Grazie, papà addio.
Spinse il cancello, che cedette senza neanche cigolare, le cerniere erano ben oliate.
Ah, bravo borbottò soddisfatto.
Certo, il vicino, chi altri si sarebbe preso cura del posto?
Attraversò il cortile, posò lo zaino davanti alla porta, fece un altro giro, poi toccò la serratura marrone e rotonda.
Ma la chiave
Una copia ce laveva il vicino, ma non aveva voglia di andare a chiederla, e poi era stanco dal viaggio.
Si ricordò di qualcosa, tastò sopra lo stipite e eccola! La prese, agganciata a un cordoncino nero.
Inserì la chiave, la girò, il meccanismo scattò e la porta si aprì senza resistenza.
Entrò nella veranda, le tendine leggere ricamate ondeggiavano appena.
Teresa le cuciva ancora, pensò, e proseguì in casa.
Camminò per le stanze senza accendere la luce.
Lodore di casa, quanto gli era mancato.
Gli salirono le lacrime agli occhi, il cuore iniziò a battere forte, a martellare.
Dio santo Cercò nelle tasche, niente, le pillole erano nello zaino.
Tornò indietro, lo prese, mise sotto la lingua quella piccola salvatrice.
Il cuore si calmò, il ronzio nelle orecchie si attenuò, solo un po di pressione alle tempie passerà.
Si sedette finalmente tranquillo, finalmente bene.
A casa.
“Chi cè?” Una voce risuonò dalla porta aperta. “Eh?”
“Sono io, Gianni”
“Ettore, sei tu?”
“Sì.”
“Da dove vieni? La tua Natalina è passata, con certa gente, diceva che eri in ospedale e chissà cosaltro, che avrebbe dato notizie.”
“Non le darò mai quella soddisfazione,” sorrise. “Che gente?”
“Mah, chi lo sa, cittadini. Natalina andava in giro, mostrava tutto Sembravano acquirenti, noi pensiamo quello.”
“Be, non importa. La vecchia ha preparato la cena, vuoi venire da noi?”
“No, no Gianni, grazie per aver badato alla casa.”
“Ma che dici Dai, vieni!”
“No, resto qui.”
“Come vuoi. Torno subito, aspetta.”
Come se avesse intenzione di andarsene. Buffone. Era a casa sua.
Si sedette vicino alla finestra e rimase lì fino allalba, osservando il sole che iniziava a filtrare.
Si alzò, si stirò, uscì in cortile, controllò ogni angolo, toccò le porte del capanno, diede unocchiata alla legnaia, poi nellorto.
Tutto in ordine.
Verso mezzogiorno, sentì un motore avvicinarsi. Uscì al cancello: unauto.
Chi erano? Natalina con una macchina nuova?
Gente allegra, chiassosa, che scaricava valigie, buste, pacchi.
Ma come? Natalina possibile? Senza dirgli niente, aveva venduto la casa?
Che bella sorpresa.
“Buongiorno, cosa fate qui?”
“Veniamo ad abitare. E tu, nonno, chi sei?”
“Come abitare? Chi ve lo permette?”
“Abbiamo comprato la casa,” disse un bimbo di quattro anni, inclinando la testa.
Gli altri, intanto, continuavano a portare dentro le cose, ignorandolo.
“Come comprato? Da chi? Che storia è? Non entrate!” Chiuse la porta in faccia.
Ma la riaprirono, parlando di correnti daria e da dove sarebbero venute? Le finestre erano chiuse!
“Chiamo i carabinieri!” protestò, cercando di barricarsi in casa. Ma quei tipi robusti spinsero più forte e la porta cedette.
“Bisogna oliare le cerniere, cigolano,” disse quelluomo antipatico, massiccio.
Ah, Natalina, Natalina non aveva aspettato, aveva venduto. E ora dove sarebbe andato lui?
“Nonno, tu resterai con noi?”
“Cosa? Io non resto con voi, e voi non resterete qui! Natalina, cosa hai combinato?”
Si avventò su di loro, strappando album e vecchie foto, raccogliendole con cura.
“Dobbiamo chiamare la vecchia proprietaria. Andrea, chiudi la porta, guarda che casino con questa corrente!”
“Mamma, questo nonno starà con noi?” Il bambino indicò un ritratto.
“Michelino, basta, siediti. Dobbiamo togliere quel quadro, era il vecchio proprietario. Mettiamo tutto in scatole, poi lo restituiremo.”
“Cosa significa restituiremo? Io sono il proprietario!”
Chiuse con forza la porta della camera e si sedette sul letto.
“Nonno, perché sei arrabbiato? Vuoi una caramella?”
“Grazie, piccolo. Perché non mi ascoltano?”
“Non lo so,” disse il bimbo, scrollando le spalle. “Neanche a me danno retta.”
Stavano chiamando qualcuno. Natalina? Bene, quando sarebbe arrivata, le avrebbe detto di annullare tutto. Non era arrabbiato, no avrebbe solo chiesto di ridare i soldi a quella gente.
Intanto radunavano le foto, i disegni di sua figlia. Ne afferrò uno: Natalina che gli aveva fatto un disegno per la Festa della Repubblica
E ora? Con lui ancora vivo, aveva venduto casa.
La SUA casa. La loro casa. Sua, di Teresa e della loro Natalina.
Finalmente arrivò. Le corse incontro.
“Natalina, piccola” Ma lei lo superò di fretta, somigliando tanto a sua madre.
“Natalina,” la seguì, “Natalina sono qui.”
“Non ti sente, nonno. Non ti vede, come loro.”
“Come? Tu mi vedi.”
“Sì io sì. “Perché tu sei morto, nonno. Sei morto in ospedale ieri sera. Mamma non ha voluto dirtelo, ma non ce l’hai fatta. Io invece ti vedo perché ti penso tanto. E tu sei rimasto qui, nella tua casa, dove ti sentivi al sicuro.”
E allora capì. Il cuore che batteva forte, le pillole, il viaggio… non era mai tornato davvero.
Si guardò le mani trasparenti, poi il bimbo che sorrideva triste.
“Va bene,” bisbigliò. “Allora resto un po ancora. Solo un po.”
E si sedette sul letto, accanto al ritratto di Teresa, a guardare il sole che scendeva dietro il cortile.







