A chi servi davvero?

“Di chi hai bisogno?”

“Massimo, per favore, lasciami… Abbiamo provato a costruire una famiglia, ma non ci siamo riusciti. Perché tormentarci a vicenda? Divorziamo e basta?”

“Ma certo!” ghignò lui. “Ti sei montata la testa. Non ti lascio andare. Sei mia moglie, io sono tuo marito, e abbiamo una famiglia. Ti manca qualcosa? O forse non mi ami più? O cè qualcun altro? Rispondi quando ti parlo!”

***

Ginevra sedeva sul bordo del divano, torcendo nervosamente lorlo di una coperta. Dopo lennesima lite con suo marito, avrebbe voluto svanire nel nulla, sparire per sempre dalla sua vita. Poteva chiedere il divorzio, certo… Ma non aveva il coraggio di fare il primo passo. Due anni di matrimonio le sembravano ormai un incubo, soprattutto negli ultimi sei mesiMassimo si era trasformato in un tiranno domestico, sempre pronto a trovare nuovi motivi per criticarla.

Quella mattina era iniziato tutto per una cosa che sembrava innocua. Ginevra aveva ordinato una crema per il viso.

“Spendi di nuovo soldi in sciocchezze?” la apostrofò lui non appena rientrò a casa con il pacco.
Lei cercò di spiegarsi, ma Massimo non voleva ascoltare.

“Pensi mai a noi? O solo a te stessa? Ti serve proprio una crema! Avresti potuto aiutare i miei genitori, no?”
“Massi, perché esageri così? Lavoro, ho i miei soldi. E aiuto sempre i tuoi genitori, lo sai.”
“Ah sì? Gli mandi due spiccioli! A loro serve un aiuto vero, capisci? Sei unegoista, Ginevra. Pensi solo a te stessa. Quasi tutto quello che guadagni lo butti in creme e vestiti!”
La sua voce si fece più dura, gli occhi lanciavano fulmini. Ginevra scoppiò in lacrime. Massimo, come al solito, sbatté la porta, lasciandola sola con le sue lacrime e un senso di impotenza totale. Era il suo modoprima la tormentava, poi se ne andava.

…Ginevra ricordava bene come era iniziato tutto. Massimo le era sembrato perfetto. Attento, premuroso, amorevole. Ma a poco a poco qualcosa era cambiato. O forse, semplicemente, non aveva mai visto il vero Massimo prima?

Quella sera lui tornò. Lei era in cucina, a bere un tè.
“Ti sei messa a piangere di nuovo?” le chiese, senza neppure guardarla.
“No… Mi hai solo ferita…”
“Io ti ho ferita? È colpa tua. Dovresti pensare a quello che fai.”
“Che cosa faccio di sbagliato?” domandò piano.
“Tutto! Non ti impegni. Io lavoro, mi stanco, e tu? Mezza giornata a battere su una tastiera, laltra mezza a poltrire a casa!”
“Anchio lavoro, e non meno di te,” ribatté Ginevra, pentendosene subito.
“E che lavoro è il tuo? Due spiccioli! Io mantengo la famiglia. Dovresti essermi grata. E in tutti questi anni non mi hai mai detto un semplice ‘grazie’! Eppure me lo sarei meritato!”
“Ti sono grata, Massi… Ma questo non ti dà il diritto di parlarmi così.”
“E come dovrei parlarti? Sei sempre insoddisfatta. E mi fai impazzire con questa abitudine di piangere in continuazione! Mi fai passare per un mostro?”
“Massimo… Il problema è che sei sempre arrabbiato. Ho paura di parlare, di comprarmi qualcosa, persino di riposarmi. Se mi sdraio un attimo e tu lo scopri, urli! Non sono fatta di ferro, non ce la faccio più…”
“Smettila di fare la vittima! Mi sei venuta a noia.”
Nella sua voce cera un tale disgusto che Ginevra sentì un dolore fisico.

“Non capisco cosa sta succedendo,” sussurrò. “Perché mi tratti così?”
“Fai tutto come si deve, non mi far incazzare, e andrà tutto bene.”
Ginevra lo guardò. Nei suoi occhi non cera più né calore né amore. Solo fastidio.

“Dovremmo parlarne,” propose. “Vedere un terapeuta di coppia?”
“Un terapeuta? Sei tu che ne hai bisogno. Sei fuori di testa,” tagliò corto lui. “Ti inventi problemi dal nulla.”
Dopo quelle parole, Ginevra decise che era ora di andarsene. Massimo mangiò in fretta e andò a guardare la TV, mentre lei prese un vecchio taccuino e iniziò a pianificare la fuga. Doveva pensare a tutto.

***

Il giorno dopo, Ginevra uscì di casa prima del solito. Decise di fermarsi in un bar, per rilassarsi e mettere in ordine i pensieri. Ordinò un caffè, aprì il taccuino e iniziò a scrivere.

“Primo passo: trovare un lavoro part-time. Mi servono più soldi. Secondo passo: affittare una stanza o un piccolo appartamento. Terzo passo: preparare le mie cose. Quarto…”

“Ginevra?” sentì una voce familiare.
Alzando gli occhi, vide una sua vecchia compagna di scuola, Beatrice.

“Bea! Che sorpresa!”
“È un secolo che non ci vediamo,” sorrise Beatrice. “Che fai? Lavori qui?”
“No, sono venuta a prendere un caffè, a pensare un po…”
“È successo qualcosa? Non hai una bella cera. Stai male?”
Ginevra non sentiva una parola di conforto da troppo tempo. Non si lamentava con i genitorinon voleva preoccuparlie Massimo aveva allontanato tutte le sue amiche. Non resistette più e scoppiò in lacrime.

“Bea, è terribile. Mio marito mi tormenta, mi umilia, mi critica sempre. Non ne posso più. Ho paura che prima o poi alzerà le mani. A volte minaccia di farlo…”
Parlò a lungo, e Beatrice la ascoltò senza interromperla.

“Voglio lasciarlo,” continuò Ginevra. “Lo voglio davvero, Bea! Ma ho paura. Non so da dove cominciare. Come farò a vivere dopo?”
“Ginevra, scappa! Non preoccuparti, non ti lascerò sola. Ti aiuterò.”
“Davvero?”
“Certo! Innanzitutto, puoi venire da me per un po. Ti ricordi lindirizzo? Poi, non aver paura di chiedere aiuto. Ci sono consulenze psicologiche gratuite per donne maltrattate.”
“Non lo sapevo,” ammise Ginevra.
“Ora lo sai. E soprattuttocredi in te stessa. Sei forte, ce la farai.”
Dopo il lavoro si rividero, e dopo due ore di conversazione, Ginevra sembrava unaltra persona.

***

Quella sera, quando tornò a casa, Massimo la stava aspettando. Era seduto in poltrona, a guardare la TV.

“Dove sei stata?” domandò, senza voltarsi.
“A fare una passeggiata.”
“Ultimamente cammini un po troppo. Hai trovato un amante?”
Un brivido gelido le attraversò il petto.

“Ma che dici?!” esclamò, indignata.
“Eh già. Non mi stupirei se ti fossi messa a tradirmi. Sei furba, tu.”
“Massimo, basta,” disse stanca. “Non voglio più sentire queste cose.”
“E cosa vorresti sentire? Complimenti? Fatti passare la voglia.”
Ginevra respirò profondamente, cercando di mantenere la calma.

“Massimo, dobbiamo parlare.”
“Di cosa? Dei tuoi tradimenti?”
“No. Di noi. Del nostro matrimonio.”
“E cosa vuoi dirmi?”
“Voglio il divorzio.”
Massimo la fissò, sbalordito.

“Cosa hai detto?”
“Ho detto che voglio il divorzio. Non posso più vivere così. Mi umili, mi critichi sempre. Sono infelice con te.”
“Sei impazzita! Divorzio? Senza di me non sei nessuno! Dovresti ringraziarmi per quello che ho fatto per te.”
“Non devo niente a nessuno. Voglio essere felice.”
“Felice? Credi che sarai felice senza di me? Ti sbagli. Non servi a niente. Hai capito?”
Ginevra tacque. Non voleva più discutere. Aveva già deciso.

“Domani me ne vado,” disse con calma.
“Dove vuoi andare?!” urlò lui. “Dove vivrai? Non hai un soldo!”
“Non è affar tuo. Me la caverò.”
“Non ti lascerò scappare!” ruggì Massimo. “Ti troverò e ti farò rimpiangere di essere nata! Senza vergogna! Io ti ho dato tutto, ti ho tirata su, e tu!”
Ginevra non rispose. Si girò e andò in camera. Doveva preparare le sue cose.

Massimo passò la notte in salotto. Ginevra non riuscì a dormirestava sdraiata a fissare il soffitto, la mente in tumulto. Aveva paura del futuro, di rimanere sola, di non trovare mai la felicità. Ma più di tutto, aveva paura di restare con Massimo.

La mattina dopo si svegliò presto. Si lavò, si vestì e andò in cucina. Massimo era già seduto a tavola, a bere il caffè.

“Non andrai da nessuna parte,” disse. “Non pensare nemmeno di scappare mentre sono al lavoro!”
“Ho già deciso,” rispose Ginevra.
“Non te lo permetterò!”
“Basta, Massi…”
“Non capisci quello che ti dico?!”
Massimo si alzò e le si avvicinò. Ginevra ebbe paura.

“Non avvicinarti,” supplicò. “Massi, allontanati!”
Massimo la spinse contro il muro. Ginevra batté la testa e cadde a terra. Lui, luomo che un tempo aveva amato, alzò il pugno su di lei. Ginevra chiuse gli occhi, preparandosi al peggio…

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