Mi Sono Innamorato di una Donna Accogliente” o “E Che Parlino Pure!

Mi innamorai di una donna accogliente, o “E allora, che dicano pure”

“Mi lasci per quella contadina?” mia moglie era sbigottita.
“Non chiamarla così, per favore, Rosalba. Ormai è deciso, Elettra. Perdonami.” raccoglievo in fretta le mie cose.
“Spero che ti ravvederai presto. Non può essere altrimenti. I tuoi colleghi, i vicini, ti rideranno in faccia. Su chi ti sei fissato? Su una sciatta senza grazia. E ai figli che gli dici? Che il loro papà intellettuale è scappato con una popolana?” Elettra torceva nervosamente un fazzoletto tra le mani.
“Ai figli? Per fortuna sono grandi. Serena presto penserà a maritarsi, e Marcello ha già preso la sua strada scivolosa. Noi due non contiamo più per loro. Quanto ai vicini, ai colleghi, agli sconosciuti per strada… me ne infischio del loro parere. La vita è la mia. Mica ficco il naso nelle loro camere da letto, né tengo loro la candela.” cercavo di convincerla con dolcezza, ma invano. Quando un matrimonio si spezza, il dolore è insopportabile per entrambi.

Elettra fissava distrattamente la finestra, seduta in cucina. Non provavo nemmeno un briciolo di pena per lei. Niente. Dentro di me, solo vuoto.

…Elettra era la mia terza moglie. Quando la vidi per la prima volta, il cuore mi balzò nel petto, lanima si aprì a una felicità sconosciuta. Bella, curata, sicura di sé. Anchio non ero da meno di Marcello Mastroianni. Sapevo di piacere alle donne, avevo limbarazzo della scelta. Da giovane, mi innamoravo e sposavo subito. Poi, deluso dalla routine e dalle mogli, scappavo altrettanto in fretta. I figli erano nati solo con Elettra.

Credevo che Elettra fosse il mio approdo finale, la mia ancora. E invece… né la moglie né il melone si conoscono dalla buona. Con gli anni, lamore, da dolce e succoso, si era raggrinzito come un frutto secco. In pubblico, recitavamo la coppia perfetta, la famiglia esemplare. I vicini ci ammiravano (o forse ci disprezzavano?) per la nostra quieta eleganza. Passando davanti alle vecchiette allingresso, sentivamo i loro sussurri. Noi avanzavamo fieri, come su un tappeto rosso.

Ma varcata la porta di casa, tutto cambiava.

Primo, Elettra non era affatto una massaia. Il frigo sempre vuoto, montagne di panni da lavare, la polvere che danzava negli angoli. Eppure, lei con le unghie laccate, i capelli impeccabili, il trucco fresco. Elettra era convinta che il mondo dovesse ruotare attorno a lei, non il contrario. Mia moglie si limitava a farsi amare. Si credeva una stella di prima grandezza. Le porte della sua anima erano chiuse, per me e per i figli.

Con noi viveva mia madre. Per lungo tempo tacque, osservando quel caos. Poi agì, ma con saggezza. Insegnò con delicatezza lordine ai nipoti: Serena e Marcello. Impararono a cucinare, pulire, prendersi cura di sé. Elettra, che si considerava dama di alto rango (chissà perché), chiamava i figli solo per nome intero Serena e Marcello. Mai una carezza, mai un moto di tenerezza. E i bambini, a poco a poco, si allontanarono da lei, cercando il conforto di nonna.

Elettra mi proibiva di parlare con i vicini, di intrattenermi in “chiacchiere vuote”. Lei stessa non diceva altro che un secco “buongiorno”.

…Nei primi anni di matrimonio, non avevo notato nulla. Vivevo, amavo, godevo dei giorni in famiglia. Serena era la prima della classe, Marcello un somaro incallito. Questo mi stupiva: cresciuti insieme, educati allo stesso modo, eppure risultati opposti. Non riuscimmo mai a farlo diventare neppure discreto. Si rifiutava di studiare. E alle superiori, Marcello finì per odiare Serena per la sua ostentata diligenza. A volte li trovavo a prendersi a pugni.

…Erano gli anni Novanta del secolo scorso.

Marcello, finita la scuola, si unì a una banda di malviventi e sparì. Per tre anni non lo vedemmo né sapemmo nulla di lui. Lo demmo per disperso. Pianse chi doveva piangere. Si sa, il dolore non bussa prima di entrare. Mia madre, guardando Elettra, borbottava:

“Se il giovane cade da cavallo, è perché la madre lha messo male in sella.”

Elettra sbuffava e si rinchiudeva in bagno a singhiozzare.

Ma la speranza rimase. E un giorno, Marcello tornò. Sembrava un relitto. Magro, sfinito, coperto di cicatrici. Portava con sé una moglie, uguale a lui: spenta, con occhi vuoti. Li accogliemmo con timore. Marcello ci guardava di traverso, sospettoso. Taceva, ascoltando il silenzio.

…Serena presto lasciò casa. Sposò, o meglio, avrebbe voluto sposarsi, ma nessuno la chiese. Finì con un tipo poco raccomandabile. Senza figli. Veniva a trovarci piena di lividi, ma non si lamentava mai. Sopportava.

“Serenella, lascialo, quel brutezzo. Prima o poi ti ammazzerà. Ricordati, cara: chi vuol soffrire, trova il suo carnefice.” la nonna la supplicava in lacrime.

“Sto bene, nonna. Daniele mi ama. I lividi? Sono scivolata sulle scale. Passerà.” non somigliava più alla secchiona di un tempo.

…E poi ci fui io, che, dimentico degli anni, mi infiammai damore. Non me laspettavo nemmeno. Capita: barba bianca, diavolo allanca. Dopo il turno in fabbrica, non volevo tornare a casa. Litigi con Marcello, il gelo con Elettra, le battute di mia madre… Tre matrimoni falliti, figli allo sbando, moglie incapace…

…In mensa lavorava la cuoca Rosalba. Sempre allegra, semplice, di buon cuore. Per anni non avevo notato quella donna paffuta dalle guance rosee. Ma che risata aveva Rosalba… come un ruscello di primavera. Rideva e scherzava, un sole sorridente. Cominciai a cercarla. Era più vecchia di me di tre anni. Vedova da tempo, il marito annegato. Aveva cresciuto un figlio da sola, poi partito per lavorare.

Rosalba era lopposto di Elettra. Capelli raccolti in una crocchia malferma, unghie corte senza smalto, solo un rossetto sgargiante. Ma emanava luce, calore, gentilezza. Con lei era tutto facile. Amava il mondo e la gente.

Stare con lei era come bere acqua di sorgente. A casa sua, lodore di torte appena sfornate. Nel frigo, sempre minestra, polpette, pasta. Rosalba adorava offrire da mangiare a vicini e amici. Non potei non innamorarmi di quella donna accogliente.

Cominciai a corteggiarla. Fiori, cinema, caffè.

Rosalba esitava:

“Renato, mi piaci anche tu, ma hai una moglie. E i tuoi figli? Non voglio fare la rovinafamiglie.”

Allinizio tentennai, come fanno gli uomini indecisi. Era come camminare sul ghiaccio sottile.

A volte passavo la notte da lei. Elettra sapeva. Le “buone anime” le raccontarono tutto: chi era Rosalba, dove abitava, quando era iniziato il tradimento… La nostra storia divenne di dominio pubblico. Elettra sinfuriò, insultò “quella sciatta”, minacciò il suicidio.

Dopo sei mesi, presi le mie cose e andai da Rosalba. Lei fu felicissima, non sapeva da che parte girarsi. Ma mise una condizione:

“Renato, tra un mese mi mostri il certificato di divorzio. Altrimenti, niente.”

E così feci. Poi ci sposammo. Non ho rimpianti. Serena e Marcello ci vengono a trovare. Rosalba li rimpingua di cibo buono. Serena ha lasciato Daniele, Marcello sembra rinato. Si è ripreso, aspetta un figlio. Forse ha avuto abbastanza del lato oscuro della vita. Rosalba ha riconciliato i fratelli:

“Siete sangue dello stesso sangue! Dovete sostenervi, non vagare come erbe al vento.”

Ora stanno uniti.

Mia madre è morta.

Elettra… è invecchiata, non ha più la sua aria altera. Non mi saluta, se mi incrocia gira la faccia. Viviamo a due passi, ma io non torno mai indietro.

Forse mi giudicheranno, ma questa è la mia vita, le mie scelte. A me risponderne. Non mi adatto ai pareri altrui.

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