Ho sentito per caso mio marito al telefono: ‘Non le resta molto’. Da quel momento ho smesso di prendere le pillole che mi dava.

Avevo sentito per caso mio marito parlare al telefono: “Non le resta molto”. Da quel momento, smisi di prendere le pillole che mi dava.

La porta dello studio era socchiusa. Solo di un dito, ma bastò perché la sua voce, di solito morbida e avvolgente come una coperta di lana, mi raggiungesse con un tono secco, impersonale.

“Sì, tutto procede secondo i piani. I medici dicono che le resta poco”.

Mi bloccai nel corridoio, stringendo un bicchiere d’acqua. Nell’altra mano, due capsule che Serafino Arcadi, mio marito, mi portava due volte al giorno. “Le tue vitamine, cara, per darti forza. Per aiutarti a guarire”.

In sei mesi di matrimonio, mi ero abituata a questa “cura”. Alla debolezza, alla nebbia nella mente, al fatto che il vasto mondo si era ridotto ai confini del nostro appartamento. Avevo quasi creduto di essere gravemente malata.

Ma quella frase, sussurrata al telefono, era priva anche solo di un accenno di compassione. C’era solo freddo calcolo, duro come l’acciaio.

Tornai lentamente in camera, le gambe molli. Le mani mi tremavano. Mi avvicinai alla finestra, la spalancai e, senza aprire il pugno, gettai le capsule tra i cespugli di lillà sotto il davanzale. Non avrei più preso nessuna delle sue pillole.

La mattina dopo, entrò con un vassoio. Lo stesso sorriso, lo stesso sguardo “premuroso”. Ma ora vedevo solo una maschera, dietro cui si nascondeva un predatore.

“Buongiorno, mia bella addormentata. È ora delle medicine”.

Ingoiai a fatica la saliva.

“Le ho già prese”, mentii, cercando di parlare con calma. “Le ho trovate sul comodino e le ho bevute con l’acqua. Mi sono svegliata presto”.

Aggrottò le sopracciglia, solo per un attimo. Osservò il comodino, il bicchiere.

“Brava. Ti prendi cura di te stessa. È un buon segno”.

Passai la giornata fingendomi apatica, come al solito. Ma era difficile. Il mio corpo, privato del solito veleno, si ribellava.

Avevo brividi, vertigini, e invece della nebbia, improvvisi lampi di lucidità acuta e dolorosa. Era come se mi stessi disintossicando.

Il giorno dopo, “bevvi” di nuovo le pillole prima del suo arrivole gettai tra i lillà. Serafino sembrava chiaramente contrariato.

“Bianchina, facciamo così: aspetterai me. È importante prenderle alla stessa ora”.

Diventò più attento. Entrava più spesso in camera, si sedeva a lungo accanto al letto, mi fissava negli occhi come se cercasse di leggervi qualcosa.

“Oggi sei pallida. E le mani sono fredde. Forse dovremmo aumentare la dose?”

“No”, sussurrai. “Sto un po meglio”.

Era un gioco pericoloso, una lotta per la sopravvivenza.

Le notti diventarono un supplizio. Stesa senza dormire, fingevo di essere addormentata e ascoltavo ogni suo movimento. Ogni suo sospiro mi gelava il cuore. Una notte, si alzò e uscì.

Aspettai che la porta del suo studio scricchiolasse, poi, appoggiandomi al muro per non cadere per le vertigini, lo seguii.

Stava parlando di nuovo al telefono, questa volta a bassa voce, quasi sussurrando.

“Sa qualcosa. Rifiuta il cibo, dice che non ha appetito. È diventata troppo… lucida. Lo sguardo è cambiato”.

Mi strinsi al muro. Il cuore batteva così forte che sembrava impossibile non sentirlo.

“Dobbiamo accelerare. Ho già parlato con il notaio. Stefano Olegovich è un uomo intelligente. Gli ho spiegato che tu, come medico, consigliavi di firmare la procura prima che perda del tutto la ragione. Con la sua firma, tutto sarà mio. I beni di Anna Pavlovna diventeranno miei”.

Anna Pavlovna. Mia madre. Era morta un anno prima, lasciando tutto a me. Un’eredità che mio marito già considerava sua.

Feci in tempo a tornare a letto un attimo prima che rientrasse. Si chinò su di me e sentii un odore chimico, tagliente, provenire dalle sue mani. Lodore delle mie “vitamine”.

La mattina, trovai la forza di raggiungere il vecchio guardaroba. Lì, in fondo allarmadio, cera la mia collezionefiale vintage di profumi. Lunica passione che avevo prima di lui.

Presi una pesante fiala di cristallo. Laroma della mia vita passata trapelava anche dal tappo ben chiuso.

“Cosa ci fai qui?” La sua voce alle mie spalle mi fece sobbalzare. “Non dovresti alzarti”.

Mi voltai lentamente.

“Volevo ricordare come profumavo, prima di odorare solo di medicine e ospedale”.

Fece una smorfia.

“Sciocchezze. Robaccia polverosa. A proposito, ho trovato un antiquario. Darà un buon prezzo per tutto questo vetro. Abbiamo bisogno di soldi per le tue cure”.

Toccò la fiala nella mia mano. E in quel momento capii. Non voleva solo i miei soldi. Voleva cancellarmila mia identità, il mio passato.

Abbassai gli occhi, nascondendo un lampo dodio. Annui lentamente.

“Daccordo. Vendili, se è necessario”.

Le sue dita si allentarono. Non si aspettava tanta remissività.

“Ecco la mia ragazza intelligente. Lo faccio per il tuo bene”.

Ma ormai sapevo cosa fare. La sua sicurezza sarebbe stata la sua trappola.

Due giorni dopo, arrivò il notaio. Un uomo anziano, stempiato, con una cartella che odorava di naftalina e burocrazia. Si chiamava Stefano Olegovich.

Serafino si agitava intorno a me.

“Bianchina è molto debole, Stefano Olegovich. Ma capisce limportanza del momento. È solo una procura per gestire i suoi affari, finché è… malata”.

Il notaio tossicchiò e mi porse i documenti. Presi la penna. La mano, prima debole, ora era piena di forza. Ma la feci tremare apposta.

Mi chinai sul foglio, tracciai la prima lettera del mio cognome. E improvvisamente la mano ebbe uno scatto più violento, come per un crampo. Una grossa macchia dinchiostro si allargò proprio nel punto giusto.

“Oh, scusi…”, balbettai. “La mano non mi obbedisce”.

Il volto di Serafino si pietrificò.

“Niente di grave”, disse a denti stretti. “Possiamo rifare il documento”.

Stefano Olegovich strinse le labbra, contrariato.

“Ho un altro appuntamento. Ma in queste condizioni… è sicuro che sua moglie sia in grado di intendere e di volere?”

Fu il primo colpo al suo piano.

“Certo che lo è!”, esclamò Serafino, troppo forte. “È solo debolezza muscolare”.

Quando il notaio se ne fu andato, la maschera della premura cadde dal volto di mio marito. Mi afferrò per un braccio.

“Cosa è stato? Lhai fatto apposta!”

“Mi sento male”, sussurrai, e vere lacrime mi riempirono gli occhi. Lacrime di rabbia e impotenza. “Non riesco a controllare il mio corpo”.

Mi lasciò, ma nel suo sguardo vidi già freddo calcolo. Non si fidava più di me.

Quella notte non dormii. Aspettai. Quando la casa fu immersa nel silenzio, mi alzai dal letto. Il suo studio. Era il mio obiettivo. La chiave della cassaforte la portava sempre con

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Il figlio di un altro