera. Un bacio alla mamma, abbraccio a Paola, ti chiamo più spesso frase già sentita mille volte a vuoto. Paola si limitò ad annuire.
***
Marzo portò la primavera. Maria Teresa migliorava di giorno in giorno. La mano destra resuscitava pian piano, la parola quasi perfetta. La dottoressa sorrise al controllo: Non capita spesso, va alla grande! Ed era merito anche della presenza costante.
Grazie, è tutto vostro, disse la dottoressa a Paola.
Non solo mio, puntualizzò Paola.
Pensava a Rosa, alle sue visite, alle passeggiate, agli esercizi che faceva fare a Maria Teresa, alle cene calde. Un giorno chiese alla mamma: Non ti dà fastidio che una quasi estranea venga tanto spesso?
Maria Teresa pensò.
Lei non è estranea. Estraneo è chi se ne frega. A lei non è indifferente.
Paola se lo segnò da qualche parte dentro. Che la vera vicinanza non è data dal DNA, ma dallautenticità.
***
A marzo, Paola chiamò Rosa una sera, un po per caso, un po no. Dun tratto disse:
Sai, mi sembra di aver trovato unamica, vera, a cinquantasette anni. Mi suona strano
Perché? replicò Rosa. La gente arriva quando la lasci entrare. Letà non centra.
Ero piuttosto chiusa.
Anchio. Ho sempre pensato: autosufficiente io! E invece ero solo sola, ma in modo elegante. Poi sei arrivata tu.
Risero.
Siamo fortunate, concluse Rosa.
Paola pensò: sì, davvero. Trovare fiducia, senza contraccambi o calcoli, è raro, e quando nasce in un corridoio di ospedale, davanti a un tè, lo tieni stretto.
***
A aprile, per la prima volta, Maria Teresa uscì per strada. Paola la accompagnava piano piano per il viale. Arrivarono allangolo e tornarono. Maria Teresa era stanca, ma soddisfatta.
Che bello camminare. Pensavo di non potere più.
Eccome, fece Paola.
Paola, domandò poi Maria Teresa, sedute a bere thé.
Dimmi.
Tornerai a casa tua, vero?
Paola la guardò.
Mamma, avevamo detto: ancora un mese, poi si vede. Tu diventi sempre più autonoma.
Sì. Non lo dicevo per quello. Solo la mamma si fermò. Solo che volevo dirti che sono contenta che tu sia rimasta. Importante, sai? Non lho mai detto prima.
Mamma
Aspetta. Fammi parlare. Ho sempre pensato che certi sentimenti non si dicano, che ci si arriva da soli. Ma ora penso sia sciocco. La gente non legge il pensiero. Le cose bisogna dirle.
Paola sentì pizzicare gli occhi, ma non scappò.
Anchio sono stata felice di essere qui, con te. Davvero.
E restarono lì, nel silenzio buono.
***
Guido chiamò due volte ad aprile. Parlò con la mamma, due parole anche con Paola. Chiese di farmaci, di analisi. Parlavano senza tensione: qualcosa era cambiato, più che i rapporti erano cambiate le aspettative di Paola. Non aspettava più da lui quello che non poteva dare: si sentiva libera.
Un giorno Guido disse:
Paola, sei stata in gamba. Davvero.
Sei il secondo che me lo dice.
E allora?
Allora forse lo sono davvero.
Si fecero una risata, la prima vera da quando erano piccoli e i problemi erano solo chi prendeva il telecomando.
***
A maggio la mamma si allenava da sola: esercizi di mano, bottoni da una scatola allaltra, come le aveva insegnato la fisioterapista. Concentratissima, una bambina che impara a scrivere.
Guarda, disse la mamma, sollevando la mano e serrando il pugno.
Mamma!
Non proprio perfetto, ma ci sono quasi.
È bellissimo, mamma.
Mi sono impegnata, disse la mamma, senza enfasi.
Ecco il coraggio, pensò Paola: non è fare cose eclatanti, ma spostare bottoni ogni giorno, anche quando sembra inutile, perché ti importa davvero di vivere.
***
A fine maggio Paola capì che era tempo di tornare nella sua casa. Maria Teresa era ormai autonoma, Rosa passava spesso, la signora Gelsomina di sotto era sempre pronta allerta. Paola abitava a quindici minuti netti.
Mamma, torno da me.
Lo so, disse Maria Teresa.
Ci sei male?
Un po, ma capisco. Hai la tua vita.
Vengo ogni weekend. E nei feriali, quando posso.
So. La mamma le prese la mano. Paola, vivi. Anche per te. Soprattutto per te.
Paola non rispose subito.
Ci provo, mamma.
Lultima sera si misero in cucina, parlarono a lungo. La mamma ricordò una scenetta buffa dellinfanzia, Paola rise ancora di gusto. Poi la storia del valzer.
Mamma, mi insegni una volta?
Cosa?
Il valzer.
Maria Teresa la fissò, stupita. Poi sorrise.
Possiamo provare.
Si alzarono, sul tappeto di cucina. Un po impacciate, lei con la mano destra ancora ballerina incerta, ma ci provarono. Uno, due, tre, uno, due, tre. I passi, il sorriso, le risate. Chissà i vicini sotto, magari pensavano a una festa fuori orario; pazienza. Solo passi e risate.
***
Paola rientrò nel suo bilocale su via Garibaldi. Laria di casa era polverosa e silenziosa, spalancò subito la finestra. Era venerdì. Domani niente lavoro.
Disfece la valigia, mise su il bollitore, chiamò la mamma. «Tutto bene, Paola, la Gelsomina è venuta, ora ho sonno».
Vai a dormire, mamma.
Vado. Tu pure.
Scrisse un messaggio a Rosa: «Tornata a casa. Grazie di tutto». Risposta: «Macché, ci vediamo sabato».
Tolse le scarpe e si mise a guardare fuori. Sera di maggio, alberi con le foglie nuove, luce ancora viva, ragazzi in bicicletta, bambini che correvano ai giardinetti.
Pensava che quei mesi le avevano cambiato la vista. Non era diventata unaltra, ma qualcosa era scattato: come mettere gli occhiali giusti dopo anni storti. Era tutto uguale, ma più nitido.
Le cose materiali e quelle dellanima sono due pianeti diversi, e la seconda non colma la prima. Lo sapeva già, ma ora lo sentiva nella pelle, non solo nella testa.
La vera vicinanza spesso viene da dove non la aspetti. Paola laveva cercata nel fratello; ma era arrivata da unestranea con la schiena dritta e il thermos di tè. La vita, in fondo, non ti dà necessariamente quel che vorresti. A volte ti dà quello di cui hai bisogno.
***
Due settimane dopo il rientro a casa, la mattina, mentre era in ufficio, la mamma telefonò:
Paola, cè Guido qui.
Cosa?
È arrivato. Non aveva detto nulla, solo che è venuto.
Paola restò a bocca aperta, in corridoio.
È venuto da solo?
Da solo. Sta qui, mi guarda. Sembra quasi spaesato.
E che dice?
Dice: Mamma, mi mancavi.
Paola non trovò nulla da ribattere.
Beh, mamma meglio così.
Attaccò, tornò alla scrivania, accese il computer. Da fuori, la luce di giugno tagliava la stanza. La capoufficio, la signora Ferretti, lanciò: «Romano, il bilancio?»
Quasi pronto! rispose Paola.
Pensava al fratello che improvvisamente era tornato. Magari qualcosa si era smosso, magari nulla. Forse era stata Giada a convincerlo, forse si era svegliato lui una mattina e aveva capito tutto. Forse non era importante il perché. Contava solo che ora era lì.
Anche se una visita non cambiava tutto, ma era un inizio. E Paola lo sapeva.
***
Quella sera stessa, incontro con Rosa. Ormai si vedevano spesso, mica solo per le mamme. Un caffè al Barretto.
Guido è venuto, disse Paola.
Lo so. Tua madre mi ha chiamata, tutta emozionata.
Chiama anche te?
Ogni tanto. Le piace dare le notizie.
Paola scuoteva la testa.
Eh, che meraviglia.
E tu come ti senti?
Strana. Mi ero abituata a essere noi due, solo io, la mamma e, a dire il vero, anche tu. Ora cè di nuovo lui.
Ti fa male?
No. Solo non so che significa. È solo una visita.
Sì, però può essere linizio.
Davvero pensi?
Forse sì. O forse nulla cambia. Le persone evolvono piano, e raramente come vogliamo. Ma ogni tanto cambiano, davvero.
Paola tenne la tazzina con entrambe le mani. La sala era quasi vuota; solo una giovane leggeva da sola accanto al vetro.
Rosa, ricordi come ci siamo conosciute?
In ospedale. Mi guardavi come una che vorrebbe essere calma, ma non sa come.
Ma come si fa?
Con il tempo, forse. La calma fuori non vuol dire calma dentro.
Siamo uguali, disse piano Paola.
Un po, ammise Rosa.
Rimasero così, in un bel silenzio, quello che si tiene stretto tra amici.
Sai, aggiunse Paola la mamma mi ha detto di vivere per me. Non solo per lei.
È una donna saggia.
Saggia sì. Non lavevo capito quanto, a volte.
Fuori, la sera andava lunga e chiara. La lettrice dietro il vetro voltò pagina. Da qualche parte, qualcuno rispose al telefono. Non era Paola.
Starai a vivere con la mamma?
No. Vicino. Non è la stessa cosa, adesso lho capito.
Hai avuto questa intuizione ora?
Sì. Da poco.
Rosa alzò la tazzina.
A questa nuova consapevolezza.
Brindiamo, rise Paola.
***
Tardi, quella sera, Paola era già col libro sul letto, quando il telefono vibra: Guido.
Pronto? fece lei.
Paola, non sveglia?
Sto leggendo.
Stanotte resto da mamma. Me lo ha chiesto.
Bene.
Paola, volevo dire una cosa. Ho fatto male, a ottobre, a non venire.
Paola chiuse il libro.
Guido.
Eh?
Ti ascolto.
Un attimo di silenzio.
Non dirai è tutto a posto?
No, non lo dirò. Non era a posto. Ma neanche Non ti perdono. Non sarebbe vero.
Cosa è vero allora?
Paola pensò un secondo.
Che siamo umani, con delle debolezze. Che la mamma è qui, ed è ciò che conta. Forse dovremmo parlare più spesso. Ma davvero.
Sì.
E grazie che sei venuto.
Dici sul serio?
Sì.
Altro silenzio breve.
Domani portiamo la mamma a fare due passi. Adesso arriva fino allangolo.
Ancora più lontano, vedrai. Lei non lo dice, ma lo so.
Tu sai sempre tutto di lei.
Sono rimasta qui, vicino.
Una pausa. Ma era diversa dal solito.
Sì, disse Guido. Sei rimasta.
Non parlarono oltre. Si salutarono pianissimo.
Buonanotte, Paola.
Buonanotte, Guido.
Paola rimise via il telefono, riaprì il libro, lesse qualche riga. Poi chiuse tutto e si sedette in silenzio.
Fuori la notte era tiepida. In lontananza passava il tram. La finestra era aperta: aria che odorava di erba e, in anticipo, di pioggia. Forse domani.
E pensò: si vive così. Non quando tutto è a posto, non quando sono risolti i nodi. Si vive così, giorno per giorno come diceva la mamma. Finché cè qualcuno vicino, che ci resta. E impari a essere grata, invece di frugare sempre nei difetti.
Non sapeva se Guido sarebbe cambiato, né quanto ancora si sarebbe ripresa la mamma. Né che sarebbe successo a lei. Se avrebbe avuto ancora qualcuno vicino, o sarebbe tornata sola.
Ma, in quellistante, nella notte silenziosa, non ci pensava. Pensava solo alla mamma che muoveva i bottoni con la destra. Al bosco dacquerello. Al tè nel corridoio.
E che vivere non è aspettare che tutto vada a posto. Vivere è ciò che succede proprio mentre aspetti.
E forse, aveva ragione.






