Mamma, apri. Sono io. E non sono solo.
La voce di Luca dietro la porta era insolitamente dura, quasi ufficiale. Misi da parte il libro e mi avviai verso lingresso, sistemandomi i capelli mentre camminavo.
Unansia sottile aveva già messo radici da qualche parte nel mio stomaco.
Sulla soglia cera mio figlio, e dietro di lui, un uomo alto con un cappotto elegante. Lo sconosciuto teneva in mano una costosa borsa di pelle e mi osservava con uno sguardo calmo, valutativo.
Uno sguardo da usare con un oggetto che si sta decidendo se comprare o buttare via.
Possiamo entrare? chiese Luca, senza nemmeno provare a sorridere.
Entrò in casa come se ne fosse il padrone, cosa che ormai probabilmente si considerava. Lo sconosciuto lo seguì.
Ti presento il dottor Marco De Santis disse mio figlio, togliendosi la giacca. È uno psichiatra. Parleremo un po. Mi preoccupo per te.
La parola «preoccupo» suonò come una condanna. Guardai quel «Marco De Santis».
Capelli brizzolati alle tempie, labbra sottili e serrate, occhi stanchi dietro gli occhiali dalla montatura elegante. E qualcosa di straziantemente familiare nel modo in cui inclinò leggermente la testa, studiandomi.
Il mio cuore fece un tuffo e si schiantò giù.
Marco.
Quarantanni avevano cancellato i suoi lineamenti, coperti dalla patina del tempo e di una vita che non conoscevo. Ma era lui.
Luomo che un tempo avevo amato fino alla follia e che avevo cacciato via con la stessa furia. Il padre di Luca, che non aveva mai saputo di avere un figlio.
Buongiorno, signora Anna disse con una voce pacata, da professionista. Nei suoi occhi non tremò un muscolo. Non mi aveva riconosciuto. O fingeva di non farlo.
Annuii in silenzio, sentendo le gambe diventare di ghiaccio. Il mondo si era ristretto a un solo punto: il suo volto calmo e professionale.
Mio figlio aveva portato a casa un uomo per farmi dichiarare incapace e portarmi via lappartamento, e quelluomo si era rivelato essere suo padre.
Entriamo in salotto dissi con una voce stranamente ferma. Quasi non la riconoscevo nemmeno io.
Luca iniziò subito a esporre la situazione, mentre il «dottore» osservava attentamente la stanza.
Parlò della mia «attaccamento malsano alle cose», del «mio rifiuto della realtà», di come fosse difficile per me vivere da sola in un appartamento così grande.
Io e Giulia vogliamo aiutarti continuò. Ti compreremo un monolocale accanto a noi. Sarai sotto controllo. E con il resto dei soldi potrai vivere senza rinunce.
Parlava di me come se non fossi lì. Come se fossi un vecchio mobile da buttare.
Marco, anzi, il dottor De Santis, ascoltava, annuendo di tanto in tanto. Poi si rivolse a me.
Signora Anna, parla spesso con suo marito defunto? La sua domanda mi colpì come un pugno nello stomaco.
Luca abbassò lo sguardo. Quindi, glielaveva detto lui. La mia abitudine di parlare a volte ad alta voce, rivolta alla foto di suo padre, era diventata un sintomo.
Passai dallo sguardo spaventato di mio figlio al volto impenetrabile di suo padre. Un freddo furore sostituì lo shock.
Entrambi mi guardavano, aspettando una risposta. Uno con avida impazienza, laltro con interesse clinico.
Bene, volevano giocare? Avrebbero giocato.
Sì risposi, guardando Marco dritto negli occhi. Gli parlo. A volte mi risponde anche. Soprattutto quando si parla di tradimenti.
Nemmeno un muscolo si mosse sul volto di Marco. Si limitò a prendere un appunto sul suo blocco.
Quel gesto era più eloquente di qualsiasi parola. “Paziente reagisce in modo aggressivo alle domande, confermando una difesa proiettiva”. Lo vedevo già scritto, con la sua calligrafia ordinata da medico.
Mamma, perché dici queste cose? si agitò Luca. Il dottor De Santis vuole aiutarti. E tu ti opponi.
Ad aiutarmi in cosa, figlio mio? A liberare spazio per te?
Lo guardai, e dentro di me lottavano due sentimenti: unamarezza bruciante e il desiderio di scuoterlo, di urlare: “Svegliati! Guarda chi hai portato qui!”. Ma tacqui. Rivelare le carte ora significava perdere.
Non è così arrossì, e quel rossore di vergogna era lunica prova che in lui rimaneva ancora qualcosa di umano. Io e Giulia siamo preoccupati. Sei sempre sola. Chiusa qui con i tuoi ricordi.
Marco alzò una mano, fermandolo con delicatezza.
Luca, permettimi. Signora Anna, può dirmi cosa intende per tradimento? È un sentimento importante. Parliamone.
Mi guardava con quello stesso sguardo indagatore. Decisi di andare fino in fondo. Di metterlo alla prova.
Il tradimento ha molte forme, dottore. A volte una persona se ne va per lavoro e non torna più. Ti abbandona. Altre volte torna dopo anni per portarti via lultima cosa che hai.
Osservai attentamente la sua reazione. Niente. Assolutamente niente. Solo un leggero interesse professionale.
Aveva un autocontrollo di ferro, o semplicemente non ricordava. La seconda opzione mi sembrava ancora più spaventosa.
Metafora interessante concluse. Quindi vede la preoccupazione di suo figlio come un tentativo di portarle via qualcosa? Da quanto tempo ha questa sensazione?
Stava interrogandomi. Metodicamente, spingendomi in un angolo con la diagnosi che aveva già deciso. Ogni mia parola, ogni gesto, sarebbe stato interpretato a suo favore.
Luca mi rivolsi a mio figlio, ignorando lo psichiatra. Accomoda il dottore. Dobbiamo parlare da soli.
No tagliò corto. Parleremo tutti insieme. Non voglio che poi manipoli la situazione facendo leva sulla pietà. Il dottor De Santis è qui come esperto indipendente.
“Esperto indipendente”. Il mio ex marito, che non aveva mai pagato gli alimenti perché non sapeva nemmeno di avere un figlio.
Il padre che Luca non aveva mai conosciuto. Lironia era così crudele che mi venne da ridere. Ma mi trattenni. Anche la risata sarebbe stata un sintomo.
Va bene dissi improvvisamente con tono remissivo. Sentivo qualcosa dentro di me gelare e indurirsi, trasformarsi in una lama di ghiaccio. Se volete aiutarmi ditemi cosa proponete.
Luca si rilassò visibilmente, felice della mia improvvisa arrendevolezza.
Con entusiasmo iniziò a descrivere i vantaggi di un monolocale in un nuovo complesso alla periferia della città. Parlò del portiere, delle “signore come lei” che sedevano sulle panchine.
Lo ascoltai e guardai Marco. E allimprovviso capii.
Non solo non mi aveva riconosciuta. Mi guardava con lo stesso disprezzo con cui aveva sempre guardato tutto ciò che considerava inferiore: il mio amore per il cotone semplice, i miei libri con le copertine morbide, il mio sentimentalismo “provinciale”.
Era scappato da tutto questo molti anni prima. E ora, per un capriccio del destino, era tornato per emettere lultima sentenza. Dichiararmi “malata” e togliermi di mezzo.
Ci penserò dissi, alzandomi. Ora, per







