Olesia odiava tutti. E soprattutto sua madre.

Elena odiava tutti. Soprattutto sua madre. Era certa che, una volta cresciuta e uscita di lì, lavrebbe trovata.

No, non aveva intenzione di saltarle al collo gridando: «Ciao, mammina!»

Voleva prima osservarla, poi vendicarsi. Per tutti gli anni passati in orfanotrofio, mentre lei versava lacrime, sua madre se la spassava. Erano sicurezze, non dubbi.

Elena era sempre stata in orfanotrofio. Fin da quando aveva memoria.

Lavevano trasferita più volte perché picchiava tutti, senza distinzione tra maschi e femmine. La punivano, la chiudevano in isolamento, le toglievano i dolci, ma lei continuava a odiare le educatrici, i bambini, il mondo intero.

A 14 anni smise di menare le mani. Non perché avesse improvvisamente amato qualcuno, ma perché tutti ormai la temevano.

Le venne la noia. Si isolava in un angolo remoto del cortile e restava lì, a sognare la vendetta contro sua madre.

Un giorno udì una melodia strana. Si fermò ad ascoltare. Non assomigliava a niente.

A Elena piaceva la musica, e quando sentiva qualcosa di bello, si emozionava. Ma questo suono era bellissimo, malinconico, commovente, eppure non capiva da dove venisse.

Si avvicinò ai cespugli di acacia e li scostò con cautela. Era il nuovo custode, quello di cui si era già presa gioco.

Era seduto lì, ma cosa suonava? Cercando di vedere meglio, perse lequilibrio e cadde tra i rami.

Luomo smise di suonare e si voltò. Lei si rialzò, si scrollò di dosso la polvere infastidita e stava per andarsene, quando lui le chiese: «Vuoi che ti insegni?»

Elena lo guardò stupita. Lei? E avrebbe mai potuto suonare così? Fece un passo avanti.

Il custode doveva avere sui 50, 55 anni, e non si capiva perché a quelletà facesse quel lavoro.

Da quel giorno, Elena andò da lui ogni pomeriggio. Allinizio le mostrò come suonare il flauto. La cosa più curiosa? Li intagliava lui stesso, quei flauti buffi eppure eleganti.

Quando riuscì a produrre le prime note decenti, Elena lo abbracciò senza pensarci. Fu allora che iniziarono a parlare.

Si chiamava Nicola De Luca e viveva in una casetta sul terreno dellorfanotrofio.

«Perché qui? Non ha famiglia? Una casa sua?»

«Avevo tutto, Elena. Una casa, una famiglia Dieci anni fa persi mia moglie, Caterina. Non lavrei superato, se non avessi avuto mio figlio, Alessandro.»

Poi si risposò, con una donna bella ma avida. «Limportante era che piacesse a Sandro.»

Cinque anni dopo, Alessandro morì in un incidente dauto. E lappartamento, già intestato a lui, finì alla nuora.

«Un trilocale in centro. Mi fece fare le valigie e mi cacciò.»

«E lei non ha lottato?»

«Per cosa, Elena? Non ho più nessuno. Voglio solo aspettare il mio turno, per raggiungerli.»

Elena scoprì di odiare la nuora di Nicola più di sua madre.

Pensò persino di vendicarsi prima di lei, poi della madre.

Quando Nicola scoprì cosa covava nel cuore quella ragazzina feroce, si spaventò. Come faceva a sopportare tutto quellodio?

Parlarono spesso. Nicola sentiva che Elena si ammorbidiva. Smise di tagliarsi i capelli corti, divenne più dolce.

Non aveva più bisogno di dimostrare nulla con i pugni.

Un giorno le chiese: «Elena, tra un anno esci. Hai pensato a cosa farai?»

Lei lo guardò smarrita.

«No Ho sempre pensato solo alla vendetta.»

«E dopo la vendetta?»

Tornò da lui una settimana dopo: «Voglio fare larchitetto.»

Passarono un anno a prepararla per listituto tecnico. Luniversità sarebbe venuta dopo, forse.

Il giorno della partenza, restarono a lungo sulla loro panchina.

Quella sera, Elena partì per unaltra città. Piangeva. Per la prima volta da anni.

«Nicola, tornerò. Appena finisco gli studi.»

«Facciamo un patto? Io non mi muovo. Tu studia, trovati un lavoro, poi pensa a venire a trovare un vecchio.»

«Ma che vecchio!»

Le regalò un flauto.

Quindici anni dopo, Elena si sposò tardi. A 30 anni ebbe una figlia, Caterina, e poco dopo divorziò. La sua felicità era tutta lì.

Ora poteva permettersi molto. E quando iniziò a guadagnare bene, cercò sua madre.

Scoprì tutto più in fretta del previsto.

Una donna malata, sola, che prima del parto aveva scoperto di avere un cancro. A quei tempi, con quelle diagnosi, non cera speranza.

I medici le dissero che non sarebbe sopravvissuta abbastanza per crescerla. E così la abbandonò in ospedale.

Elena trovò la sua tomba, con un angelo di marmo.

Pensò spesso a Nicola, ma quando tornò in città, non lo trovò. Lorfanotrofio aveva un nuovo direttore e personale.

Nei fine settimana, andava al parco con Caterina, che a sei anni voleva salvare il mondo.

«Mamma, comprami salame, pane e bibite.»

Elena la fissò.

«Chi è stavolta?»

«Meglio che non lo sappia. È un signore senza casa. Non chiede mai niente, ma sa tutte le storie e le poesie.»

Comprò tutto e andarono al parco. Caterina si sedette su una panchina.

«Aspettami qui, vado dallo stagno. Vedi quel signore? È lui.»

Quella sera, Elena sentì una melodia familiare. Corse da Caterina.

«Cosera?»

«Il signore mi sta insegnando il flauto!»

Elena lo suonò perfettamente e scoppiò in lacrime.

«Caterina, dove vive quel signore?»

Lo trovarono vicino allo stagno. Caterina gridò: «Nonno!»

Lui si voltò.

«Nicola De Luca, buonasera.»

Lui trasalì. La fissò a lungo.

«Elena non è possibile.»

Lo abbracciò forte.

«Basta dormire tra i cespugli. Torniamo a casa.»

Per tutta la strada, lui asciugò le lacrime.

Ora sapeva di non dover più affrontare la fine da solo.

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