La scelta giusta: come prendere decisioni consapevoli nella vita quotidiana italiana

La scelta giusta

Lilla, tesoro, lo sai che non puoi prendertela sul serio, vero? domandò con cautela zia Nina, sollevando una cartellina di schizzi dal tavolo con ununghia smaltata.

Sua madre, Maria, amica dinfanzia di Nina, glielaveva chiesto esplicitamente: «Non dà peso a una parola dei suoi, me e suo padre non ci ascolta. Se provo a dirle qualcosa io, si offende. Se ci prova lui, la abbraccia e gli fa gli occhi dolci, e addio disciplina». Così Maria aveva chiesto a Nina «Parlaci tu, sei più neutrale».

Corre sempre dietro a legnetti, colori, pennelli, sembri un imbianchino! sbuffava quella mattina Maria, sorseggiando un caffè amaro nellufficio della collega. E tutta questa storia è aria, niente! Come svago magari sì, ma da farne un lavoro Catastrofico!

Mentre Maria rotolava gli occhi, Nina offriva agli ospiti cioccolatini dalla scatola regalo, dorata come il sole napoletano.

Maria, Nina e Vittorio, il padre di Lilla, lavoravano tutti e tre nellospedale comunale, a Torino. Medici un lavoro rispettato, solido, che apre tutte le porte. Gente a cui si chiede consiglio, che si saluta con un inchino, che hanno sempre «un ruolo». Lilla doveva continuare la dinastia, ovvio! Ma

È ormai ingestibile! Dopo la scuola sparisce, non va mai ai corsi di ripetizione, torna che odora di salame economico e forse anche di trementina, e di nuovo quegli scarabocchi terribili! Non li sopporto, Nina! Linee spigolose, colori accesi. Lilla dice che è realismo misto ad astrazione, ma secondo me è solo follia. Parla con lei, ti prego! Sei di famiglia ormai, aiutaci! sospirò Maria, guardando lorologio doro sottile al polso e sgranò gli occhi: erano già dieci minuti dopo linizio del turno!

Di corsa abbandonò la stanza, tacchi che martellavano sul pavimento, porte che sbattevano…

Quella sera, davanti allennesima cartella di schizzi posata sulla tavola, Lilla si legava i capelli con un nastro e canticchiava, sotto gli sguardi incrociati e severi di sua madre e zia Nina.

Devi rifletterci bene! allargò le mani, piene di anelli, zia Nina. Ora hai scherzato, ti sei distratta, ma bisogna mettersi sotto con gli esami! È tempo di iscriversi!

Iscrivermi dove? chiese Lilla, sistemando il ciuffo sulle tempie. Scherzava, era chiaro.

Dove? In Medicina, ovviamente! Non cè nemmeno da discutere, cara! Ti aiuteremo, conosciamo tutti, farai parte del primo gruppo di ammissione. Devi solo metterti sotto con i libri, insomma! Dai, Lilla, rinsavisci!

Nina agitò una mano e fece cadere una pila di acquerelli dagli scaffali, che svolazzarono come foglie dautunno.

Lilla si accovacciò a raccoglierli, goffamente in ginocchio.

Santo cielo, Lilla! Cosè questo?! strillò zia Nina indicando uno schizzo di un uomo nudo. Ma che orrore! Fai sparire questa roba! Maria! Hai visto?

La mamma afferrò il foglio, difendendolo dalla figlia, portandoselo in cucina, dove marinava velocemente dei filetti di pesce per le polpette. Avrebbe voluto cucinare la spigola, ma il tempo non bastava mai.

Nina, con un sopracciglio inarcato, mostrò il disegno a Maria.

Lei fissò la figura maschile, spatola in mano, poi si girò verso la figlia, spalancando gli occhi.

E adesso? Che cè da guardare così?! Lilla si mise le mani sui fianchi. È normale, i pittori devono imparare a dipingere il corpo umano, è naturale! Ed è pure in biancheria. Solo che non si vede bene.

Figlia mia, conta pensare a cose serie, al futuro! sbottò Maria. Non perdere tempo in atelier di dubbia provenienza: questo vuol dire perversione! Oh, che vergogna! spinse via il disegno con una spatola unta, si ricordò delle polpette e abbassò la fiamma Madonna, che scandalo!

Lo disse come se la figlia volesse andare sulla cattiva strada.

Ma mamma, sei incoerente! Anche voi, medici, guardate tutto nelle sale danatomia! sbuffò Lilla, recuperando il disegno ora sporco. E comunque, mamma, tra me e te cè una differenza che non capirai mai!

Quale sarebbe? Nina, prendi i piatti, sto morendo di fame! ribatté Maria.

Tu vedi solo malattie, edemi, secrezioni. Io invece vedo le persone, la loro bellezza! Voglio che quando si guardano nei ritratti si amino. Guardarli solo come corpi, meccanismi da aggiustare, non è per me! Io mi iscrivo in Accademia dArte, e basta.

Lilla sbatté il piede, fuggì, poi tornò scusandosi.

Zia Nina, volete che vi ritragga? Con un bel vestito, una bella acconciatura, niente camice bianco! Dai, posso? propose, agguantando una polpetta da assaggiare, soffiando forte per il caldo.

Tesoro, non porto mai bei vestiti. Il lavoro non lo permette, e non avrei tempo scosse la testa Nina.

Ma se lo indosserete, vedrete che troverete il tempo! E anche il lavoro vi lascerà in pace! rispose Lilla, mangiando al volo la polpetta.

Lilla! In camera, subito! Domani hai il corso di anatomia da recuperare! gridò Maria. Già mi hanno chiamato, mi hanno detto che invece di prendere appunti disegni le teste dei compagni. Non si può!

Che teste? Tesoro, la struttura della testa è complessa, posso aiutarti intervenne Nina.

Disegna le teste dei ragazzi, le regala, così distrae tutti. Primavera entri in Università, chiamerò il Rettore, e il papà si occuperà di spingerti pure lui. Ci prenderanno, è certo. Siamo stimati medici, non siamo degli sconosciuti! Maria parlava con orgoglio.

Lilla scosse solo la testa.

Vivere tra due fuochi: mamma convinta che sarà una dottoressa, un chirurgo famoso, e il parere di Timoteo, insegnante del corso di pittura, che Lilla è un vero talento, un dono raro e prezioso. I suoi ritratti, ancora acerbi, avevano occhi vivi, pieni danima. «Vivi» e diceva tutto!

Devi continuare, Lilla, imparare, magari in futuro andare anche allestero. Prima però lAccademia. Posso aiutarti timidamente, Timoteo fissava fuori dalla finestra. Il resto lo farà la vita. E larte.

Lui non aveva concluso lAccademia, per ragioni sue; diventato autodidatta, aveva aperto una piccola scuola, raccoglieva persone insicure, spaesate, offrendo sostegno. Non guadagnava quasi nulla, dava tutto sé stesso: non aveva famiglia e viveva dove insegnava, seduto tra i cavalletti e i finti frutti nelle ciotole.

Conobbe Lilla al mercato di Porta Palazzo. Lei, troppo pignola col grappolo duva: «Se la vuole solo mangiare, scelga questa, è brutta ma dolce». Luomo col cappotto grigio, berretto e una borsa di stoffa nelle mani, si era permesso.

Non devo mangiarla, voglio dipingerla. Natura morta. Regalo alla mamma per il compleanno, magari la appende in cucina disse Lilla come se lui la capisse per forza. E lui la capì.

Disegna da sempre, ripeteva Maria a tavola. Da bambina rovinava tutti i fogli in casa. Le altre chiedevano bambole, treni, lei solo colori e fogli. «Farò la pittrice!» E chi sono i pittori oggi? Che stipendio hanno? La vedo già a regalare tutto in giro, a far la fame, chissà in che ambienti… pieni di artisti stravaganti, bohémien. Che assurdità! concluse, poggiando una polpetta in più nel piatto dellamica. Mangia, Vittorio stanotte è di turno, non gli piace il riscaldato. Faccio tutto fresco.

Nina mangiava distrattamente, pensava solo di tornare a casa presto, ma Maria pareva inarrestabile e il discorso su Lilla ancora restava in sospeso.

Dopo la maturità avevano iscritto Lilla al corso di medicina perché in famiglia tutti avrebbero potuto aiutarla, pilotarla, sostenerla. Lei però marinava spesso, senza neppure giustificarsi.

I giovani doggi non hanno un briciolo di coscienza! sbottava Maria.

Nina annuiva, poi sospirava tra sé.

Forse, Maria, è per il meglio… Quando mi sono iscritta a medicina non ero convinta. Ho finito, ho trovato lavoro, tutto bene però sono rimasta una tecnica, non una ispirata. Sono responsabile di reparto eppure niente talento vero. È pesante non essere al proprio posto.

Che discorsi! Sei bravissima, non dire sciocchezze! la zittì Maria. Non aveva invitato Nina per convincerla, ma per allearsi con lei per «convertire» la figlia.

Eppure, Maria, a volte pesa. I miei non credevano in me, dicevano di andare dal babbo in officina, mi ci volevano operaia, magari felice. Ma io sono scappata. A cucire sognavo, ma la mamma sarta era sempre sfatta, infelice. E ho avuto paura di diventare come lei. Sarò felice? Mah, forse sì. Ho uno stipendio buono, poco tempo per pensare, nessuna famiglia Nina scostò il piatto, raccolta nei pensieri.

E lasciare larte sarebbe facile? Su, bevi che è tardi per il caffè! decise Maria, alzandosi a preparare la teiera.

Raccolta in cucina, Nina se ne andò presto lamentando un gran mal di testa, Maria la guardò uscire e sospirò.

Lilla osservava dalla finestra la figura della dottoressa che sallontanava…

Timoteo finì a casa loro per caso.

Ecco dove abitiamo! Prego, entri, metto il bollitore, fa freddo twittò Lilla allegra. Ecco le pantofole, si fidi, li metta pure, il pavimento è gelido.

Timoteo, intimidito dai calzini logori, sinfilò in fretta le pantofole, nascondendo le mani nelle tasche.

Cera un profumo in casa: non un odore, ma proprio unaroma, fresco e delicato.

Forse è meglio che vada balbettò tra limbarazzo.

Ma no! Dopo un tè, mi aiuta a scegliere i disegni per il concorso. Oddio, mi sembra tutto inutile!

Lilla rovistava tra gli schizzi, allineava tele e fogli, commentava: «Nemmeno questo questo è brutto Questo la mamma lo odia»

Sa, mia madre non approva la pittura. Vuole che faccia la dottoressa. Mi aveva iscritto a medicina, vado a volte Timoteo, il bollitore!

Timoteo però non si mosse. Fissava le foto di famiglia appese al muro: la mamma giovane in abito leggero, il papà sportivo a una gita, e Lilla bambina, sdentata e sorridente.

Di colpo, la porta si spalancò: Maria era in anticipo, lo sguardo pungente su quelle scarpe vecchie e polverose.

Non amava le sorprese. La casa doveva essere uno specchio, sempre perfetta, come si addiceva a una famiglia di medici.

Lilla? Chi è costui? chiese macchina, irrigidendo le spalle.

Maria, uno sbaglio, non volevo, stavo uscendo, non succederà mai più si giustificò Timoteo.

La scena fu interrotta da Lilla che, superando tutti, dichiarò:

Nessuno va via. Mamma, siediti, il tè è pronto, ci sono i pasticcini in frigo. Io riscaldo, e voi parlate, tra adulti. Basta, la fate sempre troppo lunga!

E Timoteo obbedì. Come aveva sempre obbedito alle donne che aveva amato

Lo sai, a volte pensavo che Lilla fosse tua figlia. Biologicamente è di Vittorio, ma come sensibilità… E lei ora vuol fare il nuovo Caravaggio o De Chirico, ti rendi conto? Siamo andati ognuno per la sua strada per questa storia, se ricordi disse Maria, raddrizzando la tenda. Timoteo nel frattempo sistemava le tazze.

Lo zucchero è nello sportello, ma abbiamo solo quello in polvere aggiunse a voce bassa.

Si ricordava tutto: come lui bevesse il tè troppo dolce, il mazzo di margherite che le portava, le gite nei campi del Monferrato, il tempo dedicato a lei e al sole.

Fra loro cera stato amore vero. Ma nessuno aveva mai fatto progetti. Timoteo viveva nelloggi, non nel domani.

Non sei venuto, non hai più chiamato Ho pensato mi fossi ammalata damore, mi sono buttata nello studio, in ospedale, per non lasciare spazio ad altro mormorò Maria. E ora il caffè, lascia perdere il cucchiaino!

Timoteo obbedì in silenzio.

Mi offrirono di studiare a Venezia. Era unoccasione che non potevo perdere. Sono cresciuto molto, davvero… spiegava lui, cercando lo sguardo di lei.

Lo capisco. Ma per Lilla arte solo come hobby. Niente rischi, dovrà lavorare e diventare una donna seria. Capito?

Non tutti gli artisti diventano come me, non tutti fuggono. Non è la professione che forma il carattere, anche tra i medici ci sono cuori freddi. Mia madre, che non hai mai conosciuto, quando fu ricoverata, venne dimenticata dal personale. Da allora odio i medici. Non te, non tuo marito. In generale. Il lavoro non centra. Siamo noi a fare le scelte. Maria, perdonami. Non colpevolizzare tua figlia per causa mia.

Lei si alzò dimprovviso, rovesciando il tè sulla tovaglia. Non importava. Magroscia e commossa, scosse la testa.

Non ti dare tanta importanza! Decideremo io e Lilla. Tu torna pure a Venezia, o dove vuoi! tagliò corto Maria.

Lui abbandonò la casa, lasciando il silenzio dietro di sé.

Quando la porta si chiuse, Maria si lasciò andare alle lacrime.

Mamma, lui è una persona sola casa vuota. Non di cose, ma di cuore. Era la tua felicità? Se vuoi, smetto di dipingere. Studio medicina, giuro! abbracciò la madre Lilla, stringendola forte.

No, Lilla. Fai quello che senti. Anche se i miei problemi a volte ti opprimono, vivrai la tua vita diversa da Timoteo, magari. Spero solo che capirai cosè lamore vero. Vivi come vuoi, figlia mia. Anche se diventassi una netturbina! sospirò Maria, abbracciando la ragazza.

No, mamma, con leducazione fisica sono una frana. Però vorrei dipingerci entrambe, te e zia Nina, in modo bello. Ora però, beviamo il tè! Che tortina vuoi, quella con le rose di zucchero o le nocciole? Ah, dobbiamo preparare la moka!

Maria guardava la figlia, e un improvviso benessere linvase: aveva lasciato andare il passato. Aveva rivisto Timoteo, e il tempo non le faceva più male.

Lilla si fece largo nellatrio dellAccademia delle Belle Arti di Torino, stringendo il proprio quadro. Lattesa davanti la intimidiva.

Ragazza, coshai lì? Un ritratto? Devi salire al secondo piano! le urlò dietro uno.

Ma che modo! Ragazzo, non stiamo raccogliendo bottiglie vuote, qua ci sono opere! lo sgridò una segretaria paffuta con occhiali. Su, al secondo piano, portatela. Aiuta, Samuele!

Il volontario, Samuele, di corporatura robusta, la aiutò: Studio ingegneria, ma qui si balla anche, vieni alla festa! Ballo male, ma non importa, sono Samuele.

Ci andò. E Samuele davvero ballava malissimo, ma in modo buffo che la fece sorridere.

La commissione si soffermò a lungo sul quadro di Lilla: due donne in abito da sera davanti al Teatro Regio. Un professore sospirò: «Bellissime donne che entrano nellarte, benedetto sia!»

Il presidente si tolse gli occhiali, li rimise, sbuffando: era Nino, un vecchio amore di Nina la riconobbe nel quadro. È il destino, pensò, non sono coincidenze!

Nina, seduta in poltrona, sorrisette dopo quella telefonata da Nino. Aveva finalmente accettato che la vita potesse riservare sorprese bellissime. Facile, no? Era tornata a stare bene, come non succedeva da anni.

La lezione era semplice: ognuno deve trovare la propria strada, anche se diversa da quella che gli altri hanno sognato per lui. È la felicità che ti dice se hai fatto davvero la scelta giusta.

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