Mio marito mi tradiva con mia sorella nel nostro letto. Un ricordo che non dimenticheranno mai.

Mio marito mi tradiva con mia sorella proprio nel nostro letto. Quel letto non lo dimenticheranno tanto presto.
Avevo lasciato le chiavi di casa in macchina. Tornai a prenderle e sentii delle risate provenire dalla camera da letto.
Una risata femminile. Familiare.
Salii le scale in silenzio, mi fermai davanti alla porta.
“Luca, ma non tornerà?”
“No, ha una riunione fino a sera.”
“E se tornasse prima?”
“Non tornerà. Conosco Sofia, non se ne va mai prima del previsto.”
Sofia Era il mio nome.
E quella voce era di Chiara. Mia sorella minore.
Il cuore batteva così forte che temevo potessero sentirlo.
Ma erano troppo occupati. Occupatissimi.
Mi voltai, scesi le scale. Mi sedetti in macchina, accesi il motore.
Percorsi un isolato e mi fermai. Le mani mi tremavano.
Luca e Chiara. Nel nostro letto.
Da quanto andava avanti?
Tornai a casa unora dopo. Sbattetti la porta con forza, salii le scale rumorosamente.
“Sofia, sei già tornata?” chiese mio marito, sorpreso, uscendo dalla cucina.
“La riunione è stata cancellata.”
“Ah capisco.”
Luca sembrava il solito. Un po spettinato, ma era sempre così dopo il pisolino pomeridiano.
“E Chiara dovè?” chiesi, come se nulla fosse.
“Chiara? E come faccio a saperlo?”
“Ha chiamato stamattina, voleva passare.”
“Non mi ha chiamato.”
Mentiva. Spudoratamente.
“Forse verrà stasera.”
“Forse.”
Andai in camera. Il letto era rifatto, ma male. Il cuscino era girato dallaltra parte.
Nellaria, il profumo familiare di Chiara. Le sue essenze.
Aprii la finestra, arieggiai la stanza.
“Sofi, cosa mangiamo stasera?” gridò Luca dalla cucina.
“Ordineremo una pizza.”
“Perfetto.”
Ordinammo. Mangiammo, parlammo di lavoro, dei progetti per il weekend.
Come se niente fosse successo.
E io continuavo a pensare: da quanto tempo? Quante volte? Nel mio letto?
Quella notte rimasi sveglia, fissando il soffitto. Luca russava piano accanto a me.
Con quelle stesse mani aveva abbracciato mia sorella oggi.
Mi venne la nausea.
Mi alzai, andai in bagno. Mi guardai allo specchio e mi domandai: cosa faccio ora?
Faccio una scenata? Chiedo il divorzio? Lo perdono?
O magari mi sbagliavo? Forse Chiara era solo venuta a parlare?
No. Quella risata non era per una chiacchierata. E in camera non erano lì per caso.
La mattina dopo Luca partì per lavoro come al solito. Mi baciò e disse:
“Buona giornata, amore mio.”
Amore mio E il giorno prima aveva chiamato così unaltra.
Decisi di verificare ancora. Chiamai lufficio, dissi che stavo male.
“Sofia, vuoi che chiami un dottore?” si preoccupò la segretaria.
“No, è solo mal di testa. Riposerò a casa.”
“Guarisci presto.”
Guarisci Se solo sapesse da cosa.
A pranzo tornai a casa prima. Parcheggiai lauto allangolo, arrivai a piedi.
Davanti al portone cera la Honda rossa di Chiara.
Il cuore mi si strinse.
Presi lascensore, tirai fuori le chiavi.
Di nuovo risate dalla camera. E gemiti.
Questa volta non avevo dubbi.
Rimasi sulla porta, in ascolto. Chiara diceva qualcosa, Luca rispondeva. Non capivo le parole, ma il tono era chiaro.
Mi voltai e me ne andai.
Piansi in macchina per venti minuti. Poi mi asciugai le lacrime, mi rimisi il trucco.
Andai da Marina, la mia amica investigatrice privata.
“Sofia! Che piacere!” sorrise.
“Sono qui per lavoro.”
“Che tipo di lavoro?”
“Voglio controllare mio marito.”
Marina aggrottò la fronte:
“Sospetti un tradimento?”
“Non sospetto. Lo so per certo.”
“Come fai a saperlo?”
“Li ho beccati a casa con lamante.”
“E cosa vuoi da me?”
“Prove. Foto, video. Tutto ciò che serve per il tribunale.”
“Sofia, ma serve davvero il tribunale? Potete divorziare civilmente”
“Non posso farlo civilmente.”
“Perché?”
“Perché lamante è mia sorella.”
Marina fischiò:
“Ecco la svolta La minore o la maggiore?”
“La minore. Chiara.”
“Quella che è stata tua testimone di nozze?”
“Proprio lei.”
“Che schifo Scusa il termine.”
“Non importa. Ho pensato di peggio.”
Marina prese un taccuino:
“Raccontami i dettagli. Quando si vedono, dove, quanto spesso.”
Le raccontai tutto.
“Capisco. Ci vorrà una settimana o due. Raccoglierò il materiale.”
“Quanto costa?”
“Per te gratis. Siamo amiche.”
“Marina, pagherò.”
“Non serve. Sarà interessante osservarli.”
Ci accordammo.
Due settimane vissute allinferno. Ogni sera, rientrando, annusavo laria in camera.
A volte sentivo il profumo di Chiara. Altre no.
Significava che si vedevano ogni due giorni.
Luca si comportava normalmente. Affettuoso, premuroso. La sera raccontava del lavoro, chiedeva della mia giornata.
“Sofia, sei triste ultimamente.”
“Sono stanca.”
“Prenditi una vacanza.”
“Ci penserò.”
Una vacanza Per restare a casa e pensare al loro tradimento.
E Chiara mi chiamava come se nulla fosse:
“Sofi, come va?”
“Bene.”
“Ci vediamo questo weekend?”
“Non ho tempo.”
“Dai! È tanto che non ci vediamo!”
Tanto tempo Eppure con mio marito si era vista due giorni prima.
“Chiara, ho molto da fare.”
“Va bene, ci sentiamo dopo.”
Ci sentiamo Che tu possa sprofondare.
Due settimane dopo, Marina mi chiamò:
“Sofia, ho tutto. Vieni.”
Andai da lei. Mi porse una cartella:
“Preparati. È pesante.”
Aprii la cartella. Foto. Tante foto.
Chiara entra nel nostro palazzo. Chiara esce due ore dopo. Scarmigliata, soddisfatta.
Luca la accompagna allauto, la bacia.
“Non è tutto” disse Marina. “Guarda oltre.”
Le foto successive erano scattate dalla finestra. Dal palazzo di fronte, con un teleobiettivo.
Luca e Chiara nella nostra camera. Sul nostro letto.
Si abbracciavano, si baciavano, si spogliavano
“Basta così?” chiese Marina.
“Più che abbastanza.”
“E queste sono le registrazioni.”
“Come le hai ottenute?”
“Una cimice, mentre non cerano. Sotto il letto.”
Attivai la registrazione. La voce di Chiara:
“Luca, non lo diciamo a Sofia?”
“A che scopo? Soffrirebbe.”
“Ma io mi sento in colpa”
“Quale colpa? Ci amiamo.”
“Ci amiamo E lei?”
“Non lo so. Vedremo.”
Vedremo Ascoltai fino alla fine. Cera altro.
“Marina, sei un genio.”
“È il mio lavoro. E ora?”
“Non lo so ancora. Ma farò qualcosa.”
Presi la cartella e tornai a casa.
Quella sera Luca rientrò come sempre. Cenammo, guardammo la TV.
“S

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Mio marito mi tradiva con mia sorella nel nostro letto. Un ricordo che non dimenticheranno mai.
Avete trasformato la nostra casa in una discarica! — Siete impazziti! — Denis non cedette. — Avete ridotto l’appartamento dove siamo cresciuti in un porcile. Ci state facendo vergognare davanti a tutto il condominio. — L’appartamento è intestato a quattro persone, — intervenne Lera. — La mia quota è qui. E anche quella di Denis. Non vi permetteremo di trasformare il nostro bene in un ricettacolo di sporcizia e malattie. O prendete i sacchi della spazzatura e vi mettete a pulire, oppure… — Oppure cosa? — Ivan strinse gli occhi. — Ci buttate fuori? Non ne avete il diritto! — Vi sfrattiamo per via legale, — tagliò corto Denis. — E vi mandiamo in una stanza tre per tre. Lì vi spiegheranno in fretta il significato della parola igiene. Lera già sulle scale si coprì il naso con un fazzoletto impregnato di profumo. L’odore che usciva dalla porta al civico quarantotto era denso, pungente, con una nota marcata di marcio e stantio. Suo fratello Denis le stava accanto, disgustato, aggiustandosi il colletto della giacca. Bussò — il campanello era avvolto sotto uno spesso strato di polvere grassa e non funzionava più. — Secondo te aprono? — borbottò Denis. — Dove vuoi che vadano, — rispose Lera stringendo la borsa. — La vicina di sotto ieri ha chiamato tre volte. Dice che attraverso la ventilazione stanno arrivando scarafaggi a frotte. In colonie intere. La porta si socchiuse. Nello spiraglio apparve la faccia della madre. I capelli, che un pettine non vedeva da settimane, appiccicosi e arruffati, e sulla vecchia vestaglia una grossa macchia unta. — Che volete adesso? — borbottò la madre invece di un saluto. — Venite a controllare ancora? — Mamma, facci entrare, — Denis spinse la porta con dolcezza, ma con decisione. — Non siamo qui per controllare. Dobbiamo parlare. Appena entrarono, Lera inciampò su una montagna di vecchi giornali. Sulla cima campeggiava una ciabatta consumata e un cartone vuoto di latte. Il comò sotto lo specchio era scomparso sotto uno strato di piccoli rifiuti: scontrini, ricevute, croste di pane diventate pietra e una coltre di polvere grigia. — Dio mio, — sussurrò Lera mentre guardava in giro. — Mamma, dov’è papà? — È in salotto, — rispose la madre trascinandosi verso la cucina, dove il lavandino sembrava l’Everest coperto di piatti sporchi. — Guarda che facce! Come se fosse la prima volta che venite qui. — Proprio questo è il punto: non è la prima, — Denis si avviò verso il soggiorno. Il padre stava sprofondato in una poltrona. Ai suoi piedi, come un nido, cartoni di pizza surgelata, confezioni strappate e montagne di gusci di semi. La TV mandava bagliori che si riflettevano sul vetro impolverato della credenza, dietro la quale un vecchio servizio da tè si era arreso alle ragnatele. — Ciao papà, — Denis andò verso la finestra e provò a scostare le tende. — Non toccare! — ringhiò il padre senza voltarsi. — La luce mi dà fastidio. State buoni o andatevene. Lera raggiunse la cucina e sollevò con ripugnanza un angolo dell’asciugamano sul tavolo. Sotto si muoveva qualcosa di piccolo e rossiccio. Ritrasse subito la mano, la nausea le salì alla gola. — Mamma, così è troppo! — Lera si girò verso la madre. — Vi rendete conto che non si può vivere in questo modo? La signora Ninetta di sotto ha già detto che farà denuncia all’ASL. Vi sgomberano o vi multano! — Guarda come parla, questa! — Tamara agitò una mano, rischiando di urtare la mensola appiccicosa. — Fai tanto la raffinata! Voi due mi avete rovinato la vita! Io solo dietro a voi correvo quando eravate piccoli, due maialini in casa. Te lo ricordi, Lera? Sempre pappa sul pavimento, plastilina sul tappeto. Ho pensato: che senso ha pulire se domani è di nuovo un porcile? Mi sono abituata così. — Mamma, abbiamo trent’anni! — urlò Lera. — Sono quindici anni che non abitiamo più qui! Le nostre case brillano, perché dopo aver vissuto in questo sporco siamo schifati. Di chi è la colpa ora? Noi non ci siamo più! — E la vostra abitudine è rimasta, — urlò il padre dal salotto. — Non ti giustificare con loro, Tamara. Qui ci troviamo bene, appunto. La tua vicina è una strega. Si facesse i fatti suoi. A quel punto Denis rientrò dalla cucina e, schifato, annunciò: — Basta. Io e Lera abbiamo deciso. Domani andate in una clinica. La madre rimase ferma, una tazza sporca in mano. — Ma quale clinica? Noi siamo sani! — No, mamma. Le persone sane non dormono sui rifiuti. Vi abbiamo prenotato delle visite dal geriatra e dallo psichiatra. Magari è depressione, oppure quel… come si chiama… sindrome del collezionismo patologico. L’Alzheimer può cominciare così. Abbiamo paura per voi, capite? Speriamo sia una cosa che si può curare. — Ci credete pazzi? — il padre finalmente si alzò dalla poltrona. Con i pantaloni cascanti e la canottiera bucata. — Fate internare i vostri genitori? — Non si tratta di internare nessuno, papà. Solo qualche controllo, — Lera lo affrontò. — Papà, guarda! È una discarica. Vi fa piacere vivere così? — A noi va bene, — tagliò corto la madre. — Volete portarci dai dottori? Ok, basta che la fate finita! Così decisero. *** Lera e Denis, per tutta la settimana, trascinarono i genitori dai migliori medici della città. — Magari è una depressione, — Denis, appoggiato alla parete della sala d’attesa, sussurrava. — Almeno si cura, psicoterapia, pastiglie… — Sì, — annuiva Lera. — O uno squilibrio ormonale. Perché se sono solo fatti così… non so se posso accettarlo. Insieme entrarono dal psichiatra. La dottoressa, una signora anziana, sfogliava tutti i risultati: analisi, risonanze, test. Genitori impassibili. — Allora, dottoressa? — Lera protese il busto. — C’è qualcosa che non va? La dottoressa si tolse lentamente gli occhiali e li posò sul tavolo. Guardò prima i figli, poi i genitori. — Guardi, — iniziò. — Ho fatto tutti i test. Esclusa la demenza, esclusa la depressione clinica, esclusi problemi ormonali. I vostri genitori sono orientati, lucidi, memoria ottima. Nessun disturbo psicologico. — Significa…? — si accigliò Denis. La dottoressa sospirò. — Dal punto di vista medico, i vostri genitori sono sani. Nessuna diagnosi psichiatrica. — Ma vivono nella spazzatura! — gridò Lera. — È invivibile! — Vede, — la dottoressa lanciò a Tamara uno sguardo. — Si tratta di trascuratezza domestica. A loro semplicemente non importa. È pigrizia. Per loro è comodo così, non vedono senso nello sforzarsi a mantenere pulito. È una questione di abitudini, non di medicina. Silenzio teso nello studio. La madre sfoggiò un sorriso trionfante. — Avete sentito? — indicò i figli. — Siamo sani! Dice la dottoressa! E voi ci credevate deficienti. Lera stava quasi per scoppiare in lacrime. Lei sperava fosse una malattia… *** Riportarono i genitori a casa. Una sola settimana senza controllo e il sudicio era aumentato. Sul tavolo della cucina ora bucce di patate, neanche buttate, scarafaggi ovunque. — Si è finito con i dottori, adesso? — il padre si gettò in poltrona-nido. — Ora lasciateci tranquilli. Uscite, chiudete la porta. — No, papà, — urlò Denis. — Pace non ce ne sarà. Speravamo che foste malati, bisognosi di aiuto. Ma visto che siete maiali per scelta, cambiamo approccio. — Che modi sono questi col padre?! — la madre lo affrontò. — Sei impazzito? — O qui mettete in ordine, o vado dal giudice. Vi cacciano gli ufficiali, puliamo tutto e chiudiamo casa. La madre urlava isterica. — Ingrati! Ho dato la vita per voi, e ora mi volete costringere a pulire?! — Basta bugie, mamma! — Lera le si avvicinò. — Da bambini eravamo normali. Sei sempre stata pigra. Sempre a cercare colpevoli: prima noi, poi il lavoro, ora l’età. Non te ne è mai importato niente di noi, né di questa casa. Ami la sporcizia! — Sì! Mi piace! — sbatté la mano sul tavolo pieno di spazzatura; volò una nuvola di polvere. — E ora che fate? Volete fare da guardiani con lo straccio in mano? Non lo farete! Avete la vostra vita, urlerete e andatevene. Io vivo come voglio! Strappò una crosta secca e la morse davanti a loro. — Fuori! Non vi voglio vedere. Medici… Psichiatri… Chiamateli per voi! Denis guardò Lera. Negli occhi solo dolore e delusione. Lei voleva piangere. — Andiamo, Lera, — disse piano. — Non c’è più niente da salvare. Aveva ragione la dottoressa: non si cura. Uscirono. Dietro di loro la voce del padre a chiedere il volume più alto, la risata stridula della madre. *** Lera e Denis non si fecero più vedere quasi due mesi. Un lunedì mattina Lera ricevette un messaggio da Ninetta: “È ora, sono arrivati.” Lera andò. Stava in corridoio mentre uomini in tuta protettiva e mascherine entravano al civico quarantotto. I vicini tutti accalcati. — Non ce la facciamo più! — protestava la signora della porta accanto. — I nostri muri sono impregnati di quella puzza! È disumano! I genitori vennero portati fuori a braccetto. — Abuso! — gridava la madre, cercando di divincolarsi. — Ho la certificazione, sono sana! Non avete il diritto di toccare i miei averi! Gli addetti cominciarono a portare via la spazzatura in grandi sacchi neri. Erano così tanti da invadere tutto il pianerottolo. L’ispettrice, fissando Ivan, domandò severa: — Perché avete ridotto la casa così? Qui c’è rischio sanitario! Topi, scarafaggi! La madre vide Lera e strillò: — Lera! Dillo tu! Digli che non ci avete aiutato! Che tu e Denis ci avete abbandonati! Lera non rispose, voltò le spalle. I vicini chiedevano lo sfratto della famiglia di maiali, a lei non importava più nulla. *** I genitori chiesero ospitalità. Più tardi la mamma chiamò Lera dicendo che non avevano più dove stare. Nessuno dei figli li accolse. Né Lera, né il fratello: ormai non provavano altro che repulsione per loro.