La mia vera vita
Camminavo verso casa, furioso col mondo intero. E mi faceva male il braccio oggi aveva incontrato la mascella di quel bel ragazzo, Romano Ciliberti. La mascella ha tenuto, il braccio pure, ma i nervi della nostra direttrice, la signora De Luca, non sembra abbiano resistito. È rimasta a fissare inorridita Romano, che piagnucolava nella neve, poi ha urlato e minacciato di espellermi dal liceo.
Ma che mi importa! Mi sentite? Non me ne frega niente! Rita, la mia ragazza quella con cui ho dato il mio primo vero bacio, quella che mi fa tremare solo alla sua vicinanza improvvisamente si è messa in mostra con Romano, e proprio davanti ai miei occhi. Voleva solo farmi arrabbiare? Provocarmi? O sperava in qualcosa di più? Ma io non sono ancora pronto! Bisognerebbe fare le cose a piccoli passi, trovare una stanza tutta per noi, prepararsi psicologicamente… Romano, invece, è sempre pronto!
Mi sono scosso, disgustato da certi pensieri volgari. Ho sputato, ma la saliva è finita proprio sulla mia scarpa da ginnastica. Che figura!
Sembrava che il mondo mi stesse prendendo in giro, come se prima mi avesse stuzzicato, invitato, e poi dato una sberla così forte da farmi vibrare i denti. O forse erano i postumi dello scontro con Romano? Non importa.
Basta! Ne ho abbastanza!
Cosa? Che basta? Il ghiaccio da solo non si toglie mica! mi ha interrotto qualcuno di lato. Ho sobbalzato: avevo pensato ad alta voce, se zio Eugenio, il nostro vicino, mi stava fissando in quel modo. Già, ero arrivato davanti a casa… E pensare che volevo camminare fin quando il freddo non mi facesse dimenticare tutto, come da ragazzino quando, dopo un brutto voto, temevo lira di mio padre. Allora vagavo per ore fino a gelarmi le ossa; poi, scoprivo che i miei erano a teatro e io, scemo, avevo dimenticato tutto.
Allora che cè che basta, eh? Nicola, sei fuori di testa oggi? Zio Eugenio si è fermato poggiando le mani sul largo manico della sua enorme pala arancione, spalando la neve dal suo suv nero, pronto a partire per la casa al lago. Si dice che Genio, come lo chiamava mio padre, abbia una villa sulla sponda del Lago di Como, un casale in legno, sauna, dependance per le signore, persino una piscina.
Ma chissà se è vero: Eugenio Carrara non racconta nulla della sua vita, non invita mai nessuno.
In me! Ho dato un calcio a un pezzo di ghiaccio, e ho subito sentito una fitta. Il ghiaccio era più forte di me, il dolore mi ha colpito le dita dei piedi, avrei dovuto mettere gli stivali invece delle sneakers fradicie. Mamma lo ripete sempre, che mi manca la testa sulle spalle. In effetti, forse la testa non lho mai avuta: al suo posto, solo un calderone ribollente di amore per Rita, pieno di pensieri e dettagli che nemmeno a lei racconterei.
Un gruppetto di turisti scivolava faticando sullo stretto marciapiede, venuti da Milano a visitare le nostre attrazioni. Di solito arrivano in pullman e li portano ovunque, tappa dobbligo alla trattoria Gelato, con zuppa acida e spezzatino nelle terrine, seguita dal famoso tè di Camoscio, chiamato come il nostro paese, e servito con ribes e lamponi galleggianti nei bicchieri di vetro. E poi brioches e focaccine. Una volta satolli e infreddoliti, li portavano a vedere la villa, la vecchia residenza della famiglia Camoscio, fondatori di tutto.
Due ali, la casa principale su tre piani, finestre giganti con saloni illuminati, tappezzeria in velluto, specchi ovunque, poltroncine damascate e oro alle pareti. Io la vedevo ogni giorno dalla mia finestra, gratis. E quei turisti la vedevano solo pagando e indossando le pantofole di feltro per non rovinare il parquet antico.
Attento, giovanotto! mi ha detto una donna in pelliccia, probabilmente la guida, con una bandierina rossa attaccata a un bastone. Ma insomma, qui cè una visita guidata! I signori vengono da Milano per ammirare la villa, il nido dei Camoscio, e lei spinge! Parlava veloce e stridula, un po ridicola, e mi stava per venire da ridere, anche se ero pronto a risponderle male. Ma come fa a non apprezzare di abitare accanto a un simile monumento! Queste mura hanno visto conti e contesse, sentito il trotto dei loro cavalli… o meglio, va bene, dei loro cavalli, ma il senso è quello
La donna prese fiato.
Quelle mura non hanno visto altro che muratori imprecanti e mozziconi di sigaretta! sbottai. Questo vostro nido è stato costruito cinque anni fa: prima qui cera un negozio andato a fuoco, grazie a Pierino Stornello. Lhanno arrestato e poi è nata la villa. Vi stanno prendendo in giro!
Provavo una certa soddisfazione nellessere così diretto e provocatorio. La guida, invece, era smarrita, tremava, e i turisti ridevano sotto i baffi.
Ehi, che roba! Magari anche tutto il resto, fabbrica, paese, strade, è tutto finto, eh? disse uno. Dai, raccontacelo!
Fui colto alla sprovvista quando la guida si mise a piangere.
Ma che combini, Nicola! zio Eugenio era scuro in volto. Quella lavora per il museo Eh! Ti ci vorrebbe una bella lezione
Si voltò, ricominciando a spazzare il suo suv.
Non sapevo ancora nulla di fondi, sovvenzioni, sponsor. Avevo la testa solo su una cosa, anzi su una persona: Rita ora usciva con Romano, ammiccava, scherzava con me, poi andava a stringersi con lui. Lui è più grande, più esperto, sa come far sentire le ragazze a loro agio.
Io? Io sono un disastro. Mi dicono che tutto dipende dalla famiglia. Ma mio padre non è mai stato affettuoso con mia madre, mai una carezza, un bacio. Pensavo che fosse normale, che fosse così per tutti, e che se Rita e io fossimo stati insieme ventanni, anche noi saremmo finiti così. Ma prima bisogna saper corteggiare! Io sono goffo, grossolano, Rita non gradisce o finge di non gradire
Mentre ci pensavo, la guida guidava i turisti verso la villa, sventolando la bandierina rossa. Magari poi si sarebbe inventata una storia su di me. Facciano pure.
Raccontano tutte frottole! gridai loro dietro. Milanesi!
E mi avviai allingresso. Eugenio continuava a spalare la neve…
Appena entrato, ho visto due valigie grosse in corridoio, quelle che portavamo sempre al mare.
Mamma! Dove si va? borbottai, tolsi le scarpe fradice, buttai i calzini zuppi per terra.
Ah, Nicola Sei tu. Mamma mi lanciò uno sguardo distratto, poi venne verso di me. Pensavo mi avrebbe baciato la guancia, invece mi scostò e iniziò a buttare berretti, sciarpe nelle valigie.
Che succede? Dove vai? mi sono rabbuiato.
Me ne vado, Nicola. È abbastanza. Basta. Ma che guardi così? Non è chiaro? Sono stufa, capisci? disse con voce squillante, quasi caricaturale, come la guida di prima.
Stufa di cosa?
Di tutto. Di fingere che siamo una famiglia normale spiegò infilandosi le scarpe.
Ma non lo siamo? sussurrai.
Sei cieco? Tu e tuo padre con le vostre faccende… Sorrise amaramente. E io dovevo capire, aiutare, compatire. Ma senza invadere. Ecco, basta! Ho perso anni importanti della mia vita qui.
Sveva! Mio padre è uscito dal soggiorno. Mi ha guardato serio, con attenzione. A me, non a lei. Sveva, stai commettendo un errore. Tanto non si torna indietro! Facciamo finta che queste indicò le valigie non ci siano. Andiamo a cena. Preparo io qualcosa. E Nicola mi aiuta.
Ma andateci voi, cucinate quello che volete! Io me ne vado, basta! Finalmente sarò felice. Non dovrò più sorridere a tua madre e far finta di apprezzare il tenerone che cucina. Non dovrò più sopportare i tuoi amici pieni di battute stupide e le vostre filippiche sulla cottura del riso!
Troverai altri amici e altre prediche. Cambierai solo posto, la vita resterà la stessa, ribatté mio padre. E il riso non lhai mai saputo cuocere.
Mamma non rispose, lanciò la scopa contro papà, ma mancò, si calò il berretto e trascinò le valigie fuori.
Mamma… Volevo dire qualcosa, ma mio padre mi strinse forte la spalla.
La osservai dal balcone mentre caricava i bagagli sulla macchina di Eugenio.
Le porto io i guanti! Torno subito, papà! corsi fuori, infilandoli alla meno peggio, e corsi giù.
La vidi davanti al suv di Eugenio.
Scusami, ragazzo Capitano certe cose sospirò Eugenio senza guardarmi, chiuse il bagagliaio e si mise al volante.
Ho buttato i guanti nella neve, mamma si chinò a recuperarli, cadendo sulle ginocchia.
Dentro di me era come se volessi darle una spinta, forte, da buttarla nel ghiaccio, per farle provare il nostro stesso dolore. Ma non lho fatto. Forse non ne avevo il coraggio, forse ero soltanto stanco.
Tornai in casa, mi sedetti sul pavimento dell’ingresso. Papà si sedette vicino a me, tirando fuori una busta di patatine già aperta.
Da quanto andava avanti? Lo sapevi? Perché non gli hai fatto il muso? Perché non hai trattenuto mamma?
Da tempo. Sì, lo sapevo. Ma non mi piace fare a botte, Nicola. E non si può costringere nessuno rispondeva a ogni domanda, ma era tutto sempre meno chiaro.
Poi sospirò:
Ho sentito dalla scuola. Hai litigato con qualcuno, il preside dice che ti vogliono espellere. È vero?
Ho fatto spallucce. La preside, la signora De Luca, è una donna troppo emotiva. Per lei una rissa è uno scandalo. Da noi ci sono solo due scuole superiori: istituto alberghiero e il nostro, informatica. Non cè molta scelta. O parrucchiere o tecnico informatico. Alternative ce nè solo una, più lontana, a Milano. E io ho rovinato la reputazione dellistituto.
È vero, ho borbottato. Vuole dirmi qualcosa.
Osservavo i miei pantaloni enormi, le catene, gli strappi. Improvvisamente ho avuto voglia di toglierli, di buttarli via in quei jeans ho vissuto il giorno in cui mamma è andata via con Eugenio. Che schifo!
Ha detto che dobbiamo parlarle, ha concluso papà con unalzata di spalle.
Dove sono andati? mi sono alzato, mi sono cambiato e sono tornato sul pavimento.
Chi? Mamma? Non lo so. Forse Eugenio ha una casa fuori Milano Papà mi ha sempre capito.
E la rissa? Perché ci sei finito dentro?
Per una ragazza ho confessato con disgusto. Rita mi piaceva, e anchio a lei, ma oggi se ne stava apposta con Romano. Ci ha girato intorno, lui era felice. Ho litigato con lei, mi ha detto che sono troppo bravo ragazzo, troppo prevedibile. Romano invece è uno che osa. Così lho colpito. Mi ha fatto male, e adesso capisco che di Rita non mi importa. Non voglio più nessuno. Perché così va a finire: vivi anni con qualcuno e un giorno ti lascia per il vicino. Papà, tu potevi difenderti di più! Almeno provarci!
Mi sono chiuso in camera, sbattendo la porta. Papà era rimasto seduto in cucina a mangiare patatine. Un altro avrebbe reagito diversamente…
Più tardi il profumo delluovo strapazzato con salame mi ha raggiunto dalla cucina. Avevo fame.
Nicola, vieni a mangiare, sentii la voce di papà alla porta. Ho preparato…
Che importa? Se ha lasciato andare mamma con Eugenio?! Bah!
Ma la fame era più forte. Quando la casa si fece silenziosa e papà era già a letto sono uscito, scalzo, ho sbattuto contro lo stivale di papà, sempre in mezzo ai piedi.
In cucina cera solo la padella con luovo freddo e il salame con sopra gocce di grasso. Papà mi aveva lasciato metà, aveva persino preparato il piatto. Aspettava.
Ho mangiato direttamente dalla padella.
Nel corridoio la luce si accese. Papà passò in bagno, era diventato vecchio tutto dun tratto, pesante, curvo. Eppure non aveva ancora cinquantanni!
Disturbo? disse entrando. Non riesco a dormire. Sai dovè nascosto il bicchierino di mamma?
Non lo so. Ma tu non dovresti! lo ammonii.
Ormai posso fare tutto, Nicola, tutto! alzò le spalle.
Non chiamarmi Nicolino! Chi ha scelto questo nome orribile?
Che ha di male? domandò papà, trovando finalmente il bicchierino, si versò da bere, come gli aveva insegnato il nonno. A tua madre piaceva che fosse sempre affettuoso. Io non ho mai avuto nulla in contrario. Lei ti vuole molto bene, e quello che è successo… riguarda solo noi due. Non pensare di essere il motivo della separazione.
Ma certo! Piangeva tanto quando si è congedata. Versami anche a me…
Tu sopravvivrai, tagliò corto papà.
Davvero? E pensi che a me non faccia male? Avete dei segreti mia madre va via con il vicino e…
Nessun segreto! si mise a camminare, agitato. La mamma odiava la cucina: Chi lha progettata non cucinava mai brontolava. Per questo avrebbe voluto trasferirsi. Magari se papà avesse acconsentito…
Quindi perché? Non si salta nella macchina di un altro così
Non sono degli estranei. Sai come ho conosciuto tua madre? Alluniversità. Già usciva con Eugenio. Io sono arrivato dopo. Lei… era bellissima, anzi, lo è ancora. Era felice, con gli occhi che brillavano. Allinizio mi evitava. Ma quando Eugenio partì per lavoro, lei era sola, io le sono stato vicino. Il ventesimo tentativo mi ha detto sì: siamo andati a vedere un film, poi a passeggiare. Era felice. Un giorno lho baciata… In piazza Garibaldi, la vigilia di Capodanno.
Perché non prima? ho sbuffato.
Perché cera chi poteva vedere.
E allora? Problemi loro!
No, erano problemi nostri, del nostro modo di essere. Ma io le ho dato un bacio… Poi siamo andati a casa mia. Tu sei adulto, puoi capire il resto. Presto tua madre si è accorta di essere incinta. Eugenio tornò, parlarono. Io avevo paura che lei… facesse una sciocchezza o che dichiarasse che il bambino fosse suo e non mio. Invece, lo ha allontanato. Abbiamo anche litigato. Sì, anche io una volta me la sono cavata con le mani!
E mamma alla fine ha scelto te, quello forte, come le leonesse? Quella frase mi scappò così. La mamma aveva semplicemente scelto il più forte.
Forse sì. Anche la tua Rita ha scelto tra te e Romano? Sei tu il più forte? Sorrise amaramente. Si versò ancora, ma fece una smorfia e si tenne il fianco. Lui non può bere. Mamma glielo impediva sempre.
Io? Non so. Rita nemmeno la voglio.
Io invece tua madre la volevo. Ho fatto del mio meglio, te lo giuro, ma già da tempo avevo capito che non mi amava. Siamo rimasti insieme per te. Eugenio era sparito e tua madre si era calmata. Tu dovevi crescere in una famiglia normale. Nessuna vergogna…
Vergogna di cosa? Che mamma fosse andata via? Cè gente che vive da separata, si porta i figli avanti e indietro. Non potevate essere semplici anche voi?
Non potevamo. Eugenio non voleva che tua madre ti portasse con sé, e lei non voleva lasciarti.
E allora ho capito. In mia madre cera una molla. Alcuni hanno molle forti, resistono a tutto, seguono la loro strada. Altri hanno molle deboli, si fanno schiacciare, poi scattano via. La molla di mamma era scattata. A quel punto era diventato tutto indifferente, anche se mi amava. Tanto avrebbe potuto anche non tenermi e allora…
Quindi è tutta colpa mia? La mia voce suonava enorme nella cucina improvvisamente vuota e fredda. Quando mi emoziono mi esce sempre male.
Siete una famiglia… Bravi! Tutta la mia vita è stata una menzogna: pensavo allamore, e cera solo sopportazione. Per me. E in realtà tutto è una bugia! Anche la villa dei Camoscio, la guida che racconta storie, Eugenio che sembrava tanto gentile, ma quando ha deciso che non servivo più mi ha ignorato. Chissà: tra i leoni, quando il maschio prende la leonessa con i cuccioli di un altro, li accetta o li elimina?
Mi sono ritrovato, quasi senza volerlo, sotto casa di Rita. Non ero mai stato a casa sua; viviamo a due vie di distanza, eppure non ci siamo mai invitati a vicenda.
Mi venne voglia di chiamarla per dirle: Fai pure quello che vuoi, non mi importa nulla. Non esiste amore vero, esiste solo sopravvivenza.
E chiamai.
Pronto! Rita, ascolta: fai quello che ti pare, capito? Abbracciati con chi vuoi, mi hai stancato totalmente! Capito?! Dico, hai capito?!
Avevo perso la calma. Ma Rita, a voce bassissima, mi chiese di salire da lei.
Cosa? Sono le tre di notte, Rita! Io…
Nicola, mia mamma si è sentita male, aiutami per favore… sussurrò, mandandomi il codice, piano, numero di interno.
Salgo.
Rita, sempre così curata, ora era pallida, magrissima, in una maglietta stinta e shorts con sopra un cetriolo disegnato e le pantofole a quadretti bucate.
Che succede? domandai. Chiama un medico, che vuoi che faccia io? O chiama il tuo Romano
I medici sono venuti, ci hanno lasciato delle medicine. Ma ho paura a restare sola con lei Scusami, Nicola, per oggi…
Ieri la interruppi. Te lho detto: non me ne frega niente! Come posso aiutare?
Parlavo ruvido, per non far pensare a Rita niente di romantico.
Sta solo un poco qui, mentre vado a prendere altre medicine. Ho paura a lasciarla sola Mamma preferisce stare a casa che in ospedale. Ma tu Nicola, perché sei fuori di casa a questora? mi spinse dentro Ecco, questa è mamma, Vera Petrini…
Guardai la donna a letto. Lentamente si voltò era la guida turistica di oggi, quella che avevo ferito con le mie parole.
Ma guarda che destino! sussurrò Vera, ma poi sorrise. Offriti un tè, Rita. Lui è infreddolito.
Rita, in casa sua, era diversa: semplice, buona. Si mangiava le punte dei capelli quando era pensierosa, sussultava se la madre la rimproverava.
Va bene. Nicola, resta con la mamma. Torno presto, vado in farmacia. Dopo facciamo merenda!
Mentre lei correva alla porta, le strappai la ricetta con tono rude.
Ci vado io!
Solo dopo appresi che Rita aveva paura di restare col madre per paura che il cuore cedesse di nuovo. Avrebbe voluto fuggire, respirare laria fredda e correre. Ma lho fatto io per lei.
Al ritorno, Vera Petrini notò che la evitavo con lo sguardo.
Ma sì, non si preoccupi. Aveva ragione, io raccontavo frottole. Ai milanesi piace sentire storie darte, comprarle, farsi affascinare dai racconti. Viviamo su questo inganno. Ma sa, le bugie servono a sopravvivere.
Mi scusi, sussurrai. Non dovevo trattarla così. Le hanno fatto qualcosa per colpa mia?
Rita mi guardava con due occhioni tondi come piatti.
Davvero sei tu? Per colpa tua hanno licenziato mamma e lei ha avuto un attacco! Siamo rimaste nei guai, sei proprio uno stupido, Nicola Logrando. Vai via! mi spinse, ringhiando. Grazie per le medicine, ma…
Finitela, ragazze. È stata colpa mia. Prendo tutto troppo a cuore, ma Nicola aveva ragione. Voi giovani siete netti, bianchi o neri. Noi vecchi impariamo a vivere coi compromessi A volte bisogna barare.
Eh già! non so perché, ma mi venne da ridere. A barare ci siete tutti troppo bravi. Rita, hey, perché piangi? Ma dai! ora ero io a non saper che fare.
Cosa si fa con una donna che piange? Anzi, una ragazza? Se piangeva mamma, papà le diceva qualcosa, ma lei lo cacciava sempre. Oddio, è tutto così complicato! Ho solo detto la verità, e ora faccio star male anche Rita e sua madre.
Rita, non ho scuse, però… forse potresti parlarmi? balbettai.
Vera guardò la figlia e annuì con dolcezza.
Rita si rifugiò in cucina, sbattendo le stoviglie, ruppe una tazza, urlò, io raccolsi i cocci e la aiutai a portare il vassoio.
Abbiamo bevuto il tè in silenzio. Mi andò di traverso, Rita mi diede una pacca sulla schiena così forte che caddi quasi dalla sedia.
Ha preso la mano da mio padre, era come un orso ridacchiò Vera.
Papà è mancato tre anni fa. Ora siamo sole. E tu non pensare di essermi indispensabile, chiaro? Solo oggi mi hai dato una mano, poi puoi sparire! Anzi, lascio la scuola pure io, e…
Non la lasciai finire, alzai le spalle e andai a mettermi le scarpe, bagnate marce.
Rita mi accompagnò alla porta.
Nicola, è successo qualcosa? mi chiese finalmente.
Mamma ci ha lasciati. Lei e papà sono stati insieme solo per me. Era rimasta incinta per caso e hanno vissuto così. Ora se ne è andata con Eugenio, spiegai. Che altro dovevo dire? Che mi meritavo la punizione?
Ma come, con Eugenio? Resti qui? si fece tutta rossa. Ti preparo un letto nella stanza di papà.
E… sono rimasto. Disteso sotto un soffitto sconosciuto, con un modellino di biplano appeso e una vita diversa dallaltra parte della parete. Forse qui potrò imparare ad abituarmi a una nuova realtà.
Qualche volta papà mi chiamava, io gli scrivevo che tutto andava bene, che ero da amici. Bisogna pur cominciare ad abituarsi a una vita diversa…
…Dopo, io e papà abbiamo vissuto come sospesi. Colazioni veloci, ognuno per la sua strada, la sera patate fritte o pasta, poi a dormire. Non ci sono state prediche o grandi discorsi da padre a figlio, per fortuna. Papà convinse la preside a non espellermi, regalò una bottiglia di prosecco. Lei si impietosì.
Facevo visita a Rita ogni tanto, portando arance o dolci a sua madre, per farmi perdonare. Vera era diventata molto affettuosa, raccontava storie sui paesi, scrittori, sulla vita. Forse i ragazzi non si annoiavano mai alle sue visite guidate. Rita ha avuto fortuna con i genitori. E io… con Rita.
…. Mamma tornò dopo due mesi. Trascinò in soggiorno le sue valigie, gettò una sciarpa sulla mensola, abbandonò gli stivali.
Ah! Nicola, sei a casa? come se fosse delusa. Dai, aiutami con i bagagli.
La guardai, poi me ne andai in camera.
Nicola! Con chi sto parlando?! urlò mamma.
Non lo so. Chiedi a Eugenio ribattei.
Figlio mio! Non ti azzardare a parlarmi così! Sono tua madre! si offese.
Mia madre. Sulla carta, di sangue. Ma poco più.
La sera litigò col papà in cucina. Mamma piangeva, chiedeva scusa, poi diceva che papà era un fallito.
E Eugenio, allora? Non ha funzionato? domandò papà.
Siamo troppo diversi. Non sopportavo le sue regole. Casa grande, tre cani, uno è un mastino, puoi immaginare?! Odore di cane ovunque. Si arrampicano anche sul letto! Che schifo! E sembrava un signore distinto! Un momento di debolezza, hai capito? Con te era tutto spento, e io sono una donna, mi sono lasciata andare… Ho sbagliato. Voi uomini però siete perdonati quando fate sciocchezze! Dai, dimentichiamo tutto. E Nicola non sa niente, vero?
Gli ho detto tutto. È cresciuto, Sveva.
Sei impazzito! Ma come hai potuto?! riprese a urlare, poi alzò la mano, ma papà la fermò.
Ho trovato unaltra casa, vado via. Tu arrangiati qui…
Io decisi di andare con papà.
Mamma piangeva, ci pregava di restare. Ma abbiamo traslocato. Non so, forse ho sbagliato a lasciarla. Papà se la sarebbe cavata anche da solo, ma lei…
Ma non ce lho fatta a restare. Qualcuno doveva essere il colpevole. Anche se in fondo papà ha messo tutto in moto anni fa. Forse anche lui lottava per una specie di felicità. Alla fine, è questa la vita.
Quando io e Rita decidemmo di sposarci, le dissi che volevo la verità sopra ogni cosa.
Se un giorno ne avrai abbastanza, dimmelo e basta. Va bene?
Va bene! rispose con un sorriso. E le ho creduto…
Abbiamo due figli. E ancora, non crediamo di averne abbastanza.
Ne sono felice. È la migliore delle vite, perché è reale.
Vera Petrini lavora ora presso il museo civico, conduce laboratori di artigianato e lestate viaggia sempre in battello sullArno. A sedici anni le ho complicato la vita. Adesso cerco di rimediare. Da poco ha anche un corteggiatore, un certo Federico Micheletti, appassionato di battelli e di Gabriele DAnnunzio. Spero che tra lui e Vera vada tutto bene. Io e Rita saremmo contenti per loro.
Vado a trovare anche mamma, ogni tanto. Non si cancella, non si dimentica. È parte della mia esistenza, la sua origine. Quindi, non ho il diritto di lasciarla sola. Ma perdonarla… ancora no. Ora ho trentotto anni.






