**La Bambola**
Nella campagna italiana, la vita si svolge sempre sotto gli occhi di tutti. È difficile nascondere qualcosa, almeno per molto tempo.
Anche di questa famiglia tutti conoscevano ogni dettaglio. Si erano sposati per amore, una coppia bella e lavoratrice. Bastava guardare la loro casa ben tenuta, ristrutturata dalle loro mani, e il cortile dove le erbacce non avevano mai preso piede, sostituite da fiori che sbocciavano tutta lestate. La giovane moglie, Rosa Bellini, era sempre gentile con tutti, rispettata perché mai una parola di pettegolezzo. Il marito, Marco Rossi, era più taciturno. Ma il silenzio può essere di tanti tipi: cè chi tace ed è dolce, e chi invece è duro, a volte persino crudele. Così era lui, fin da piccolocosì lavevano cresciuto suo padre e suo nonno. Ma con Rosa la sua durezza svaniva: si occupava dei lavori più pesanti, andava in città senza lamentarsi per comprarle qualcosa di nuovo, e non lesinava mai. E poi, un altro grande pregio: non si univa mai agli ubriaconi del paese. Allinizio lo chiamavano, ma poi smisero. Bastava un suo secco:
“Lasciatemi stare!”
E così era: non beveva. E, naturalmente, non alzava mai le mani su di lei. Alcune donne del paese la invidiavano apertamente. Lei allinizio cercava di consigliarle, di spingerle a non accettare le botte, ma poi smisenon ascoltavano. Dicevano che a lei era semplicemente andata bene con luomo. Le più maligne, accecate dallinvidia, aggiungevano che chissà, forse un giorno anche lei avrebbe dovuto scappare in soffitta per sfuggire ai pugni del marito. Rosa non rispondeva. Le dispiaceva per quelle donne che si lasciavano calpestare. Ma anche nella loro famiglia cera un problema: erano sposati da quattro anni, e ancora nessun figlio. Eppure, la salute di entrambi sembrava perfetta.
Un giorno, una vicina insistette perché prendessero un cucciolola sua cagnolina, Lola, aveva avuto otto piccoli. Sette li aveva già sistemati, ne rimaneva solo uno, una femminuccia gracile ma adorabile.
“Prendetela voi,” la supplicava la vicina. “Voi la farete ingrassare e la crescerete bene. Avrete una campanella vivente in cortile.”
Con sorpresa di Rosa, che era pronta a prenderla ma non era sicura che Marco accettasse, lui disse di sì. Così arrivò Bambola. E qui bisognava capire chi le voleva più benese Rosa o Marco. Perché fu lui a insegnarle qualche comando, a portarla sotto il portico quando pioveva, e poi, quando Bambola crebbe, a costruirle una cuccia spaziosa, con il pavimento di legno. La addestrò a dormirci dentro, ma di notte la lasciava liberalei tornava sempre, conosceva il suo territorio.
Poi, prima Rosa e poi Marco, notarono che Bambola aspettava dei cuccioli. E qui Marco cambiò: si infuriò con la cagna. Anzi, la odiò. La legò con una catena e minacciò:
“Se ti vedo uscire dal cortile, non tornare più.”
Arrivò il giorno in cui Bambola partorì nella sua cuccia: quattro cuccioli. Era successo di notte, nessuno se nera accorto. Solo al mattino, quando Marco andò a darle dellacqua fresca, vide che non era sola. Tornò in casa arrabbiato:
“Bambola ha aperto un allevamento qui,” disse a Rosa. “Stanotte ne ha fatti quattro.”
“Davvero?!” esclamò lei, felice. “E non ha fatto un verso! Vado a vederli.”
“Vai pure, prima che li anneghi,” rispose lui.
Rosa non ci credette:
“Annegarli? Dei cuccioli così piccoli? E Bambola? Credi che non abbia istinto materno? Passerò per il paese, chiederò se qualcuno vuole un cane…”
Ma lui era già uscito in cortile. Lei lo seguì. Lui iniziò a riempire una botte dacquane portò cinque secchi dal pozzo. Rosa si accovacciò davanti alla cuccia, guardò Bambola con quei quattro esserini attaccati a lei, e le lacrime iniziarono a scenderle senza controllo. Sapeva che alcuni facevano così con le cucciolate indesiderate, ma non aveva mai visto tanta crudeltà di persona.
Conoscendo Marco, capì che non lavrebbe fermato. Tornò in casa, chiuse porte e finestre per non vedere e non sentire ciò che stava per accadere.
Dopo un po, lui rientrò. Disse:
“Non hanno capito niente. Erano ancora ciechi. Li ho già seppelliti in fondo allorto.”
Lei chiese solo:
“E Bambola? Ha capito?”
“Non lo so, non glielho chiesto. Con lei non ho discusso. Non doveva andare in giro di notte. Lho chiusa nella cuccia.”
“Sentila come ulula.”
“Ululerà e smetterà. Forse imparerà a non scappare.”
In quel momento, qualcosa dentro di lei si spezzò. Sì, in campagna sopprimere i cuccioli era comune. Ma perché così crudelmente?
Quel giorno parlò poco con Marco. Lui, per non smentirsi, borbottò solo:
“Ma guarda che tenerezze! E chi li doveva nutrire, pulire? O quello non conta?”
Bambola passò giorni con gli occhi pieni di lacrime. Forse qualcuno non avrebbe creduto che un cane potesse piangere, ma lei le aveva viste. E si sentiva in colpa. Vide più volte Bambola correre in fondo allorto, sedersi lì immobile. Capì che era il punto dove Marco aveva seppellito i suoi cuccioli.
Bambola partorì altre due volte. E ogni volta, Marco le legò il collare prima ancora che il ventre cominciasse a gonfiarsi troppo. La chiudeva nella cuccia appena scendeva il buio, controllando che non sfuggisse. E quando i cuccioli nascevano, lui non aspettava nemmeno lalba. Li prendeva subito, uno a uno, senza un tremito nella mano, e li metteva nella botte. Rosa non andava più a guardare. Si sedeva in cucina, con le orecchie tese allululato della cagna, che ogni volta diventava più roco, più vuoto. Poi, col tempo, Bambola smise di correre in fondo allorto. Smise di guardare Rosa con quegli occhi lucidi che sembravano chiederle aiuto. Una sera dinverno, non tornò alla cuccia. La trovarono morta vicino al cancello, distesa come se aspettasse qualcuno. Marco disse che doveva essere stata la febbre. Nessuno dei due andò a seppellirla. Il giorno dopo, lui ne comprò unaltra, più robusta, senza nome. Ma Rosa, da allora, non aprì più bocca. E quando le vicine parlavano di uomini, di botte, di fuga, lei guardava lontano, verso il campo dove una volta cera la cuccia, e annuiva appena, senza rispondere.







