Durante una passeggiata con mia nipote ho sentito qualcuno chiamare il mio nome: Mi sono girata e ho visto un volto del passato, di quarant’anni fa

Mentre faccio una passeggiata con la nipotina sento qualcuno chiamare il mio nome. Non è un cortese scusi, non è un timido per favore, ma quel breve Anna! che le mie orecchie riconoscono più in fretta del cervello. Mi giro di riflesso; il pane per le anatre cade dalla mano e si sparge sul sentiero come coriandoli.

Ginevra mi afferra il polsino: Nonna, chi è? Ma la faccia che appare davanti a me è quella di quarantanni fa, così nitida nella memoria che basta un attimo a ricondurla al presente.

Lui è lì, a pochi metri, appoggiato al parapetto del ponte sul Naviglio, come quando ci salutavamo davanti al treno per Bologna, quel treno che dovevo prendere ma non ho preso. I capelli grigi, le nuove rughe, lo stesso fosso sul guancia quando sorride. Per un istante il mondo si ferma: persino i bambini al parco sembrano parlare più piano, contendendosi la altalena in un silenzio quasi reverenziale.

Michele dico, prima ancora di chiedermi se è opportuno.
Anna risponde, come se negli anni non avesse mai pronunciato altro. Ti ho riconosciuta dal nodo con cui leggi la sciarpa. Sempre lo stesso.

Ginevra guarda sotto il cappellino con il pompon. Ci conosciamo? chiede senza preamboli.
Molto tempo fa rispondo. Dìgli buongiorno.
Buongiorno, signore di unepoca distante esclama, alzandosi in punta di piedi per guardare lo stagno.

Vivi qui? chiede Michele, scrutando il passeggino con la bambola e il sacchetto di briciole, come volesse memorizzare ogni dettaglio del mio presente.
Da sempre. E tu?
Vengo a trovare il figlio. Ha qui la sua azienda. A volte percoro lo stesso percorso di un tempo. È sciocco, ma piace controllare cosa è rimasto. sorride brevemente. Evidentemente è sopravvissuto.

Ci sediamo sulla panchina. Ginevra si dedica alle anatre, contando a voce alta quante ne attirano. Io conto in silenzio i momenti in cui avrei potuto dire resta, ma ho detto ragione.

Avevo diciannove anni. Lui ventuno. Biglietti, zaino, metà città in tasca e genitori che, seduti di fronte, mi spiegavano con calma che ci sono cose importanti e altre ancora più importanti. Quel giorno non sono andata alla stazione. Quel giorno ho smesso di essere Anna e sono diventata Anna che non rischia.

Pensavo che fossi in ritardo dice ora. Ho aspettato fino allultima minuto davanti alla porta. Ogni passo suonava come il tuo.
Non sapevo sussurro. Sai comera. Mamma, papà, quelle parole sulla stabilità. E poi è finita.
Poi è venuto il lavoro, il marito, il figlio, i lavori di ristrutturazione elenca. La vita.

Parla tranquillo, senza accuse. Nella sua voce non cè rassegnazione, ma la dolcezza di chi ha smesso di lottare contro linevitabile. Eppure, guardandomi, lampeggia ancora la stessa domanda di un tempo: E se?

Nonna, le anatre preferiscono pezzi più grandi! Ginevra mi porge lultimo pezzetto di pane. Anche tu lancia.
Lo faccio. I frammenti girano sullacqua, scompaiono nei becchi, come se anche il ricordo potesse essere nutrito fino a sazietà.

Nipotina ripete Michele, gustando la parola. Non è facile farla combaciare con te. Nella mia testa hai ancora i capelli legati con un nastro e un taccuino pieno di disegni.
Nel taccuino ci sono le liste della spesa e i numeri dei medici rispondo, cercando di scherzare. Le priorità cambiano.
Eppure sposta lo sguardo sulla mia mano. Hai ancora lanello sul collo, come una volta.
Lanello mi stringe sbaglio a dire.

Non è tutta la verità. La verità è che a casa mi aspetta il marito un uomo buono, con cui ho attraversato la malattia del suocero, il fallimento dellazienda, il mutuo, silenzi lunghi come linverno e riconciliazioni attorno a una composta di ciliegie. Ultimamente ci scambiamo più messaggi che sguardi. Lui è noi nei documenti, ma lui nella mia mente quando cammino sola nel parco.

Pensavo a te quando attraversavo il ponte dice Michele. È strano, i ponti restano, le persone cambiano. Eppure basta un Anna! a far saltare il calendario dentro di me.

Mi ricordo quella buffa fascetta che ho perso sul ponte provo a dire con leggerezza.
Mi ricordo che poche cose nella vita sono davvero nostre risponde, dopo un attimo di silenzio. E che siamo qui per caso. Io per il figlio. Tu per la nipotina. O forse non è un caso.

Laria profuma di foglie bagnate e di caffè dalla macchinetta vicino. Penso a quanto raramente il destino offre scenari così chiari: protagonisti, oggetti di scena, una scena semplice. Ma la morale non è mai semplice.

Prendiamo un caffè? chiede. Senza grandi discorsi, solo un caffè.
Devo portare Ginevra a casa rispondo. È ora della favola.
Con le favole non si vince sorride. Allora domani?
Domani preparo i ravioli per tutta la famiglia.
Dopodomani?
Domani ho una visita medica.
Anna esita. Non voglio rompere la tua vita. Voglio solo capire se è ancora tua.

Quelle parole mi colpiscono più di un qualsiasi mi mancavi. Non è un grande gesto da film, ma una domanda semplice: la mia vita è ancora mia? E se ho il coraggio di ammettere che a volte ho lasciato la realtà al timone senza combattere.

Ginevra, andiamo dico. Saluta lui con un arrivederci.
Arrivederci, signore di un tempo lontano! esclama felice.

Michele tira fuori dalla tasca una ricevuta del panificio. Non ho biglietto da visita mormona. Ma posso scriverti il numero. Nessuna pressione. Solo se vuoi un caffè, quello semplice. scrive: Michele, tel.: . Aggiunge Ponte, 11:00.

Ripongo la ricevuta nella tasca del cappotto, accanto al fazzoletto e allelastico dei capelli di Ginevra. Mentre torno a casa sento il fruscio della carta, come a ricordarmi che esiste.

Nel nostro appartamento profuma di zuppa. Mio marito ronfa sulla poltrona con il giornale sul petto. Toglgo le scarpe, sistemo la sciarpa, appendo il cappotto. La ricevuta cade sul pavimento accanto al tavolo; la raccolgo, rileggendo i numeri che non dicono nulla finché non li scegli.

La sera Ginevra ricompone i puzzle, io immagino i possibili domani. In uno dico: Va bene, caffè, ponte, 11:00. In un altro lo attacco al magnete del frigo e lo scrivo nel quaderno della spesa, dove lo copriranno pomodori e farro.

In un terzo lavo il cappotto e, per caso, dimentico di togliere la carta dalla tasca. Nel quarto racconto al marito chi ha incrociato il mio cammino oggi, aspettando di vedere nei suoi occhi rabbia, sollievo o, forse per la prima volta da tempo, curiosità.

La notte arriva in fretta. Quando tutti dormono, estraggo la ricevuta dalla tasca e la pongo alla luce della lampada. Vedo il timbro del panificio, quel luogo dove da giovani rubavamo panini per gli uccelli, affamati di tutto.

Prendo il telefono, digito il numero senza premere chiama. Scrivo: Grazie per oggi. Caffè?. Lo cancello. Scrivo: Non posso. Scusa. Lo cancello. Scrivo: Forse qualche volta. Lo lascio come bozza.

Al mattino trovo sul tavolo della cucina un biglietto di mio marito: Ho lasciato il giornale, torno più tardi montaggio da cliente. Zuppa ottima. PS. Andiamo in foresta domenica? Leggo il PS e penso che la nostra vita sia fatta di note a margine, non di capitoli.

Nascondo la ricevuta in una scatola di tè, dove custodisco le cose non per ora. La scatola si chiude silenziosa. Esco con Ginevra per unaltra passeggiata. Le anatre sono di nuovo affamate. Il mondo appare ordinario e completamente diverso.

Chiamerò? Non lo so. Dovrei? Ancora meno. So solo che, dopo quarantanni, qualcuno ha chiamato il mio nome, ricordandomi chi ero prima di riempire il calendario con le faccende altrui, e che ora devo rispondere a me stessa: rischiare o non rischiare più? La ricevuta nella scatola è leggera come una piuma, ma sento il suo peso nella tasca vuota del cappotto. Forse è solo unillusione. O forse è il segno che certe storie tornano per chiederci se sappiamo ancora scegliere. Domani alle undici, chiederò a me stessa, a lui e a chi ci osserva dal ponte, doveva essere il nostro nome.

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