“FINITO DI AMARE, FINITO DI SOFFRIRE”
“Non ti hanno mai detto da piccola che non si costruisce la felicità sulle disgrazie altrui?” mi chiese Anna con un tono lievemente accusatorio.
“Me lhanno detto. Lho letto nei libri. Ma da bambina non mi serviva. E poi, nellinnocenza dellinfanzia, cosa capisci davvero? Che cosè la felicità? E il dolore? Come si può costruire qualcosa di così vago sulla sofferenza di un altro? Da piccola sognavo altro. Più caramelle, più gelato. Guardare i cartoni, non perdermi il cinema”
Del resto, tutte le mie zie e zii erano sposati due, tre volte Da chi avrei dovuto imparare la morale?
Anna è la mia amica, sempre impeccabile e retta. Non mi ha mai giudicato, anzi, con un bicchiere di vino in mano, ascoltava volentieri le mie storie damore complicate.
Lei, invece, non poteva permettersi certi sgarri. Dopotutto, era una docente universitaria, insegnava allAccademia. Il ruolo imponeva una certa compostezza.
Nella sua famiglia, tutto era stabile e solido. Da giovane, suo marito spesso cadeva nelle braccia di Bacco, combinava guai e cercava di tradirla.
Anna lo fece disintossicare per sempre. Il suo Enrico, a volte, brontolava a tavola: “Ma almeno io posso rilassarmi ogni tanto, no?” E lei, impassibile, rispondeva:
“Enrico, se non sai comportarti, evita di disturbare.”
Lui zittiva, e con gli anni imparò a godersi il ruolo di chi versava da bere agli altri. Serviva con premura, controllando i bicchieri e offrendo stuzzichini. A volte, Anna lo portava in vacanza, in Grecia o in Portogallo. Ma anche lì, Enrico combinava pasticci.
“Credi?” sbuffò Anna, tornata da Lisbona “Mentre nuotavo in piscina, quel cane ha conosciuto una tipetta svelta al bar. Li vedo ridere, bere cocktail e gli occhi di quella lì già gli chiedevano di sposarla! Aspetta solo di tornare in camera, gli ho fatto vedere io chi comanda!”
“Enrico ha negato tutto, immagino?” chiesi, sorridendo.
“Certo! Dice che sono io che esagero” rispose Anna, con una smorfia.
“E tu?”
“Ma lascialo sognare. Dove vuoi che vada, con quel misero stipendio? Se anche una vedova disperata lo raccattasse, lo caccerebbe dopo un mese. Non ha niente, solo quel luccichio negli occhi quando guarda le donne.”
Così si calmava da sola.
Quando nella mia vita coniugale apparve Luca, sentii qualcosa di strano, di sbagliato. Era sposato, con due figli. Cercai di resistere, ma i sentimenti arrivarono come una valanga. Era un amore disperato, destinato a finire male.
La coscienza mi sussurrava allorecchio:
“Fermati! Non toccare il ferro rovente. Hai una tua famiglia. Cosa ti serve un uomo sposato? Soffrirai, ne uscirai distrutta.”
Ma andai avanti, testarda. Non potevo vivere senza di lui. Eravamo ossessionati luno dallaltra. Un amore che ti tiene un coltello alla gola, senza scampo.
Alla fine, tutte le barriere crollarono.
Restammo soli, avvinghiati in una passione tossica. E iniziò il circolo vizioso.
Dopo sei mesi, scoprimmo di non avere niente in comune. Ma ci illudevamo che lamore fosse ancora vivo. Io lo rianimavo continuamente, cercando di salvarlo.
Luca beveva senza controllo, mentiva spudoratamente, a volte alzava le mani. Eravamo troppo diversi. Lo cacciavo di casa, gli toglievo le chiavi, lo ignoravo. Lui spariva per settimane, poi tornava con fiori e sguardi ardenti.
Io cedevo, perché lo amavo in modo malato. Non potevo cancellarlo. Ma avrei dovuto. Mi aveva consumata, svuotata, calpestata.
Così, per vendetta, mi buttai in una nuova relazione. Se dovevo soffrire, almeno non sarei stata sola.
Quando Luca sparì di nuovo lennesima lite definitiva chiamai un vecchio ammiratore. Ogni donna ne ha uno di riserva, no?
Vittorio era lopposto di Luca: calmo, educato, sobrio. Allinizio mi piacque. Ma dopo un mese, mi annoiai a morte. Niente fuoco, solo monotonia. Non faceva per me. Lui continuò a cercarmi, finché capì che non cera più speranza.
Rimasi sola, finalmente libera. Respirai. Per un mese, stetti bene nella mia solitudine.
Poi Luca chiese di rivedermi. Corsi da lui, ancora innamorata, ancora speranzosa.
“Laura, separiamoci. Altrimenti ci uccideremo a vicenda” disse, evitando il mio sguardo.
“Hai ragione. Non possiamo vivere così” risposi, trattenendo le lacrime.
Ci lasciammo. Per tre giorni. Poi, un colpo alla porta. Era lui, con lo spumante, i fiori e gli occhi pieni di desiderio.
Quella notte bruciammo insieme, corpi intrecciati, perduti nellamore.
Sapevo che lalba non avrebbe portato nulla di buono. Era stata una notte troppo perfetta, troppo dolce, troppo esagerata.
Ma il peggio doveva ancora venire. Luca confessò di avere un debito di gioco con persone pericolose. Se non avesse pagato, avrebbero fatto sul serio.
Ci volle tempo, ma alla fine saldammo il debito. Vendemmo il suo appartamento, la macchina E dopo quellepisodio, la mia passione svanì. Quellultima goccia aveva traboccato.
Oggi sono indifferente. Viviamo come amici, come parenti lontani. Parliamo, ridiamo, dormiamo separati. Galleggiamo nella vita, senza più emozioni.
Ho bevuto fino in fondo il calice amaro. La felicità non labbiamo costruita. Eppure, ogni tanto, quando il vento sposta le tende della finestra e la luce entra così comera un tempo, sento ancora un brivido. Ma non è nostalgia. È solo il ricordo di chi ero, di quanto ho bruciato per sentirmi viva. Ora so che la felicità non si costruisce né sullamore né sul dolore, ma sul silenzio che resta dopo che tutto è finito. E in quel silenzio, finalmente, respiro.







