La Casa dopo il Servizio

Il ricordo di quella casa, quella che avevo vissuto subito dopo il ritorno di Luca dal servizio, è ancora vivido come se fosse ieri. Lingresso profumava di scarpe bagnate per la pioggia e di un cappotto ancora umido appeso al gancio più basso, quello che avevo lasciato libero per il figlio. Luca entrò quasi in silenzio: i capelli corti, la divisa stretta, il viso serio ma con lo sguardo più vigile che mai. Sistemai di fretta il tappeto davanti alla porta, sorridendo per cercare di stemperare la tensione.

Vieni dentro Tutto è pronto. Ho aerato la tua stanza e ho rifatto il letto con le lenzuola nuove gli dissi.

Luca mi annuì, non sapendo se fosse per gratitudine o semplice cortesia. Pose la valigia contro il muro, si fermò sulla soglia della camera e guardò i rivestimenti a rombi sbiaditi, la mensola col suo vecchio libro di fiabe. Sembrava che nulla fosse cambiato, solo laria era più fresca: avevamo spento il riscaldamento una settimana prima.

In cucina disponevo i piatti: una minestra di cavolo da lui richiesta, patate con prezzemolo fresche dal mercato. Con voce calma cercai di parlare:

Non avresti potuto chiamare prima Pensavo di incontrarti alla stazione.

Luca alzò le spalle:

Volevo arrivare da solo.

Il silenzio si fece più denso; sentivo solo il tintinnio del cucchiaio contro il bordo della ciotola. Mangiava lentamente, quasi in mutismo, rispondendo a tratti di viaggio, al comandante che, a suo dire, era un uomo corretto. Io mi accorgessi di voler chiedere del futuro, ma non trovavo il coraggio di parlare apertamente del lavoro o dei suoi progetti.

Finita la cena, ripulii la cucina con gesti familiari, quasi un rituale di consolazione più efficace di qualsiasi conversazione. Luca si ritirò nella sua stanza, la porta rimase leggermente socchiusa, e dal corridoio si intravedeva solo lo schienale di una sedia e il bordo della valigia.

La sera uscì per prendere dellacqua e si fermò al davanzale del soggiorno; una brezza leggera, proveniente da una finestrella socchiusa, gli ricordava linizio dellestate: il sole calava tardi, avvolgendo di luce morbida i vasi di erbe aromatiche.

La mattina seguente mi svegliai prima di lui, udendo il suo respiro appena percettibile attraverso il sottile muro della camera. Cercai di non fare rumore con i piatti. Lappartamento sembrava più stretto: i suoi vestiti occupavano gli spazi di ingresso e del bagno; lo spazzolino accanto alla mia vecchia tazza dacqua sembrava fuori posto.

Luca trascorse gran parte della giornata al computer o sul cellulare, uscendo solo per la colazione o per il pranzo. Io tentavo di parlare di tempo o di vicini; lui rispondeva in punta di dito o si ritirava al suo angolo.

Un giorno, al mercato, comprai aneto e cipolla freschi:

Guarda! La tua verdura preferita

Lui li osservò distratto:

Grazie Dopo?

Le erbe appassirono in fretta sul tavolo; la casa si scaldava verso sera, e io temei di aprire le finestre, perché da piccolo Luca non amava le correnti daria.

Le serate si svolgevano attorno alla cena, con pause imbarazzanti che allungavano i silenzi più dei discorsi. Luca raramente elogiava il cibo, a volte chiedeva di tenere il piatto fino al giorno successivo perché non aveva appetito. A volte dimenticava di mettere via la tazza o lasciava il paneio aperto dopo uno spuntino notturno.

Io notavo questi piccoli cambiamenti: prima sistemava sempre il tavolo senza che lo ricordassi. Ora mi sembrava scomodo rimproverare un adulto; così spazzavo le briciole in silenzio.

Alcune piccole cose si perdevano: lasciugamano scomparve dal bagno, Luca lo mise nella sua stanza; le chiavi della cassetta postale finivano per sparire tra sacchetti e bollette, e poi li cercavamo entrambi in lungo e in largo.

Una mattina trovai il paneio vuoto sul tavolo:

Dovremmo comprare del pane

Luca mormorò qualcosa dalla sua camera:

Va bene

Stavo per andare al mercato dopo il lavoro, ma una lunga fila in farmacia mi fece tornare a casa stanca già al tramonto.

In cucina Luca era fermo davanti al frigorifero con il telefono in mano. Aprii il paneio, ma il pane non cera. Sospirai, sfinita:

Hai detto che avresti comprato il pane, vero?

Luca si girò di scatto, alzando la voce:

Lho dimenticato! Ho le mie cose da fare!

Il mio fastidio esplose, nonostante la stanchezza:

Certo Ti dimentichi sempre tutto!

Le nostre voci si alzarono, il respiro divenne pesante nella piccola cucina. Ognuno cercava di dimostrare il proprio punto, ma in realtà si sentiva solo la fatica di non capirsi, la paura di perdere quella vicinanza che una volta era così semplice.

La casa rimase silenziosa, come se lenergia della lite si fosse dissolta nellaria della notte. La lampada da tavolo proiettava unombra lunga sul paneio vuoto. Non riuscivo a dormire; ascoltavo i rumori sparsi: un click di un interruttore, il ruggito dellacqua nel bagno. Luca camminava con cautela, quasi temendo di disturbare la quiete di muri che ora erano al contempo familiari e estranei.

Ricordavo le nostre chiacchierate prima del servizio: allora era più facile chiedere, rimproverare per la spazzatura dimenticata o per il ritardo a cena. Ora ogni parola sembrava un rischio: non ferire, non spezzare lequilibrio fragile. Dietro la lite cera la stanchezza: la mia dopo una lunga giornata di lavoro, la sua dopo il silenzio di mesi racchiusi tra quattro pareti.

Verso le due di notte sentii dei passi leggeri nel corridoio. La porta della cucina scricchiolò; Luca versò dellacqua da una caraffa. Mi sollevai sul gomito, indecisa se alzarmi o restare a letto. Alla fine mi alzai, indossai la vestaglia e camminai a piedi nudi sul pavimento freddo.

Lodore di un panno umido riempiva la cucina; il giorno prima avevo pulito il bancone. Luca era fermo alla finestra, le spalle rivolte alla porta, le spalle leggermente cadute, la mano stretta attorno al bicchiere.

Non riesci a dormire? gli chiesi a bassa voce.

Lui trasalì appena, ma non si voltò subito.

Anchio non riesco

Il silenzio si fece denso, interrotto solo da una goccia dacqua che scivolò sul vetro della caraffa.

Scusa per la serata Ho alzato la voce senza motivo dissi. Sei stanco Anchio lo sono.

Lui si voltò lentamente:

È colpa anche mia È tutto così diverso adesso.

La sua voce era roca per il lungo silenzio; evitava i miei occhi.

Rimanemmo in quel silenzio, ma le parole semplici parevano sciogliere la tensione. Mi sedetti di fronte a lui, spostando verso di lui una scatola di tè, gesto automatico e rassicurante.

Sei già adulto, gli dissi con delicatezza. Devo imparare a lasciarti andare un po più lontano Io ho sempre paura di sbagliare o di lasciarti fare qualcosa di sbagliato.

Luca mi guardò attentamente:

Anchio non so ancora come stare qui Prima, doveva bastare: dicono faccio; a casa è tutto diverso. Qui sembrano esserci regole che si sono fatte senza di me

Sorrisi con gli angoli della bocca:

Impariamo entrambi a vivere insieme Forse dovremmo accordarci su qualcosa?

Lui alzò le spalle:

Possiamo provare

Quella disponibilità mi donò sollievo. Decidemmo ad alta voce che lui si sarebbe occupato di comprare il pane a giorni alterni, che entrambi avremmo lavato i piatti dopo cena, e che avremmo rispettato un po di tempo personale la sera, senza domande sul dove vai o sul cosa fai. Capivamo che era solo linizio, ma il fatto di parlarne onestamente era già un grande passo.

Le chiesi dei suoi progetti lavorativi:

Volevi cercare qualcosa? Hai ancora la tessera di servizio?

Lui annuì:

Sì. Dopo la scarcerazione il foglio di servizio è nella mia borsa, insieme al certificato Ma dove devo andare adesso?

Ricordai il Centro per lOccupazione; gli parlai dei percorsi gratuiti per chi appena rientrato dallesercito. Lui ascoltò con un po di diffidenza:

Pensate sia utile andare lì?

Scossi la testa:

Perché no? Se vuoi, domani mattina ti accompagno, così non sei solo a sistemare i documenti.

Rifletté a lungo, poi rispose:

Facciamo così, proviamo insieme

Il sole, ormai più caldo, illuminò la piccola cucina: forse perché avevamo spento le luci sopra il fornello, lasciando solo la luce soffusa della lampada, forse perché per la prima volta in giorni parlavamo con calma. Fuori, le case vicine scintillavano di luci; qualcuno dormiva ancora in quei piccoli appartamenti di primavera tarda.

Quando la conversazione si concluse naturalmente, pulimmo le tazze e spolverammo il tavolo con il panno umido. Il mattino ci accolse con una luce tenue che filtrava dalle pesanti tende; la città si svegliava lentamente, i bambini cantavano nei cortili e gli uccelli cinguettavano accanto alla finestra aperta della cucina. Non temetti più di arieggiare lappartamento; laria era più tiepida e la freddezza della notte era svanita insieme alle preoccupazioni di quei giorni.

Misi il bollitore sul fuoco e, dal ripostiglio, presi una confezione di fette biscottate per la colazione, al posto del pane mancato. Stesi sul tavolo i documenti di Luca: la tessera di servizio in una copertina rossa, il certificato e il passaporto. Li guardai con serenità; ora rappresentavano linizio di una nuova tappa della sua vita, proprio qui e ora.

Luca uscì dalla sua stanza ancora assonnato, ma senza la distanza di prima; si sedette di fronte a me e mi sorrise brevemente:

Grazie, mamma

Io risposi con la stessa semplicità:

Andiamo insieme oggi?

Lui annuì. Quel sì, per me, pesava più di qualsiasi promessa futura.

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