“Perdonami, figlia mia.”
“Elena, Elenina, aspetta… Ti aspetto da stamattina. Ho avuto il tuo indirizzo dallorfanotrofio…” Elena sentì una voce sconosciuta appena uscì dal portone.
“Chi siete?!” chiese, controllando lorologio senza pensarci.
“Io sono tuo… tuo padre, Elena…” disse luomo con insicurezza, sorridendo.
“Avete sbagliato. Io non ho mai avuto un padre,” rispose seccamente, voltandosi e dirigendosi a passo svelto verso lauto parcheggiata davanti al palazzo.
Esternamente, sembrava calma. Ma dentro, il cuore le batteva allimpazzata e le guance le bruciavano come se avessero il fuoco.
Salì in macchina, allacciò la cintura e accese il motore.
“Elena, Elenina, aspetta… Volevo solo parlarti, volevo…”
Luomo corse verso lauto e, a Elena parve quasi che stesse per tendere le braccia. Ma lei già stava uscendo dal parcheggio, e pochi secondi dopo sparì dalla vista.
Nello specchietto retrovisore, lo vide rimanere sul marciapiede, smarrito. Si vedeva che era turbato. Lo sconosciuto fissò lauto che si allontanava.
Elena si fermò a una stazione di servizio, prese un caffè e chiamò il marito.
“Marco, cè un pazzo davanti al portone… Quando esci con Matteo, stai attento, va bene?” Cercava di parlare con calma, ma la voce le tremava comunque.
“Elenina, che pazzo?” chiese lui, con un tono ironico.
“E che ne so, un uomo qualunque!”
“Forse un ammiratore?” scherzò Marco.
“Ascolta, non è il momento. Comunque, sono già andata.”
“Buona giornata, non preoccuparti! Terrò docchio Matteo come si deve!”
“Va bene…”
Elena riattaccò e corse al lavoro. Quel giorno, il suo cuore non era affatto sereno.
Un padre, in realtà, non ce laveva mai avuto. Certo, biologicamente doveva esistere, ma lei non lo aveva mai conosciuto. Era cresciuta in un orfanotrofio senza genitori. Della madre aveva solo frammenti di ricordi, immagini sfocate dellinfanzia.
Più tardi, le educatrici le avevano spiegato che era finita lì dopo la morte della madre, scomparsa giovane per una malattia grave. Nessun parente aveva voluto prendersi cura di lei. Per questo, era stata affidata prima a un istituto temporaneo, poi allorfanotrofio.
Non era stata uninfanzia felice. Ma per fortuna, lorfanotrofio era un posto decente, e le educatrici erano gentili. La maggior parte dei bambini erano figli di genitori irresponsabili o abbandonati. Quelli come lei, con la madre morta, si contavano sulle dita.
Da un lato, sapeva che sua madre non laveva mai abbandonata. Dallaltro, invidiava gli altri bambini, che potevano almeno sperare in un ricongiungimento. Lei non aveva nessuno da aspettare.
Da adulta, aveva deciso così: suo padre, saputo della gravidanza, aveva lasciato sua madre. Quindi, non laveva mai voluta.
“Elena, perché sei così cupa oggi?” le chiese una collega, Francesca, durante la pausa pranzo.
“Così… Forse non ho dormito abbastanza,” mentì, sorridendo.
In realtà, tutto il giorno non aveva fatto altro che pensare allincontro della mattina. Quelluomo poteva davvero essere suo padre. Ma perché si presentava solo adesso? Quei pensieri le ronzavano in testa come api, senza tregua.
Alla fine della giornata, però, riuscì a calmarsi. Aveva vissuto senza di lui, perché adesso doveva sconvolgersi per uno sconosciuto? Anche se fosse davvero suo padre, non cera mai stato un legame tra loro. Lei aveva una famiglia: Marco e il loro bambino, Matteo. Il resto erano solo dettagli.
Con queste idee in testa, tornò a casa. Era sicura che quelluomo non si sarebbe più fatto vedere. Ma si sbagliava.
“Sono a casa…” gridò dallingresso.
“Oh, eccoti! Stavamo aspettando,” rispose Marco dalla cucina.
“Comè andato il tuo primo giorno di ferie? Matteo ti ha stancato troppo? Forse abbiamo sbagliato a levarlo dallasilo per un mese?”
“No, ci siamo divertiti. Adesso guardiamo i cartoni. Senti, Elena, quelluomo di stamattina… è tuo padre,” disse Marco con cautela.
“Marco, non cominciare!”
“Ma mi ha raccontato…”
“Non mi interessa cosa ti ha detto! Perché gli hai pure parlato? Anche se fosse mio padre, non lo voglio. Dovera quando ero allorfanotrofio? Basta, chiudiamo il discorso!”
Quella notte non riuscì a dormire. Nemmeno un sonnifero aiutò. La mattina dopo, preparò la colazione, svegliò Marco e andò al lavoro. Davanti al portone, luomo era di nuovo lì.
“Elena, aspetta! Solo cinque minuti! Io non sapevo della tua nascita, non lo sapevo!”
“Se non smettete di seguirmi, chiamo la polizia!”
Salì in macchina e ripartì. Luomo rimase di nuovo a guardare lauto che spariva.
Tutto il giorno, i pensieri su suo padre e sua madre non la abbandonarono. La sera, rientrando, sentì voci maschili. In cucina, Marco era seduto a tavola con quelluomo.
“Marco, sei impazzito?” sibilò, trattenendosi per non spaventare Matteo.
“Elena, aspetta. Vittorio voleva solo parlarti. Non sapeva nemmeno che esistevi. Hai sempre detto che tutti meritano una seconda possibilità!”
Sentì le lacrime scendere.
“Elenina, non piangere. Davvero non sapevo. Mia madre, tua nonna, me lha confessato solo prima di morire. Io amavo tua madre, e lei amava me. Ma la vita è complicata. Ho sbagliato, ma lasciami spiegare…”
Non poteva più tirarsi indietro. Si sedette accanto a Marco, e Vittorio iniziò a raccontare.
“Ho conosciuto tua madre, Anna, per caso. Lavorava in un negozio vicino a casa mia. Ci siamo piaciuti subito, e abbiamo iniziato a frequentarci. Poi sono partito per il militare, e quando sarei tornato, ci saremmo sposati. Ma quando Anna rimase incinta, andò da mia madre. Lei la cacciò, dicendole che non voleva una nuora senza famiglia. A me scrisse che Anna si era sposata con un altro. Io, giovane e stupido, ci credetti. Dopo il militare, non tornai più in città. Solo prima di morire, mia madre mi confessò la verità…”
Elena ascoltò, le lacrime che scorrevano senza sosta.
“Non piangere, figlia mia. Non ho scuse, ma ti chiedo perdono. Non mandarmi via. Ho scoperto che sei cresciuta in un orfanotrofio. Ho trovato anche la tomba di Anna… Dopo la morte dei miei genitori, credevo di essere solo. Ma ora sono felice di averti trovato. Voglio vivere qui, comprerò un appartamento. La casa dei miei genitori è tua, per diritto.”
Quella sera, Vittorio se ne andò.
“Cosa farai?” chiese Marco.
“Non lo so, davvero.”
“Vittorio ha detto che domani torna nella sua città per sistemare alcune cose. Potremmo accompagnarlo alla stazione?”
“Non so. Decideremo domani.”
Il mattino dopo, Marco, Elena e Matteo erano sul marciapiede. Elena vide Vittorio avvicinarsi al treno. I loro






