Io ricordo una delle stanze di un enorme palazzo popolare di Roma, dove vivevano due vecchie signore. Erano sorelle, e se non fosse stato per la notevole differenza detà, si sarebbe potuto credere fossero gemelle. Entrambe erano magre, esili, con labbra sottili sempre serrate e capelli raccolti in una crocetta. Indossavano lo stesso abito grigio, semplice e poco appariscente. Lintero palazzo le odiava, le temeva e le disprezzava.
I giovani del quartiere le detestavano perché erano sempre pronte a rimproverare, mai soddisfatte. Si lamentavano del rumore della musica, delle feste, dei ritorni tardivi. I bambini le temevano perché le signore anziane denunciavano ogni minima trasgressione ai genitori: una luce accesa nel bagno, una confezione di caramelle lasciata nella hall.
Ginevra, dolce e bonaria, era lunica a non subire il loro sguardo di biasimo. Non aveva studi, mentre le sorelle ne erano prive; non aveva famiglia né figli, né la fastidiosa abitudine di criticare tutti. Per esempio, Ginevra non interveniva né si intrometteva quando i bambini, Vittorio e Sergio, facevano marachelle o tornavano a casa a ore impossibili. E a loro bastava così; le sorelle erano proprio quelle che non si curavano di nulla.
I bambini, però, adoravano Ginevra. Non si lamentava mai ai genitori, anche se succedeva qualsiasi cosa. Sorrideva con malizia, faceva locchiolino e poi taceva. Il palazzo pullulava di bimbi, rumori e chiacchiere costanti.
Spesso Alessandra Bianchi, la più anziana dei due, usciva dalla sua stanza con le labbra strette e rimproverava i ragazzi:
Non è possibile urlare così forte! Forse qualcuno sta riposando. Il signor Pietro è appena tornato dal turno, o forse qualcuno sta scrivendo un libro, come la signora Valentina.
Allora indicava la porta dove la sorella, Valentina Bianchi, stava davvero scrivendo. Tutti nel palazzo ridevano di lei, ma Ginevra era sempre la più veloce a prendere la parola.
Val, quando finirai quel libro? Non riesco più ad aspettare! chiedeva la vecchia, scoppia di risa. Tutti la imitavano.
Valentina stringeva le labbra ancora più sottili, non rispondeva, e poi entrava nella stanza a piangere amaramente sulla spalla della sorella:
Aless, perché parli sempre del libro? Ridono già di noi.
Che se ridono, non è colpa loro, la consolava la sorella. Non lo fanno per cattiveria. Sono i nostri vicini, quasi parenti. Non ti arrendere, non piangere.
Nel 1940 scoppiò la guerra, e a settembre la città fu assediata. La fame non arrivò subito; per un po fece ancora caldo. Il palazzo si abituò lentamente alle nuove condizioni: alle tessere di razionamento, alle stanze quasi vuote, ai funerali, al suono delle sirene, allassenza di odori dalla cucina, ai volti pallidi e affaticati, al silenzio opprimente. I giovani non suonavano più la chitarra, i bambini non giocavano più a nascondino. Il silenzio lacerava lanima più di quanto il frastuono prebellico potesse farlo.
Alessandra e Valentina diventavano sempre più magre, ma continuavano a indossare i loro abiti grigi, che sembravano appesi a loro come un mantello. Continuavano a vigilare sullordine, ora però su un ordine diverso. Ginevra usciva solo quando era strettamente necessario, e un giorno sparì del tutto. Se ne andò e non tornò più. Le sorelle la cercarono per giorni interi, invano. Era svanita come se non fosse mai esistita.
Primavera del 1942, la prima morte colpì il palazzo: morì la madre di Antonio, e lui non aveva più nessuno. Il ragazzino rimase solo. Tutti provavano pietà per lui, ma la guerra non si fermava. Con il tempo, le due sorelle lo presero sotto la loro ala, lo nutrirono, lo accudirono; aveva solo undici anni a ottobre. Dopo di lui, persero la madre anche Giacomo e Lorenzo, i cui padri erano al fronte da tempo senza notizie. Anche loro furono affidati alle cure di Valentina e Alessandra, non solo loro, ma a tutti i bambini del palazzo, che ne erano molti.
Le sorelle, a turno, preparavano una zuppa una volta al giorno, mescolandola a lungo, aggiungendo cose a caso. Non si sa bene da dove attingessero gli ingredienti, perché le provviste scarseggiavano, ma la zuppa era deliziosa. Nutriva tutti i bambini nello stesso orario, ogni giorno. La chiamarono Zuppa dello Scapestrato.
Nonna Aless, perché Scapestrato? Lo chiamavi così anche Vittorio, ricordo. chiese Antonio, incuriosito dal nome.
Alessandra, con una lacrima che le colava sul viso, rispose:
Antonio! La facciamo in maniera scapestrata, per questo il nome!
Cosa significa in maniera scapestrata? non capì il ragazzo.
Significa che ci buttiamo tutto dentro: miglio, orzo, qualche pezzetto di carne, anche un po di colla per carta! E se siamo fortunati, una o due cucchiate di ragù in scatola! Alessandra accarezzò la testa di Antonio, estrasse dalla tasca un piccolo granello di zucchero, lo spezzò in due e lo mise subito in bocca, per non perderlo nemmeno un frammento.
Antonio, guarda se la nonna Valentina ha trovato colla, altrimenti devo rimpinguare la Scapestrata! scherzò.
Poi portarono tutti gli orfani nella loro stanza. Viverono insieme, più caldo, meno spaventosi per i piccoli. Si stringevano gli uni agli altri, e la nonna Valentina raccontava una fiaba della sera dal suo libro, scritto ma mai finito. Il volume, ormai avvolto in brace, aveva servito solo a scaldare il fuoco, ma Valentina ricordava ogni storia e ne inventava di nuove. I bambini, senza le sue narrazioni, non riuscivano a dormire e chiedevano:
Nonna Val, oggi racconti la Bellezza delle Montagne di Neve?
La racconterò. iniziava Valentina.
Tutti avevano un compito. La nonna Alì (Alessandra) vegliava affinché ognuno fosse occupato. Antonio accendeva il fuoco, Giacomo raccoglieva la legna, le ragazze andavano a prendere lacqua, distribuivano le tessere, aiutavano a mescolare la zuppa. Cantavano ogni mattina; Lorenzo era il cantante, e tutti dovevano intonare, anche se a stento.
Un giorno Alessandra portò una bambina trovata per strada, quasi morta, fuori dal freddo. Dopo la curò. Poi Valentina portò un altro ragazzo, e ancora un altro Alla fine del blocco, nella stanza delle sorelle cerano dodici bambini. Tutti sopravvissero, un vero miracolo.
Anche dopo la guerra la Zuppa dello Scapestrato continuò a circolare. I bambini crebbero, si dispersero per il paese, ma non dimenticarono mai nonna Alì e nonna Val. Visitarono spesso, le aiutarono. Entrambe vissero quasi fino a centanni, con il loro libro di fiabe, ormai incompleto ma custodito gelosamente. Valentina scrisse ancora tante storie, raccontò di tutti i nipoti, e il libro si intitolò Il mio amato palazzo popolare.
Ogni 9 maggio, giorno della liberazione, tutti si riunivano attorno a Alì e Val, finché furono in vita, formando una grande famiglia che cresceva di generazione in generazione, fino ai pronipoti.
E sapete qual era il piatto principale della tavola? Giusto, la Zuppa dello Scapestrato. Nulla era più saporito di quella zuppa di assedio, condita di bontà e di spirito, che salvò molte vite infantili.





