Si è attaccata come una sanguisuga

“Ti attacchi come una sanguisuga”

“Ascolta, perché ti attacchi così? Sto lavorando, chiaro?! Lo faccio per la famiglia, sai? Che domande stupide sono queste? Dove vuoi che sia, se non al lavoro? Sei tu che non porti un soldo a casa, pesi sulle mie spalle e vivi di rendita!”

…Lara Mancini aveva sposato Luca Ferri tre anni prima. Lui l’aveva corteggiata a lungo, facendo di tutto per conquistarla. Una volta era persino salito su un albero e, davanti a tutti gli amici, aveva giurato che per Lara avrebbe fatto qualsiasi cosa.

A ripensarci, Lara sentiva un nodo in gola. Non avrebbe mai immaginato che, appena un anno e mezzo dopo il matrimonio, tutto sarebbe cambiato. Luca aveva smesso di vederla come una donna. La trattava come una domestica, una cuoca, una lavandaia, una confidentema non come una moglie, non come lamore della sua vita. Non la guardava più, non le regalava più piccole cose. Nemmeno per il suo compleanno. Lei aveva provato a parlargli, a chiedergli cosa non andasse, ma lui si chiudeva in un silenzio ostinato. Diceva solo: “Tutto bene.”

Dopo la nascita del loro figlio, le cose peggiorarono. Mentre Lara era ancora in ospedale, Luca trasferì le sue cose nella cameretta del bambino. Al suo sguardo muto, si limitò ad alzare le spalle:

“Che cè di male? Tu, come madre, devi stare vicina a lui. Io, unico a portare i soldi a casa, ho bisogno di riposare. È semplice, Lara. Il piccolo non ha un orario, piangerà di notte. E io devo svegliarmi la mattina con la testa pesante? Per ora viviamo così.”

Negli ultimi mesi, Lara sentiva sempre più che nella vita di Luca non cera spazio solo per lei. Certo, lui già prima tornava tardi dal lavoro, a volte dopo mezzanotte. Ma ora, alle lunghe ore di straordinario si aggiungeva la maleducazione. Se lei osava chiedere dove fosse stato, lui sbottava:

“Ascolta, perché ti attacchi così? Sto lavorando, chiaro?! Lo faccio per la famiglia, sai? Che domande stupide sono queste? Dove vuoi che sia, se non al lavoro? Sei tu che non porti un soldo a casa, pesi sulle mie spalle e vivi di rendita!”

Lara si sentiva in colpa. Forse esagerava. Magari Luca faceva gli straordinari per loro, per guadagnare di più. Fino a poco prima, non avrebbe mai pensato che potesse esserci unaltra.

…Quel mattino, Lara si svegliò di soprassalto al suono della porta che sbatté. Luca era già uscito. Accigliata, realizzò che ancora una volta non le aveva nemmeno detto “buongiorno”. Ormai da mesi non facevano colazione insieme, figuriamoci svegliarsi accanto. Dopo il parto, il marito laveva “esiliata” nella stanza del bambino. Il loro matrimonio, un tempo solido, crollava come un castello di carte.

Sospirando, Lara prese il telefono e chiamò Luca. Il telefono squillò a lungo, poi la voce secca e irritata di lui:

“Che vuoi? Sono occupato!”

Lei si sentì ferita:

“Ciao. Volevo solo augurarti una buona giornata. Sei uscito presto e”

Luca la interruppe, furioso:

“E mi chiami per questa stupidaggine? Ho una riunione, non ho tempo per le tue smancerie. Lara, ti comporti come una sanguisuga. Mi hai stufato, davvero!”

Riattaccò. Lara si asciugò una lacrima furtiva e scivolò fuori dal letto. Presto il piccolo si sarebbe svegliato, doveva prepararsi. E pensare a come andare avanti.

In bagno, si fissò allo specchio: occhi gonfi, capelli arruffati, il viso senza colore.

“Che donna sei ormai, Lara? Una madre stressata, una sanguisuga, proprio come dice lui…”

Si lavò in fretta, poi tornò in camera per prendere della biancheria pulita. Notò subito che mancava qualcosa. Ci pensò a lungo, poi capì.

La scatola di profilattici che aveva comprato per il loro terzo anniversario era sparita. Aveva pensato a una cena romantica per il 13 ottobre, sperando che Luca la guardasse di nuovo come una donna. Li aveva presi in anticipo, una confezione grande. Per ogni evenienza.

“Lavrà spostata?” si chiese ad alta voce. “Ma perché? Stavano benissimo lì.”

Due ore dopo, messo a dormire il bambino, decise di riprovare. Non riusciva a togliersi dalla testa le parole di Luca: “Una sanguisuga”. Sapeva che dopo la riunione aveva una pausa pranzo, così lo chiamò.

“Luca, sono io. Scusa se ti disturbo, ma…”
“Che cè ora?” la interruppe.
“Dobbiamo parlare. Seriamente.”
“Parla, allora. Ma sbrigati.”
“Non al telefono. Stasera, dopo il lavoro?”
“Stasera voglio stare sul divano a guardare la TV, non ascoltare le tue lamentele. Non potevi aspettare?!”
“Ma è importante… Non mi guardi più, non ti importa di come sto…”
“Eccoci! sospirò lui. Va bene, parliamo. Come stai? Beh, come tutte dopo il parto. Hai preso peso, le occhiaie. Niente di grave, riprenditi. E per i sentimenti… Sei una madre, Lara! Sii felice di avere un figlio, molte donne non possono averne. Io ora vengo dopo. Pensa a lui.”
“Non è giusto! Anchio ho bisogno di sentirmi amata!”
“Bene, allora. Iniziamo dal look. Forse dovresti cambiare pettinatura? E quel vestito non ti sta bene. Sai che mi piace quando ti vesti bene. E poi… non ti curi più. A volte hai pure un cattivo odore. Prima avevi sempre le unghie fatte, il trucco… Ora sembri un topolino grigio.”
“Un topolino grigio?! Non ho tempo, Luca! Sono sempre con il bambino! Ti sei mai occupato di lui neanche unora?”
“E non lo farò! Il mio compito è portare i soldi a casa. Il tuo è badare alla casa e a lui. E a te stessa! Guardati allo specchio! Non cucini più bene… A proposito, oggi cosa hai preparato? Spero non salato come laltra volta? Ti avevo detto di seguire le ricette! Basta, mi hai rovinato lumore. Non chiamarmi più, ne parliamo a casa.”

Lara non lo disturbò più. Prima che tornasse, si fece una doccia, si truccò leggermente, si sistemò i capelli. Lo accolse sulla porta, sorridendo, chiedendogli comera andata la giornata. Ma invece di apprezzare, Luca si infuriò:

“Lara, che ridicolo! Perché ti sei conciata così? Quel vestito è orrendo, non ti sta bene! Hai le gambe storte! Cambiati subito!”

Lara non trattenne lo schiaffo. Scappò in bagno, strofinandosi il viso con rabbia, cancellando il trucco. Gettò il vestito nella spazzatura. Luca rimase impassibile, le lacrime di lei non lo sfiorarono. Saltò la cena, accendendo la TV in camera.

Dopo aver messo a letto il bambino, Lara ricordò la scatola scomparsa. Entrò nella stanza, cercando una scusa per affrontarlo. Voleva capire quando e perché lavesse smessa di amarla. Luca la ignorò. Seduta sul letto, gli chiese direttamente:

“Dovè finita la scatola dallarmadio?”
Lui borbottò, senza guardarla:
“Che scatola? Di cosa parli?”

Lara respirò a fondo. Mantenere la calma.

“La scatola con i profilattici. Volevo farci una sorpresa per il nostro anniversario. Avevo chiesto a mia mamma di tenere il piccolo il 13…”

La reazione di Luca fu violenta. Balzò in piedi, urlando:

“A che stai alludendo? Che li ho dati a unaltra? Sei pazza?! Come osi!”

La lite esplose. A un certo punto, Luca sbottò:

“Sì, lho presa io. E sappi che ti lascio. Dovevo dirtelo da tempo, ma ho avuto pietà. È colpa tua! Non capisci davvero niente? Cè unaltra donna!”
“Da quanto?” chiese Lara, stranamente calma.
“Da prima che nascesse Matteo. Quando eri incinta, eri insopportabile. Piagnucolavi, volevi che ti accarezzassi la pancia… Mi fai ribrezzo. Resto solo per nostro figlio, chiaro?!”
“E lei cosha che io non ho?”
Luca sorrise cinico:

“Un vantaggio, Lara. Non può avere figli.”

Lara uscì senza lacrime. Il dolore era svanito. Luca laveva liberata. Seduta accanto alla culla, accarezzò la guancia rosea di Matteo. Ce lavrebbe fatta. Quanto a Luca… poteva andarsene.

…Luca fece le cose per bene: lasciò a lei e al bambino la casa, andandosene lui. I genitori di entrambi si schierarono con Lara, aiutandola. Il divorzio fu veloce, gli alimenti li pagava senza problemi. Ma non vedeva quasi mai Matteo. Forse era meglio così. Lara non aveva voglia di rivederlo. Ricordava ogni sua parola, soprattutto “sanguisuga” e “topolino grigio”. Ecco comerano andate le cose.

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Si è attaccata come una sanguisuga
Arrivato all’indirizzo indicato, l’uomo aprì la portiera e infilò la mano nella tasca della giacca: al posto dei soldi estrasse un coltello e, minacciando Katia, le ordinò di consegnargli tutti i contanti e di uscire dalla macchina… Katia, insieme al piccolo figlio Sasha, stava salutando il marito Alessio in partenza per un lungo viaggio: lui volava all’estero sperando di garantire alla famiglia un futuro migliore. Prima di imbarcarsi, Alessio strinse forte la moglie e il bambino e, per consolare i suoi cari in lacrime, ripeté le solite parole: — Katia, perché ti comporti come se fosse un addio per sempre? Un anno passerà in un attimo. Mi sentirai ogni giorno, non avrai tempo per sentire la mia mancanza! E non dimenticare mia madre: fatevi compagnia, uscite insieme. Abbiate cura di voi e dei nostri amici a quattro zampe: non saltate mai i richiami dei vaccini. Vedi che difensori abbiamo! — disse accarezzando delicatamente le orecchie dei due cani, agitati nel percepire la separazione imminente. L’aereo, scintillante sotto il sole primaverile, decollò da Fiumicino e portò via il papà — lontano, verso un altro continente. La slanciata Katia, suo figlio e i due cani guardarono in silenzio la sagoma argentata sparire nel cielo. Davanti a loro un intero anno di attesa… Alessio aveva inseguito questo giorno per nove anni. Da ricercatore microbiologo si sentiva realizzato: finalmente aveva firmato un contratto con una grande azienda americana, che gli aveva persino pagato il volo in business class in segno di prestigio. Destinazione: Stati Uniti. Dieci ore dopo sarebbe atterrato all’aeroporto JFK di New York, ma con il pensiero era già lì, immerso nella nuova vita, lasciando alle spalle casa, madre, Katia, Sasha, amici e cani come un capitolo ormai chiuso. Katia, avvolta nel plaid, percepì all’improvviso quanto la casa fosse vuota senza il marito. Anche i cani lo sentirono: il fedele Conte, tre anni, e il piccolo Brindisi, salvato da Katia dalla strada, rimasero accanto a lei. Il Conte si sdraiò ai suoi piedi fissandola negli occhi, Brindisi si accostò per consolarla, mentre Sasha affrontava in silenzio la propria tristezza. “Katia pensava: ‘Quando inizieranno le vacanze prendo ferie e andiamo da mia suocera in campagna…’” Anna Maria viveva in un altro quartiere ma nel weekend arrivava da loro, si fermava per la notte, dava una mano e rimaneva vicina a Katia. Insieme uscivano a passeggio con i cani, portavano Sasha a teatro, programmavano il trasferimento, riordinando documenti e vecchie foto. L’estate andarono tutti in campagna: tra orto, passeggiate nei boschi e bagni nel fiume, i cani erano felicissimi e inseparabili dai loro umani. Katia tornò al lavoro; Alessio chiamava sempre più spesso, raccontava quanto sentisse la loro mancanza, esaltava l’America e assicurava che il futuro della famiglia fosse ormai radioso. In autunno annunciò di aver trovato casa, versato un anticipo e chiese a Katia di vendere l’appartamento per trasferirgli i soldi. L’auto però Katia non volle cederla. Alessio voleva anche che la madre cedesse la casa in campagna: servivano i fondi per saldare la casa americana senza dover fare mutui. La casa di Katia fu venduta subito, con mobili e pianoforte. Lo stesso acquirente comprò anche la villa di Anna Maria, e il denaro, come da accordi, fu inviato ad Alessio in America. La notte prima del trasloco i cani giravano nervosi tra le valigie, piagnucolando e scrutando la padrona. Katia, per la prima volta, sentì un’ansia lacerante che non la lasciò mai più. Dopo il trasloco, Alessio chiamò sempre meno — ‘impegni, lavoro’. A Natale successe il peggio: licenziamenti all’istituto di ricerca, Katia perse il posto. L’Italia era in crisi, le pensioni in ritardo, trovare un nuovo lavoro pareva impossibile. Il Conte dimagriva: il cibo scarseggiava. La suocera le propose di lavorare come lavapiatti e portare a casa gli scarti per i cani, ma Katia decise di arrangiarsi. Col tempo la situazione migliorò: il Conte tornò in forma, la aspettava alla sera per aiutarla con i pesanti sacchetti. Un giorno, sollevando una pentola al bar, Katia si ruppe il braccio. Anna Maria s’indebolì: il cuore non reggeva più. Sasha aveva bisogno di una giacca. Katia chiamò Alessio. Lui rispose freddamente che, dopo la casa, non c’erano più soldi, ma “avrebbe cercato di spedire qualcosa”. Katia scoppiò a piangere, Anna Maria la consolò carezzandole la spalla e sussurrando: — Non temere, ce la faremo insieme. Anche i cani si avvicinarono, pressandosi contro di lei come se comprendessero tutto. Dopo alcuni giorni arrivarono duecento dollari, subito finiti tra farmaci, cibo e il giubbotto di Sasha. Katia mise in una borsa la pelliccia di visone, i gioielli d’oro e andò in pegno, già certa che non li avrebbe più rivisti. Con la macchina portò a casa sacchi di crocchette e viveri. Non c’erano altri soldi. — Andrò a fare la tassista, — disse alla suocera. Anna Maria urlò di paura e cadde, ma Katia fu irremovibile. Il Conte balzò al sedile posteriore, si sdraiò in silenzio, come a dirle che adesso dovevano restare uniti. Il turno notturno si rivelò incredibilmente remunerativo: in una sera prese quanto un mese di stipendio. La notte dopo tornò in strada. Salì un uomo distinto — il suo ex capo. Sconvolto vedendo Katia in quelle condizioni, spiegò di cercarla da una settimana: stava aprendo un nuovo centro e la voleva come migliore specialista. Le lasciò il biglietto da visita. Katia rincasò quasi felice. Il Conte, sentendo la sua gioia, scodinzolava euforico. Sulla via del ritorno, vide un uomo in piedi, solo. «È vicino», disse lui. Katia accettò la corsa sperando in una buona mancia. Arrivati a destinazione, l’uomo aprì lo sportello, mise la mano nella tasca… e invece del portafogli tirò fuori un coltello. Un secondo dopo, nella quiete notturna, risuonò un urlo terrificante: il Conte era già saltato addosso all’aggressore, ringhiando, e lo morsicava con furia. L’uomo, disperato, agitava il coltello senza riuscire a scrollarsi di dosso il cane. Il Conte bloccò il braccio armato, anche se la lama gli tagliò il muso. Vedendo il sangue sul manto del fedele amico, Katia, dimenticando il braccio ingessato, colpì l’uomo in faccia con tutto il peso del gesso. L’aggressore rovinò fuori dall’auto insieme al cane. Katia, dopo aver tirato via il Conte, fuggì via veloce. Quella notte Brindisi non toccò nemmeno la ciotola — si accovacciò nervoso davanti alla porta. Katia, in silenzio, pulì e disinfettò la ferita del Conte, lo sfamò, poi svenne esausta sul divano stretto a sé il proprio coraggioso protettore. Il piccolo Brindisi si rannicchiò accanto, sospirando piano con la testa sulla sua gamba. Da quel momento non dovettero più fare la fame, e quando Katia fu promossa poté finalmente comprarsi una nuova macchina. Nel frattempo Alessio si fece vivo solo nelle grandi feste, inventando sempre nuove scuse per la sua assenza. Dopo cinque anni, Anna Maria morì d’infarto. Il figlio non si presentò al funerale, né offrì aiuto. Anna Maria lasciò la casa in eredità a Katia. Alcuni mesi dopo, qualcuno bussò con insistenza. I cani si agitarono e corsero alla porta. Sasha aprì e trovò un uomo elegante, con una ventiquattrore di lusso, che sorrideva falsamente allargando le braccia. — Allora, figlio mio: vuoi accogliere papà? — disse, come un attore sul palco. — È una sola cosa che so: il mio vero padre non l’ho mai visto, e di un traditore non voglio saperne! — tagliò corto Sasha, ormai adolescente. — Chiama la mamma! Katia si avvicinò. Dietro di lei, come due guardiani, stavano il Conte e Brindisi. — Cosa vuoi ora? — disse secca. Poi dalla borsa estrasse due banconote da cento dollari e con disprezzo gliele lanciò addosso. — Tieni. Noi i debiti li restituiamo, a differenza tua. Traditore! — Questa casa era di mia madre, è la mia eredità! Andatevene subito! — urlò Alessio, afferrando la valigetta come per minacciare. Ma il Conte con un balzo lo buttò a terra, strappando la manica del costoso cappotto, e ringhiava con i denti a pochi centimetri dal suo volto. Brindisi, deciso a non essere da meno, si attaccò all’altro braccio, graffiando e ringhiando con rabbia. — Conte! Conte mio! Ma come, non riconosci il tuo padrone? — implorava piagnucolante Alessio, sperando almeno nelle parole. Il Conte, per tutta risposta, strappò in due l’altra manica. Katia, senza aggiungere altro, richiamò i cani e chiuse la porta per sempre. P.S. Alessio N. non leggerà mai queste righe. Nell’agosto del 1998 è morto improvvisamente per infarto, senza aver mai conosciuto il figlio nato in America. È sepolto al Cimitero Ortodosso di Rock Creek a Washington, D.C. Nessuno dalla sua terra d’origine è andato a dargli l’ultimo saluto.