Lei sa meglio

**Meglio Sa Lei**

Per Ginevra Rossi, quellottobre in cui Michele sposò Beatrice fu un mese nero. Non vide la bellezza dellautunno dorato, solo il suo ragazzo, il senso della sua vita, il suo progetto più importante, scivolarle via tra le grinfie di quella Beatrice.

La futura nuora non le piacque da subito. Troppo indipendente, troppo sicura di sé. Guardava negli occhi, aveva le sue opinioni. E, peggio ancora, aveva una bimba piccola, nata fuori dal matrimonio. «Che razza di donna è?» pensava Ginevra con amarezza. «Adesso si è aggrappata al mio Michelino e pretende che mantenga pure sua figlia.»

Eppure, cera stata unaltra. Alessia.

La figlia della sua migliore amica. Quella con cui Ginevra aveva già immaginato un futuro perfetto per Michele. Una ragazza tranquilla, discreta, obbediente. Contabile in unazienda seria. Soprattutto, capiva bene il legame speciale tra madre e figlio. Alessia una volta le aveva detto: «Ginevra, chiederò sempre consiglio a lei, lei lo conosce meglio di chiunque altro.» Parole giuste, perfette.

E invece Beatrice? Con lei era impossibile parlare. A ogni offerta di aiuto, a ogni consiglio su come cucinare le polpette perfette o stirare le camicie di Michele, rispondeva con un educato ma fermo: «Grazie, ma ce la caviamo da soli.» Quel «da soli» feriva Ginevra come un coltello. Lei era sua madre! Lei sapeva meglio!

***

Neanche a casa di Beatrice cera molta gioia. A quasi trentanni viveva ancora con i genitori, cresceva sua figlia e, naturalmente, sognava di trovare lamore. Michele le propose di trasferirsi subito, dopo appena un mese che si conoscevano, anche se allinizio senza la bambina. Poi, dopo un paio di mesi, le chiese di sposarlo: «Ho trovato la donna della mia vita, voglio costruire una famiglia.»

Beatrice era al settimo cielo. Erano quei sentimenti veri, travolgenti, che aveva sempre sognato. Se qualcuno cercava di frenarla, di farle notare che lamore acceca, che Michele non era pronto per il matrimonio, si offendeva. Lo amava così tanto che non dubitava di poterlo rendere felice, di farlo «spiccare il volo».

Un mese prima del matrimonio, seduta in cucina con sua madre, questa la guardò con unespressione strana, quasi triste.

«Bea, lo sai che Michele ha un carattere complicato, vero?» le chiese cautamente.

«Mamma, è solo sensibile!» ribatté subito Beatrice. «Nessuno lo ha mai capito. Io sì.»

«Non è questione di capirlo, cara. È abituato a essere accudito, a vivere sotto lala di sua madre, senza responsabilità. Sei pronta a portarti dietro lui, sua madre e tua figlia?»

«Si staccherà da lei quando avremo la nostra famiglia! Michele ha solo bisogno damore. Glielo darò io.»

Sua sorella Francesca fu più diretta. Dopo una cena in cui Michele aveva parlato per ore dei suoi problemi col capo, senza lasciare spazio agli altri, tirò Beatrice in disparte:

«Bea, Michele è un egoista totale. Non lo vedi? Non nota nessuno, gli interessa solo se stesso.»

«È solo turbato. Non hai visto comè dolce e divertente quando vuole!»

«Lo idealizzi» scosse la testa Francesca. «Il matrimonio non è fatto di dolcezze, ma di chi porterà fuori la spazzanza e ti porterà il tè quando sei malata.»

Beatrice non ascoltò. Le sembrava che i suoi familiari fossero solo invidiosi del suo matrimonio rapido. Non credevano nellamore vero. E poi, nei primi mesi, quasi non litigavano mai. Le piaceva sistemare la casa, provare nuove ricette per lui. Inoltre, Michele viaggiava spesso per lavoro, e la lontananza li faceva desiderare luno dellaltro. Insomma, ignorava i commenti degli altri. E le intromissioni della suocera? Le gestiva con calma, per fortuna Michele aveva il suo appartamento, e questo le dava speranza.

***

Se Ginevra avesse potuto, avrebbe vietato a Michele di sposarsi. Ma tutto era successo troppo in fretta, dopotutto lui non era più un ragazzino, aveva quasi 34 anni. La speranza che dopo tre mesi avrebbe cacciato Beatrice, come tutte le altre, svanì. Inoltre, la famiglia di lei si era messa in moto per organizzare il matrimonio. Ginevra rifiutò di partecipare. Fu lunica ospite dalla parte dello sposo e pensò: «Se i genitori di Beatrice vogliono spendere un patrimonio, problema loro.»

Al matrimonio, fissò la coppia senza smettere. Vide che Beatrice era innamorata persa e non staccava gli occhi da suo figlio. «Non durerà» pensò. «Si stancherà e lo lascerà. Michele non può vivere con una così.»

Dopo le nozze, Beatrice portò a casa sua figlia e si mise a costruire la vita familiare. Ginevra abitava dallaltra parte di Roma, ma chiamava e visitava così spesso da far perdere la pazienza alla nuora. Criticava tutto. Michele non osava contraddirla, forse non sapeva neanche come. E lei, vedendo Beatrice cercare di cambiarlo, pretendere cose da lui, ribolliva di rabbia.

Quando Michele perse il lavoro, Ginevra raddoppiò le visite. Telefonava ogni giorno. Arrivava senza preavviso con torte salate, controllava il frigo e gli armadi.

«Michele, preferisci i calzini bianchi. Beatrice, perché non gliene hai comprati?»

«Mamma, basta» borbottava lui, ma indossava quelli portati da lei.

Beatrice si svegliò piano e con dolore. Primo, era nettamente inferiore a Ginevra in cucina e pulizie. Secondo, dovette lavorare di più perché la «temporanea» disoccupazione di Michele si protrasse per sei mesi. Lui aspettava i soldi dalla sua azienda fallita, non cercava lavoro, sperando che il mondo gli offrisse qualcosa di «degno». Vivevano dello stipendio di Beatrice e dei suoi risparmi.

Una volta, a corto di soldi perfino per la spesa, lui le disse con nonchalance:

«Chiama mamma, fatti prestare qualcosa fino a fine mese.»

Lei rimase di sasso.

«Michele, siamo adulti. Perché non cerchi un lavoro?»

«Non credi in me?» la sua faccia si contorse. «Non mi abbasserò a fare qualsiasi cosa! Vuoi che scarichi scatoloni?»

Ginevra coglieva ogni sua lamentela, ogni parola contro Beatrice, e ne faceva una tragedia:

«Non ti capisce, figlio mio. Non ti apprezza. Lho sempre detto. Alessia non ti avrebbe mai trattato così.»

Gli dipingeva un mondo dove Michele era atteso, compreso, valorizzato. Diverso dal mondo di Beatrice, fatto di rimproveri e assurde richieste di crescere. Michele taceva. Annuiva quando Ginevra criticava i piatti nel lavandino o la sabbia in ingresso. Un giorno, mentre piegava le lenzuola con cura militare, Ginevra ricevette una telefonata. Era Michele. La voce incrinata, quasi un sussurro: «Mamma me ne vado. Torno da te. Non ce la faccio più.»
Lei chiuse gli occhi, trattenne un singhiozzo di trionfo. Ce laveva fatta. Laveva riportato a casa.
Ma quando aprì la porta e lo vide sulla soglia, con la valigia in mano e lo sguardo vuoto, capì che non era il suo Michelino quello davanti a lei. Era un uomo spezzato, che non sapeva stare da solo né con gli altri.
E per la prima volta, mentre lo abbracciava, Ginevra sentì un freddo sordo dentro.
Forse, pensò, non era mai stata la madre che voleva essere.
E forse, troppo tardi, capì che anche Beatrice aveva avuto ragione.

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Lei sa meglio
Meglio così che male accompagnata — «Come “l’utente non è raggiungibile”? Ma se parlava con qualcuno cinque minuti fa!» — Natasha era ferma in corridoio, stringendo il telefono all’orecchio. Gettò uno sguardo alla cassettiera. La scatolina dove teneva i suoi gioielli era al suo posto, ma qualcosa non andava: il coperchio era socchiuso. — Roman! — gridò verso il bagno. — Sei lì? Natasha si avvicinò piano alla cassettiera. Appena toccò il legno lucido, un brivido le corse lungo la schiena: la scatolina era vuota. Completamente. Neanche lo scontrino del negozio, che usava come segnalibro, era rimasto. Insieme ai gioielli erano spariti anche i soldi. Certo, glieli aveva dati lei… — Dio mio… — sussurrò abbassandosi sul pavimento. — Com’è possibile? Ieri litigavamo per la carta da parati… Avevi promesso che in agosto saremmo andati al mare insieme… Eppure tutto era iniziato in modo ridicolmente normale. Un giugno dell’anno scorso la sua “cinquina” si era fermata con un pistone bloccato. In officina avevano chiesto una cifra assurda, così lei — arrabbiata — aveva scritto sul gruppo Facebook “AutoAiuto Lombardia”. «Ragazzi, chi sa se posso sbloccare da sola il pistone del freno? Ecco la foto della ruota tutta sporca». I commenti erano arrivati subito. Chi la sconsigliava di toccare nulla, chi proponeva di comprare il pezzo nuovo. Poi arrivò un messaggio da “Roman85”: «Signorina, non li stia a sentire. Prenda un WD-40 e un kit riparazione da venti euro. Smonti la ruota e, con cautela, prema il pistone col pedale, ma non del tutto. Pulito con il liquido dei freni, ingrassi. Se il cilindro è liscio tutto bene, correrà come nuova». Natasha si incuriosì: era scritto bene, senza spocchia. «E se il cilindro è rovinato?», ribatté. «Solo da cambiare. Ma dalla foto la sua macchina è tenuta bene, non credo sia messa così male. Se ha dubbi, mi scriva in privato, aiuto volentieri.» Così cominciarono. Roman era una miniera di consigli pratici. In una settimana la “istruì” su cambio dell’olio, scelta delle candele, persino su quale antigelo evitare. Lei si sorprese nel desiderare i suoi messaggi. «Senti Roman, sei proprio un salvatore! — a fine luglio — Pensavo… perché non prendere un caffè insieme? Offro io, o qualcosa di più forte, visto il budget risparmiato». Roman rispose dopo tre ore. «Natasha, lo farei volentieri. Davvero. Solo che ora… sono in trasferta. Lunghissima. All’estero, diciamo.» «Davvero? Lontano?» «Il più lontano possibile. Non voglio mentirti. Mi piaci molto, come persona. Ma non sono davvero in trasferta: sto scontando una pena. San Vittore, se ti dice qualcosa.» Il telefono le cadde sul divano. Le fece male il petto. Un detenuto? Lei, contabile in una grossa azienda, da due settimane chattava con un criminale?! «Per cosa?» digitò con le dita che tremavano. «Truffa… Ho fatto una stupidaggine, un po’ vittima, un po’ colpa mia. Finisco tra meno di un anno. Se vuoi, cancella tutto, capisco.» Lei non rispose. Lo bloccò e per tre giorni fu uno zombie al lavoro. Ma pensava: “Perché un uomo così intelligente, operativo, così bravo — è in galera?!” Una settimana dopo trovò una mail. Roman aveva chiesto il suo indirizzo. Lei non aveva eliminato il contatto, solo chiuso la chat. «Natasha, davvero non mi offendo. Sapevo che sarebbe finita così. Tu sei una brava persona, io non faccio per te. Volevo solo ringraziarti per la compagnia. Sono stati per me i due giorni più belli degli ultimi tre anni. Ti auguro felicità. Addio.» Leggendo queste righe in cucina, Natasha si mise a piangere. Le dispiaceva per lui, per se stessa, per la vita ingiusta. — “Perché tutti hanno fortuna e a me capitano solo sposati, bambocci o — quando finalmente un uomo normale — lui è dietro le sbarre?”— si chiedeva. E non rispose nemmeno stavolta… Natalia provò a frequentare altri uomini, ma nessuno andava. Uno parlava solo della sua collezione di francobolli, un altro era venuto con le mani sporche e aveva chiesto di dividere il conto. A marzo, il giorno dei suoi trentacinque anni, si sentiva più sola che mai. Al mattino arrivò la notifica: «Buon compleanno, Natasha! — scriveva Roman. — So che non dovrei disturbarti, ma non ho resistito. Che tutto ti vada bene. Meriti che ti portino sulle mani. Con mollica di pane e filo di ferro ho realizzato una cosetta qui… Se potessi te la regalerei. Sappi che da qualche parte, in Emilia, oggi bevo una tazza di the pessimo alla tua salute.» «Grazie, Roman. Fa piacere», rispose lei, non resistendo. «Hai risposto! — lui era al settimo cielo. — Come va? La “Cinquina” ha tenuto col gelo?» E ricominciò tutto. Ora si sentivano ogni giorno. Roman la chiamava quando poteva. Aveva una voce profonda e calda. Le raccontava della sua infanzia col fratello, di come ora allevasse i nipotini, del sogno di ricominciare da zero. — Non torno a casa, Natasha, — le confessava mentre lei scaldava la cena. — Lì ci sono i soliti amici e finisce che ricasco nei guai. Voglio andare dove nessuno mi conosce. Ho le mani, in un’officina o in cantiere lavoro lo trovo sempre. — Dove vorresti andare? — domandava lei col fiato sospeso. — Da te verrei. Affitterei una stanza o un monolocale, per stare solo nella tua città, solo per sapere che respiriamo la stessa aria. Poi si vedrà. Non voglio impormi, capiscimi… A maggio Natasha era innamorata persa. Conosceva tempi e modalità dei suoi controlli, quando c’era la “doccia settimanale” o il turno in mensa. Le spediva pacchi: tè, caramelle, calze calde, ricambi strani. — Roman, basta che non ti metti nei guai, — lo pregava. — Resta tranquillo. — Per te, cara, starò buono come l’acqua. — scherzava. — Ad aprile sono libero. — Ti aspetto. Ad aprile Natasha era ai cancelli del carcere. Gli aveva comprato giubbotto nuovo, jeans, scarpe da ginnastica. Aveva il cuore in gola per la tensione. Quando lo vide, piccolo e robusto, con i capelli corti sale e pepe, per un attimo rimase paralizzata. In foto era un po’ diverso. Ma quando sorrise e disse: — Eccoti, padrona, — lei gli saltò al collo. — Grazie a Dio stai bene, — sussurrava sulla sua guancia ruvida. — Dove vuoi che vada, — la strinse — che profumo buono… fiori? Andarono a casa sua. La prima settimana fu una favola. Roman si diede subito da fare: aggiustò il rubinetto, sistemò la serratura semibloccata da mesi. La sera stavano in cucina con del rosso, raccontava storie buffe della “vita di prima”, evitando scivoloni scomodi. — Senti, Roman — disse una sera — volevi prendere casa. Forse non serve. Ho spazio, in due è meglio. Risparmi i soldi, ti servono per comprare attrezzi, sistemarti. — Non mi sembra giusto, — lui mescolava lo zucchero pensieroso. — Sono uomo, dovrei avere una casa da offrire. Vivo sulla tua schiena, mangio a tue spese. — Dai smettila! — lei gli prese la mano. — Non siamo estranei. Presto troverai il tuo equilibrio. — Mio fratello mi ha chiamato — mormorò, evitando lo sguardo. — Il nipote sta male, serve un’operazione costosa. Chiede un prestito, ma io non ho una lira. Che vergogna, Natasha. Mi vergogno della mia famiglia. — Quanto serve? — domandò. — Tanto… Cinquemila euro. Ma dice che una parte ce l’hanno già. Pensavo di andare a lavorare a Milano, lì si guadagna bene, potrei restituire in fretta. Natasha rimase in silenzio. I cinquemila euro stavano nella scatola dei suoi risparmi. Tre anni che li metteva da parte per rifare bagno e cucina, concedersi finalmente una doccia idromassaggio… — Ce li ho io quei soldi, — disse piano. Roman alzò di scatto la testa. — Neanche per idea! Sono tuoi, non li prendo. — Roman, è per la famiglia. Li restituisci quando potrai. Ormai siamo insieme. Lui resistette. Per due giorni si tormentò cupo, ricominciò pure a fumare in balcone nonostante avesse promesso di smettere. Alla fine, fu Natasha a posare i soldi sul tavolo. — Prendili. Vai da tuo fratello, aiutalo. O fali arrivare a lui. — Meglio che vada di persona, — la abbracciò. — Così parlo anche di lavoro dalle sue parti, magari trovo una soluzione. Torno tra due giorni, Natasha. E poi vediamo… *** Natasha era ancora a terra dopo un’ora. Le gambe intorpidite, ma né i piedi né il cuore sentivano dolore. Ripensava alla sera prima: avevano visto una commedia scema, lui rideva, la abbracciava, e lei si sentiva la donna più felice del mondo. — Parto un giorno prima, — le aveva detto prima di dormire. Era fuggito all’alba. Lei dormiva, non l’aveva sentito vestirsi. Aveva solo sognato il rumore della porta — aveva pensato fossero i vicini. Alle due, forse, telefonò finalmente al fratello di Roman. Il numero che lui le aveva lasciato “per emergenze”. — Pronto? — voce ruvida — Chi parla? — Salve, sono… l’amica di Roman. È venuto oggi da voi? Silenzio. Poi un respiro pesante. — Signorina, che Roman? Mio fratello si chiama diversamente, è ancora dentro fino a ottobre. Natasha sentì un vuoto alle tempie. — Come… ottobre? Lui è uscito in aprile. L’ho preso io fuori da San Vittore. — Senta, — la voce si fece dura. — Mio fratello Alex è a Opera. Roman… Roman era il mio ex compagno di cella, uscito due mesi fa. Mi ha rubato il telefono, ha copiato tutti i contatti. Lei è l’ennesima “pen-friend” che ha raggirato. È un genio nei raggiri. Tecnico industriale, cervello brillante. Natasha posò il telefono a terra. Ripensò a quando insegnava a cambiare le candele. — Mai serrare troppo, — diceva. — O rovini la filettatura, ciao motore. — Rovinata, — sussurrò. — Presa in pieno. Si accorse in quel momento che non sapeva niente del suo “compagno”. Mai visto i suoi documenti, né un certificato di scarcerazione. E se nemmeno si chiamasse davvero Roman?! *** Certo, Natasha andò alla Polizia e fece denuncia. Mostrò le foto e scoprì parecchio sul suo “convivente”. Si chiamava davvero Roman — ed era l’unica verità che avesse mai detto. Scontava una lunga pena per reati gravi ed era alla terza condanna — aveva incontrato Natasha grazie alle “amicizie epistolari”. Lei si fece il segno della croce, cambiò serratura e si ritenne fortunata: rispetto alle precedenti vittime di lui, se l’era cavata bene.