Per tre sabati di fila, mia moglie se nè andata «al lavoro». Quello che ho visto mi ha cambiato tutto.
«Ancora in ritardo?» Cerca di mantenere la calma, ma la voce tradisce un tremo.
Silvia si ferma con la borsa in mano. Si gira lentamente, come per guadagnare tempo.
«Sì, il progetto è urgente. Il capo sta impazzendo, siamo tutti sotto pressione.»
«Di sabato? La terza settimana di fila?»
«Luca, ma non fare il bambino! Il lavoro è lavoro.»
Lo bacia sulla guanciarapido, formale, come si fa con unestranea. Non profuma dei suoi soliti Chanel, ma di qualcosa di infantile, latte e vaniglia. Lui fa una smorfia.
«Silvia, forse dovremmo parlare?»
«Stasera. Va bene? Tutto stasera.»
La porta si chiude di colpo. Luca rimane in piedi nellingresso, stringendo i pugni. Il terzo sabato. Il terzo maledetto sabato in cui lei esce allalba e torna a sera esausta, muta, quasi unestranea.
Non ce la fa più. Afferra le chiavi dellauto.
Silvia esce dal palazzo, si guarda attorno. Luca si abbassa nel sedileper fortuna ha parcheggiato dietro un furgone. Lei sale su un taxi. Lui accende il motore.
Guidano a lungo. Non verso lufficione è certo. Finiscono in un quartiere periferico, allaltro capo di Roma. Il cuore gli martella. Adesso vedrà. Adesso tutto avrà un senso.
Silvia scende davanti a un palazzo fatiscente. Lui parcheggia a distanza, la segue a piedi. Lei entra nel portone. Aspetta, conta i piani dalle finestre. Terzo. A sinistra.
Per mezzora non succede nulla. Poi Silvia riappare, ma non sola.
Con un passeggino.
Luca vacilla. Un bambino? Loro non ne hanno mai avuti. Ne parlavano, sì, ma poi sono iniziati questi sabati…
Il piccolo piange. Silvia lo culla, sussurrando qualcosa. Sembra impacciata, inesperta. Dal portone si precipita fuori una ragazzariconosce la sorella minore di Silvia, Elena. Quella Elena irresponsabile che a venticinque anni ha già divorziato due volte.
«Silvi, grazie! Torno subito, due ore al massimo!»
«Elena, avevi detto unora!»
«Dai, Silvi, ti prego! È importantissimo!»
Elena scappa via, lasciando la sorella con quel neonato urlante. Silvia dondola il passeggino avanti e indietro, impotente.
Luca si allontana, si appoggia al muro. Quindi non cera un amante. Era il nipote. Ma perché tutto questo segreto? Perché mentire?
Torna allauto, corre verso casa. Deve arrivare prima di lei. Deve pensare.
A casa, vaga per le stanze come un animale in gabbia. Non potrebbe semplicemente chiederlo? «Silvia, doveri?» Ma lei mentirebbene è certo. Proprio come ha mentito lui.
Perché anche lui ha un segreto.
Francesca. La segretaria dellufficio accanto. Niente di gravesolo chiacchiere dopo il lavoro, caffè, qualche film. Lei lo ascolta parlare di programmazione, ride alle sue battute, lo guarda con ammirazione. Come faceva Silvia, una volta. Prima che la loro vita diventasse «compra il pane», «paga le bollette», «hai lasciato le calze in giro».
Con Francesca è semplice. Gli ricorda la Silvia che ha amato sette anni fa, allegra, spensierata, pronta ad ascoltare per ore le sue teorie su codici e algoritmi.
La chiave gira nella serratura. Luca sussulta, afferra il telecomando, accende la TV.
«Ciao,» Silvia sbircia in salotto. «Sei rimasto tutto il giorno a casa?»
«Sì. Non avevo voglia di uscire.»
Lei passa in cucina. Lui sente lacqua scorrere, le stoviglie tintinnare. La raggiunge.
Silvia è al lavello, strofina una tazza. Le spalle curve, occhiaie profonde. Sul jeans una macchiaforse latte artificiale.
«Silvia.»
«Che cè?»
«Sei stanca.»
Si gira, sorpresa.
«Sì. Sono stanca.»
«Usciamo a cena? Da quel ristorante romano dove siamo stati per lanniversario?»
«Luca, sono distrutta. Ordiniamo una pizza?»
Annuisce. La guarda prendere il telefono, cercare il numero della pizzeria. Le mani le tremano.
«Silvia, cosa sta succedendo?»
«Cioè?»
«Sei diversa. Da un mese.»
Si blocca. Il telefono le scivola dalle dita, cade sul tavolo.
«È solo il lavoro, Luca. Troppo lavoro.»
«Di sabato?»
«Sì! Di sabato! Perché insisti?»
La voce le si spezza. Sta per piangere. Lui si avvicina, la abbraccia. Lei è rigida, poi cede, nasconde il viso nella sua spalla.
«Scusami. Sono solo stanca.»
Odora di talco e di qualcosa di acidoforse il bimbo ha rigurgitato. Lui le accarezza la schiena, sente il cuore accelerato.
«Silvia, se cè un problema, dimmelo. Non sono un estraneo.»
Si scosta, si asciuga gli occhi.
«Tutto bene. Davvero. È solo un periodo difficile. Passerà.»
La pizza arriva dopo quaranta minuti. Mangiano in silenzio, evitando lo sguardo. Poi Silvia va a farsi la doccia, e lui rimane in cucina, fissando la fetta ormai fredda.
Potrebbe dirglielo. «Silvia, ti ho vista con un passeggino. Era tuo nipote?» Ma poi dovrebbe confessare di averla spiata. E lei chiederebbe: «E tu? Dove passavi i venerdì sera?»
E cosa risponderebbe? Che stava in un bar con unaltra? Che le raccontava cose che non diceva più a sua moglie? Che a volte pensava: e se?
Il telefono vibra. Un messaggio da Francesca: «Ci vediamo lunedì? Voglio mostrarti quel film di cui parlavamo.»
Luca cancella il messaggio. No. Non si vedranno. Basta così.
Silvia esce dal bagno avvolta in un accappatoio, i capelli bagnati, il viso arrossato. Si siede accanto a lui.
«Luca, domani rimaniamo a casa. Solo noi due.»
«E il lavoro?»
«Al diavolo il lavoro.»
Sorride. Quandè stata lultima volta che ha parlato così?
«Ok. Restiamo a casa.»
Gli prende la mano. Le dita sono gelide, nonostante la doccia bollente.
«Abbiamo perso qualcosa, vero?»
«Cosa?»
«Noi. Abbiamo perso noi.»
Luca stringe la sua mano.
«Li ritroveremo.»
Al mattino si svegliano tardi. Silvia prepara i pancakesla prima volta dopo un anno. Lui fa il caffè, taglia la frutta. Fanno colazione sul balcone, nonostante il fresco.
«Ti ricordi quella colazione a Firenze?» dice Silvia. «Su quel terrazzino microscopico?»
«Dove per poco non facevi cadere la tazza in testa a un passante?»
«Non stavo per farla cadere, lavevo solo appoggiata male!»
Ridono. Da quanto non ridevano insieme?
La giornata scorre strana. Come se recitassero la parte di due sposini. Guardano una serie abbracciati sul divano. Cucinano insieme






