Marina, non puoi lasciarmi! Cosa farò senza di te?

“Marina, non puoi lasciarmi! Cosa farò senza di te?”

“Quello che fai sempre, bere dalla mattina alla sera!”

Sbatté la porta d’ingresso e, già al volante, scoppiò in un pianto silenzioso. Comera potuto succedere nella nostra vita? Perché proprio a noi? Solo un anno fa, la nostra famiglia era un modello da seguire. E, naturalmente, oggetto dinvidia. Il benessere altrui non può che suscitare invidia. Così è fatto il mondo.

****

“Marina, preparati in fretta, porta anche Luca, ho una sorpresa per voi! E non dimenticare vestiti pesanti.”

Mio marito Nicola, che in casi come questi chiamavo affettuosamente “Nicolino”, adorava fare sorprese. Questa volta ci portò fuori città, a fare un giro in motoslitta. Un suo collega aveva appena comprato una villa a cento chilometri da Milano. Beh, non proprio una villa: un vero e proprio castello medievale, con tanto di torrette e mura di cinta. Difficile chiamare “recinzione” quella costruzione imponente.

“Che ne pensi?” chiese, osservando la mia espressione sbalordita.

“Lo sai, cè qualcosa in questa casa che mi fa venire i brividi.”

“Sei solo infreddolita, andiamo in salone. Non hai ancora visto il camino.”

Allinterno, il castello era ancora più inquietante che fuori. Ma agli uomini sembrava piacere, e io non vollero discutere di gusti. A che serve, se tanto sono sempre diversi?

Capivo benissimo che le teste di animali appese alle pareti non mi piacessero. Anche se Nicola mi assicurò che erano riproduzioni, non veri trofei, non diventarono meno macabri. Loro, però, sembravano a proprio agio, divorando carne arrosto sotto le fauci spalancate di un cinghiale impagliato. Anche Luca, da vero maschietto, correva per le stanze brandendo una spada giocattolo, combattendo mostri immaginari. Io, invece, cercavo di non guardarmi intorno, concentrandomi sulle fiamme del camino.

Forse quel giorno e quel castello mi sono rimasti impressi in toni così cupi perché furono le ultime ore della mia vita precedente. Poco dopo, il padrone di casa tirò fuori dal garage due motoslitte, e una di loro portò via la vita di mio figlio. Al volante cera mio marito, che non riuscì mai a liberarsi dallinferno di colpa e si lasciò annegare nella bottiglia.

Non so perché io sia stata più forte. Descrivere quel dolore quotidiano degli ultimi mesi è impossibile. Ma non potevo, né volevo, sfogarlo. Era parte di me. Nessuno intorno a me soffriva come io soffrivo. La gente nemmeno immaginava cosa significasse guardare ogni giorno i loro volti felici.

A volte, volevo unirmi a mio marito e provare a uccidere quel dolore con lalcol. Ma sapevo che sarebbe stato peggio. Ubriachi, si diventa ancora più emotivi, e in quel momento, sentire era il nostro peggior nemico. Generava rabbia, risentimento, indignazione, frustrazione. Tutto ciò di cui viveva Nicola. Si nascondeva dietro quelle emozioni, come una tartaruga nel suo guscio, e non importava cosa facessi, non voleva uscire.

Non avevo intenzione di lasciarlo, ma i nervi cedettero, e decisi di andarmene, almeno per un po. Accesi lauto e mi allontanai. I fiocchi di neve cadevano sul parabrezza, perfetti come se creati da un computer. Continuai a guidare, fermandomi alle stazioni di servizio, bevendo caffè nei bar di passaggio. Una volta, persino, mi fermai in un hotel per dormire.

Non avevo pensieri in testa. Non andavo da nessuna parte, fuggivo soltanto. Non ricordo quando o perché lasciai lautostrada, ma la strada mi portò in un piccolo paese addormentato. Mi fermai vicino a una piazzetta e rimasi immobile a lungo.

“Signorina, si gelerà,” bussarono al finestrino.

Erano un gruppo di ragazzi, e mi sorpresi di quanto fossero premurosi.

“Aspetta qualcuno?” si sentì di nuovo dalla strada.

Guardai meglio nelloscurità e scorsi una signora anziana con un cagnolino bianco, un barboncino riccioluto come la neve sotto le sue zampette. Senza sapere perché, scesi dalla macchina e mi avvicinai.

“Sei qui da un po, motore spento, mi sono preoccupata. Tutto bene?”

“No,” sussurrai.

Chissà perché è più facile aprirsi con uno sconosciuto. Forse perché, non sapendo nulla di te, può essere più obiettivo? E non ti dice, come mia madre, che Nicola beve perché aveva un antenato alcolizzato, chissà quale prozio del nonno. Uno sconosciuto non scava nel tuo passato alla ricerca di errori da biasimare. E se lo fa, puoi sempre cacciarlo via.

Non so come, ma poco dopo mi ritrovai seduta su uno sgabello in una cucina accogliente, con tendine azzurre. In mano avevo una tazza di tè fumante alla camomilla e un fazzoletto bagnato di lacrime.

Credevo di aver pianto tutto nei primi mesi dopo la morte di Luca. Invece no, ne avevo ancora. Ma mi ero stancata delle stupide parole di conforto e le avevo sepolte in fondo al cuore.

“Marina, come vuoi, ma ho già preparato il divano per te. Riposati e poi ripartirai per il tuo ‘da nessuna parte’.”

“Va bene,” annuii, sapendo che non sarei riuscita a fare più di qualche passo, e alla macchina ce nerano molti di più che al divano.

Quella mattina mi svegliai sorridendo per la prima volta. Lorologio ticchettava, la luce del sole filtrava dalle tende, e un muso peloso mi leccava il naso.

“Pippo,” ricordai il nome del barboncino. Il cane mi guardò e sembrò sorridere. Non proprio, ma la sua espressione sembrava proprio un sorriso.

Risi, guardando quella buffa smorfia.

“Pippo, lascia in pace la signorina. Soprattutto se ha fame.”

Entrò zia Rita, la mia nuova conoscenza, con un vassoio in mano. Laroma del caffè appena fatto e dei dolci mi avvolse.

“Non stupirti,” sorrise. “Quando non dormo, cucino. E stamattina linsonnia è arrivata al momento giusto. Ecco qui dei cornetti alla cannella, e non provare a lodarli ad alta voce. I dolci amano i complimenti silenziosi.”

“Come?” chiesi sorpresa.

“Puoi chiudere gli occhi e sospirare di piacere, per esempio.”

Mai avrei immaginato che i cornetti fossero così capricciosi. Ma dopo il primo morso, capii che meritavano ogni stravaganza.

Zia Rita annuì soddisfatta e mi lasciò con la colazione più buona della mia vita. Nel mio passato, anche Nicolino mi portava spesso la colazione a letto, dicendo che una moglie affamata non gli serviva, che persino temeva le donne affamate. Perciò mi portava qualsiasi cosa: panini, formaggio, persino a volte laringa. Ottima cosa per svegliarsi.

Stranamente, quel ricordo mi fece sorridere, senza straziarmi il cuore. Era come se avessi fatto un tuffo in quei giorni, assaporando un po di felicità. Chissà come un semplice cornetto alla cannella possa ridarti la voglia di vivere.

Non mi sentii in dovere di scusarmi per linvasione. Sarebbe stato quasi offensivo. Dopo caffè e dolci, mi assalì di nuovo il sonno, e mi addormentai sotto le coperte.

Mi svegliai al tramonto. Accanto a me, la testa bianca e pelosa di Pippo russava, creando unatmosfera di pace. Non dormivo così profondamente da anni.

“Mio Dio, che sto facendo!” esclamai, saltando giù dal letto. La casa era silenziosa e semibuia. Sembrava che solo io e Pippo fossimo lì. “Sono impazzita!” borbottai, cercando i miei vestiti. La sera prima, zia Rita mi aveva messo una vestaglia. Il cane aprì gli occhi e mi fissò. “Pippo, dimmi, sono pazza? Dormo un giorno intero in un letto altrui, in una casa che non conosco, in una città di cui non ricordo neanche il nome! È assurdo! O forse è così che si diventa pazzi? Credi di essere in un posto inventato, quando in realtà sei in un ospedale psichiatrico.”

Mentre riflettevo, mi vestii e guardai intorno. La stanza era accogliente, ma non sembrava quella di una signora anziana sola. Piuttosto, di un ragazzo adolescente. Poster alle pareti, pesi vicino alla finestra, una scrivania con mensole piene di oggetti. Mi avvicinai e presi una cornice con una foto. Due giovani in uniforme sorridevano.

In quel momento, la porta si aprì e la voce di zia Rita risuonò:

“Finalmente! È ora di cena e voi due ancora dormite!”

La raggiunsi.

“Non immagini quanto mi vergogni. Non so cosa mi sia preso.”

“Dormire bene è la migliore medicina, non scusarti. Sei affamata, vero? Prepariamo la cena. Ho comprato anche dei pasticcini per il tè. Festeggiamo. Dopotutto, ce lo meritiamo.”

Volevo dire che era ora di andare, ma lo stomaco brontolò tradendomi.

Cinque minuti dopo, cenavamo con uno stufato di coniglio squisito. Zia Rita raccontò che lanimale glielaveva regalato un ammiratore, un allevatore di periferia.

“Ha centotrentacinque conigli, li chiama tutti per nome. Pazzo, ma lavoratore. Mi chiede di sposarlo, ma quando penso alla vita in quella fattoria, mi fermo.”

“Zia Rita, da quanto vivi sola?” osai chiedere.

“Quasi trentanni. La mia storia somiglia alla tua, Marina. Anchio ho perso un figlio, un po più grande del tuo. Scusa se te lo dico, ma forse ti aiuterà. Mio figlio Andrea non era andato in guerra, ma morì durante il servizio militare. Unarma partì per sbaglio. Il sergente fu condannato, ma che colpa aveva? Non aveva controllato. Dopo il funerale, io e mio marito ci allontanammo. Due anni di sofferenza, poi il divorzio. Lui tornò al paese e si lasciò morire nellalcol. Lo seppellii io. Dopo, volevo finirla, ma una vecchia mi disse di vivere, altrimenti non avrei rivisto i miei cari nellaldilà. Da allora, sopporto e spero. Il dolore col tempo è cambiato, è diventato quasi dolce. Mi piace ricordare i sorrisi di Andrea, lamore di mio marito. Altri non hanno neanche quello.”

Dopo il suo racconto, non vollero più andare via. Mi sentivo come se fossi sempre vissuta lì, come se zia Rita fosse famiglia. Anche Pippo era mio. E i gerani sul davanzale, lorologio a muro, la carta da parati fiorita: tutto mi sembrava familiare.

La mattina dopo, un bussare alla porta ci svegliò. Ci scambiammo unocchiata e andammo insieme allingresso. Zia Rita aprì, e io rimasi a bocca aperta: davanti a noi cera Nicola. Senza dire una parola, entrò e chiuse la porta.

“Interessante,” disse, guardandosi intorno. “Quindi non cè nessun amante.”

“Quale amante?”

“Uno qualsiasi. Visto il nome del paese, pensavo almeno a un amante qualunque.”

“Come si chiama questo posto?”

“Ma dai! Mia moglie vive qui e non sa il nome del paese!”

Zia Rita sorrise.

“Vado a fare i pancake. Ti piacciono i funghi porcini? Con i pancake sono ottimi.”

“Non ricordo. Forse sì. Mia nonna me li faceva da bambino.”

“Delizie,” lo imitò zia Rita. “Voi in città mangiate solo chimica, noi in periferia ancora sappiamo cucinare. Prova.”

Se ne andò in cucina, e io e Nicola rimanemmo immobili, poi ci abbracciammo. Quanto mi era mancato mio marito senza lodore dellalcol, con un profumo umano normale.

Dovetti spiegare la mia presenza lì, e lo feci con sincerità. Nicola scuoteva la testa, divorando il quindicesimo pancake e bevendo i funghi.

“Almeno non hai spento la geolocalizzazione,” borbottò.

Anche lui si aprì, senza imbarazzo, insolito per lui.

“Dopo che te ne sei andata, ho rotto una bottiglia contro il muro. Cè ancora la macchia sul tappeto, non viene via. Poi mi sono addormentato, e al risveglio ho avuto paura come mai prima. Ho capito che se perdevo anche te, non cera più speranza. Né un cappio, né un proiettile mi avrebbero salvato. Sarei stato dannato per sempre! Poi, quando mi sono ripreso, ti ho trovata in questo buco di paese. Non capivo. Mai sentito nominare. Sono venuto. Il GPS diceva che eri qui. Ovviamente, ho pensato a un amante. Il portiere mi ha detto che la tua macchina era lì da due giorni, ho bussato a tutte le porte. Una vecchia pettegola mi ha indicato dove eri. Disse che qui viveva una signora sola, ma non ci ho creduto.”

Ridemmo con zia Rita per mezzora, poi decidemmo che era ora di pranzo.

“Prepariamo i ravioli tutti insieme. È terapeutico, unisce.”

Restammo ospiti di zia Rita altri due giorni. Giravamo per il paese, che non era affatto un buco, ma un grazioso borgo di nome Monticello. Camminando per le vie innevate, io e Nicola ci tenevamo per mano. Forse temeva che scappassi di nuovo, o forse era latmosfera romantica del posto. Zia Rita ci preparava sempre un thermos di tè aromatico. Compravamo cornetti in una piccola pasticceria vicino alla stazione, davamo da mangiare ai piccioni, e lultimo cornetto lo dividevamo a metà. Chissà, forse agli occhi degli altri sembravamo una coppia felice, non due anime spezzate.

Tutto ha una fine, e dovemmo tornare a casa. Non si può fuggire per sempre dal mondo, dobbiamo essere parte della società. Purtroppo, è così.

Avvicinandoci a casa, avevo sempre più paura. Temevo che il sogno degli ultimi giorni finisse e tutto tornasse come prima. Ma la stretta della mano di Nicola, il battito regolare del mio cuore, mi davano speranza. “Al massimo, scapperò di nuovo!” pensai, e sorrisi enigmaticamente a mio marito.

“Dovremo cambiare il tappeto,” disse Nicola, guardando la macchia di cognac.

“Possiamo tenerlo come ricordo. Come i pesi nella stanza del figlio di zia Rita e i suoi poster.”

Per la prima volta, parlammo della stanza di Luca che anche noi avremmo dovuto svuotare. Senza dirci nulla, salimmo e iniziammo a mettere via le sue cose.

Le nostre facce non erano tristi, ma solo nostalgiche. Io pensavo a chi Luca avrebbe voluto regalare la sua macchinina telecomandata. O cosa avrebbe detto vedendo il berretto verde che gli comprai in vacanza e che non portò mai, ma conservò comunque.

“Ti ricordi questo?” Nicola indossò una maschera da gorilla e iniziò a camminare goffamente.

“Ah! Indimenticabile! Solo tu potevi permettere a Luca di metterla allo zoo! Come mai non ci arrestarono?”

“Chi poteva immaginare che certe mamme sarebbero impazzite?”

Passammo la sera a sistemare le cose di Luca. Prendemmo sacchi per lorfanotrofio, decidemmo regali per i suoi amici. Qualcosa lo tenemmo. Siamo stati forti. Nessuno di noi ha versato una lacrima. Eravamo coraggiosi.

Poi, a letto, lo fummo ancora di più. Parlammo della tragedia. Nicola concluse da solo che non era colpa sua. Nessuno avrebbe evitato lincidente. Incolparlo era come incolpare la lepre saltata sulla strada davanti alla motoslitta. O lalbero contro cui Luca batté la testa.

Quella notte, mi addormentai tra le braccia di Nicolino per la prima volta da mesi, e al mattino mi svegliò il profumo del caffè che teneva in mano.

“E il mio?” borbottai.

“È per due,” sorrise.

***

Nove mesi dopo, Luca ebbe una sorellina. Credo concepita proprio quella notte. Quando scoprii la gravidanza, esitai a dirlo a Nicola. Chiesi consiglio a zia Rita. Ormai la chiamavo spesso, con o senza motivo. In vacanza, invece del mare, andammo a Monticello a trovarla. Nel frattempo, aveva accettato la proposta del suo ammiratore, lallevatore di conigli. Il matrimonio era ad agosto, e noi eravamo invitati.

Zia Rita mi disse di essere coraggiosa e di parlarne a Nicola. Così feci. Di prima mattina, presi fiato e sbottai:

“Nicolino, non posso farci niente, sono incinta.”

“Cosa?”

“Sono incinta.”

“Cioè, avremo un bambino?”

“Ecco, sì, insomma…”

Non rispose, mi baciò a lungo, e poi accarezzò la piccola nella pancia con le sue mani calde.

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