**Il Ritorno a Casa**
Lorenzo allacciò la cintura e aggiustò automaticamente lo schienale. Volava spesso, troppo spesso, a dirla tutta. Almeno una volta al mese, a volte di più: conferenze, incontri, brevi viaggi di lavoro che gli facevano girare la testa più di un whisky scadente. Questa volta era tutto particolarmente ordinario: due giorni di trattative, firme, una cena con i partnere poi di nuovo a Milano.
Lunica differenza era la destinazione. Laereo non andava in Germania o a Torino, ma verso un piccolo paese del Sud, dove era nato e da cui era scappato ventanni prima. Da allora, ci era tornato solo due volte: al funerale del padre, poi sulla tomba della madre. Entrambe le volte aveva fretta di tornare indietro, al caos del traffico cittadino, ai suoi progetti, a una vita in cui non cera tempo per pensare.
Appoggiò la testa allo schienale e chiuse gli occhi. La sera prima, con i colleghi in un bar, avevano discusso di una presentazione. Qualcuno, ubriaco, aveva cantato *Bella Ciao* con la chitarra. Stranamente, quella melodia gli era rimasta in testa, e ora risuonava sommessa sotto il rombo dei motori. Sorrise appena.
“Scusi, preferisce succo o acqua?” chiese lhostess, chinandosi verso di lui. Un sorriso perfetto, studiato.
“Acqua, grazie.”
Gli porse un bicchiere di plastica, lui annuì. Lacqua era tiepida, come se fosse stata al sole. Ma aveva sete.
Il passeggero accanto borbottò qualcosa sfogliando una rivista.
“Prezzi folli, eh?” disse, alzando lo sguardo.
“Da sempre,” rispose Lorenzo. “Vendono orologi al prezzo di un appartamento.”
Entrambi sorrisero, e per un attimo fu tutto leggero, quasi familiare.
Laereo procedeva liscio, ondeggiando appena. Più avanti, un bambino pianse, ma la madre lo calmò subito. Qualcuno cliccava linterruttore della luce, cercando di orientarsi. Una ragazza dallaltro lato del corridoio rideva guardando un videolo schermo del telefono illuminava il suo viso di una luce bianca, facendola sembrare più giovane.
Lorenzo si voltò verso il finestrino. Si aspettava di vedere almeno una lucciola di paese laggiù, una striscia di strada, una stella. Ma oltre il vetro cera solo un buio uniforme, fitto, quasi una pellicola nera incollata al vetro.
“Buio, eh?” riprese il passeggero, sbirciando oltre la sua spalla. “Non si vede unacca.”
Lorenzo scrollò le spalle.
“Be… è notte.”
Ma nel petto già si agitava qualcosa di vischioso, sgradevole. La notte respira. Questo era vuoto.
Controllò il telefono per abitudine. Lo schermo lampeggiò, le icone del segnale scomparvero. Niente.
Certo, era in aereo. Che si aspettava? Continuava a dimenticarsene. Eppure, il gesto rimanevacercare lo schermo, sperando in un messaggio del figlio. “Mandami almeno una faccina,” pensò, e, sorridendo tra sé, bloccò lo schermo.
“Neanche a te prende?” chiese ancora il passeggero.
“No,” annuì Lorenzo. “Non dovrebbe.”
“Già,” rispose laltro, tornando alla rivista. Stavolta osservava la pubblicità di giacche costose, accarezzando la carta lucida come se potesse sentirne la stoffa.
Laereo oscillò lievemente, come se qualcuno avesse soffiato sotto. Niente di che, solo una turbolenza, si disse Lorenzo. Ma il bicchiere tremò, e le onde sulla superficie sembravano troppo regolari, come se qualcuno ci tamburellasse con un dito invisibile.
Da un altro posto arrivò una voce:
“Sei sicura che ci verranno a prendere?” chiese una donna.
“Certo, ho chiamato. Hanno detto: ti aspettiamo alluscita,” rispose unaltra.
La parola “aspettare” gli rimase in testa. Lorenzo premette la fronte contro il vetro. Niente. Non una luce. Solo un tessuto nero avvolto attorno allaereo.
Pensò alla madre. Quella che riposava nel cimitero da oltre dieci anni. Ricordò quel giorno, in cappotto nero, in piedi sulla tomba, mentre la sua risata gli risuonava ancora nella mente. Ora, guardando il finestrino, per un attimo le sembrò di sentire quel “Lorenzino…”e trasalì come da una scossa.
“Tutto bene?” lo interruppe il passeggero.
Lorenzo sbatté le palpebre. Sorrise.
“Ho ricordato qualcosa.”
“Ah,” fece laltro. “Be, limportante è non pensare alla turbolenza.”
Provò a leggere, ma le parole scivolavano via. Le righe si confondevano, e si ritrovò a fissare il vetro scuro. Fuori, solo nero. Niente di strano. Ma perché sembrava così sbagliato?
Il passeggero sfogliò unaltra pagina.
“Seimila euro per un orologio. Con quei soldi ci compri una Panda.”
“Già,” disse Lorenzo. Sorrise per educazione, anche se non era divertente.
Una voce femminile arrivò dal corridoio:
“Ha detto: ‘Aspettaci per pranzo’.”
E subito unaltra, più acuta:
“Anche la mia ha detto: ‘Aspettaci per pranzo’.”
Coincidenza, certo. Ma quel “aspettaci” gli gelò il petto, come se qualcuno avesse aperto una porta al vento. Fissò di nuovo il finestrino.
Il vetro rifletteva il suo visopallido, stanco. Niente nuvole, niente luci. Solo un buio così denso che, se avesse allungato una mano, le dita sarebbero scomparse.
“Buio, eh?” ripeté il passeggero. “Non si vede unacca.”
“È notte,” rispose Lorenzo. Ma dentro di sé corresse: la notte è viva. Questa… sembrava morta.
Posò il libro, bevve un altro sorso dacqua tiepida e alzò gli occhi al cielo: pieno di passeggeri, eppure sembrava di essere in cantina.
***
Il comandante Rossi controllò i strumenti, poi lo schermo. Non cera nulla. Nemmeno una stella. Solo un vuoto nero, come se avessero spento la luce.
“Potremmo essere tra le nuvole,” disse, incerto.
“Alle nostre quote?” ribatté il copilota. “E senza turbolenza? E il radar è vuoto.”
“Tempesta magnetica,” ipotizzò Rossi. “Attività solare, strati di plasma… può succedere.”
“Dovrebbero esserci interferenze.”
“E infatti ci sono,” rispose, indicando la radio che emetteva solo silenzio.
Sapeva di non convincere nessuno. Ma questo non assomigliava a nessun guasto dei suoi ventanni di carriera.
Il copilota si avvicinò al finestrino.
“Forse è neve sotto di noi? Non la vediamo?”
“La neve brilla,” disse Rossi. “Questo è solo nero.”
Controllarono di nuovo i strumenti. Rotta stabile. Carburante a posto. Motori perfetti. Tutto funzionava, tranne il fatto che fuori non cera un mondo.
“Se ci fosse una tempesta, lo capirei,” sussurrò il copilota. “Ma questa non è notte. La notte respira.”
“Respira,” convenne Rossi. E fissò il vuoto.
Alla fine prese il microfono. Non poteva dire “tutto sotto controllo”.
“Signori





