Ah, quanto può essere difficile aiutare chi non vuole essere aiutato
“Ma quanto sei ingrata! Ti abbiamo cresciuta, sfamata, e tu abbandoni tuo padre che sta morendo!”
“Mamma, basta! Non vi manderò più un euro se continuate a spenderlo in alcol. Non finanzierò le vostre serate!” Giulia cercava di mantenere la voce ferma, anche se le lacrime le bruciavano gli occhi.
“Allora non chiamare più. Non voglio parlare con te! E tuo padre farà lo stesso,” sbottò la madre, riattaccando di colpo.
Giulia si lasciò cadere su una sedia, posò il telefono sul tavolo e si coprì il viso con le mani. Nella stanza accanto, il piccolo Matteo si mise a piagnucolare. Lei trattenne un singhiozzo. Doveva essere forte, per lui.
Ma come farlo, quando i ricordi ti divorano?
Le immagini tornavano a galla. Lodore acre di alcol e sigarette. Le pareti scrostate, i segni sulle porte. Si chiudeva lì dentro quando i genitori, ubriachi, urlavano e rompevano piatti. Da bambina, non capiva, e questo la terrorizzava. Temeva che, un giorno, uno dei due non si sarebbe più svegliato.
I suoi “giocattoli” erano tappi di bottiglia, sacchetti e lattine. Ci giocava a fare la famiglia, sognando genitori sorridenti. O di diventare lei, un giorno, una madre normale.
Con sua madre, era peggio. Giulia cercava di stargli lontana. Anche sobria, era irritabile e la sgridava per qualsiasi cosa. Se lasciava cadere qualcosa, uno schiaffo. Se rovesciava qualcosa, arrivava la cinta.
Ora, Giulia sapeva di non essere colpevole. Allora, invece, pensava di meritarsi quellinferno.
Suo padre, a volte, aveva momenti di lucidità. Si preoccupava per lei, a modo suo, prima di afferrare la bottiglia.
“Anna, hai dato da mangiare alla bambina?” chiedeva tornando dal lavoro.
“È grande, si arrangia!” rispondeva la madre.
“Anna, ha sette anni! Non può cucinare. Falle qualcosa,” insisteva lui.
La madre borbottava, ma preparava la cena. Di solito pasta, a volte con würstel. Ma spesso Giulia finiva per arrangiarsi: pane, una carota trovata in frigo, riso freddo.
Paura e ansia erano compagne quotidiane. Si addormentava al rumore di bottiglie, si svegliava per le urla. E pregava che tutto finisse.
La scuola fu la sua salvezza. Appena poté, scappò in un istituto a Firenze. Finalmente libera. Ma di notte, il senso di colpa la soffocava. Pensava che i genitori, senza di lei, sarebbero morti.
Con la madre, finì subito. Non si interessava a lei, e Giulia non voleva chiamarla. Con il padre, svanì piano piano.
“Ciao, piccola. Come stai?” chiedeva lui quando chiamava.
Lei avrebbe voluto dire: “Sto meglio senza di voi. Lavoro troppo. Finalmente ho amici che mi guardano senza vergogna.” Ma invece
“Tutto bene. E voi?”
Sapeva che nulla era cambiato. E forse lo sperava, perché lunico cambiamento possibile era in peggio.
“Tutto a posto,” rispondeva lui.
Poi silenzio imbarazzato. Col tempo, smisero di chiamarsi.
La vita dei genitori era la sua croce. Un segreto che non condivideva con nessuno. Neanche con suo marito.
“I miei genitori non verranno al matrimonio,” gli disse, fingendo calma. “Vivono in un paesino, troppo lontano.”
“Ma come? Paghiamo noi i biglietti!” propose Luca. “Sono i tuoi genitori. Tutti i genitori vogliono esserci.”
“Tutti. Tranne i miei,” pensò Giulia, mordendosi il labbro.
“Non è possibile. Mia madre ha problemi di cuore, non può viaggiare. Manderò delle foto, basta.”
Luca scrollò le spalle e non insisté.
Lei non voleva vergognarsi. Ricordava quando, per il suo decimo compleanno, aveva invitato unamica. I genitori litigarono a tavola, e sua madre urlò:
“Zitta! Sei in casa mia e mangi la mia carne!”
Lamica finì in bagno a piangere. Dopo quel giorno, Giulia non invitò più nessuno.
Non voleva quel circo al suo matrimonio. Non li avvertì nemmeno. Aveva una famiglia vera ora, senza urla. E un figlio, Matteo.
Ma il passato bussò alla porta.
“Giulia, tuo padre sta molto male” la chiamò una vicina. “Lhanno portato in ospedale.”
Lei lo sapeva. Ma non puoi prepararti a certe cose.
“Cosa ha?”
“È malato. Dimagrito, giallo. Forse il fegato, ma sai come vivono Potresti venire?”
Dietro quelle parole, cera un “forse per lultima volta”.
“Ci proverò,” promise.
Quella sera, confessò tutto a Luca. Linfanzia, lalcol, il padre che a volte ci provava.
“E tu chiami questo amore?” sbuffò lui. “Lasciare una bambina con una madre ubriaca, a vivere in quellinferno”
Lo sguardo di Giulia lo fermò. Amava ancora quei genitori, come un cane che torna dal padrone dopo una botta.
“Giulia, non puoi andare con Matteo E io non posso tenermelo da solo,” spiegò lui.
“Capisco. Ma almeno mandiamo soldi per le medicine?”
“Giulia, li berrà.”
“Luca, ti prego”
“Fa come vuoi. Se vuoi togliere un giocattolo a tuo figlio per darli a lui, libera.”
Lei mandò più di quanto permettesse Luca. Diceva di andare dal parrucchiere, e invece finiva tutto lì.
Il padre migliorò. O almeno così disse. Ma due mesi dopo, la vicina richiamò.
“Giulia, sono pur sempre i tuoi genitori!”
“Non posso stare lì con loro”
“Ma almeno aiutali! È straziante vederlo così, abbandonato!”
Giulia rimase senza parole.
“Abbandonato? Io mando i soldi!”
Scoprì che finivano in alcol. La madre si lamentava che lei li avesse abbandonati, il padre che la moglie gli rubasse i soldi per le medicine.
Provò a parlare con la madre, e finì come sempre. “Non chiamare più.” Ricatto? Sì. Ma dietro cera suo padre, forse in fin di vita.
Quella notte, Giulia non dormì. Pensò al passato, alle scelte. Poi cercò centri di riabilitazione. Forse era la soluzione. Costoso, ma ne valeva la pena.
Il giorno dopo, chiamò il padre.
“Papà, ho trovato una clinica per chi ha problemi con lalcol. Possiamo pagare noi.”
“No, non servono cliniche!” la interruppe lui. “Se voglio, smetto da solo. Non ho bisogno della tua pietà!”
E allora capì: lui non voleva.
“Papà, i medici potrebbero aiutarti”
“No. Punto.”
“Se stai bene allora sono contenta,” sussurrò lei.
Dopo quel silenzio, sentì un nodo sciogliersi. Non era più in colpa. Aveva fatto tutto il possibile. Il resto avrebbe distrutto la sua famiglia.
Si avvicinò alla culla e guardò Matteo dormire. Decise: non avrebbe più chiamato. Si sarebbe dedicata a chi meritava il suo amore. Al resto, avrebbe pensato Dio.





