La notizia che era nata una figlia piombò su Tarcisio Giovanni in modo surreale, proprio quando, in una Firenze alterata dalle leggi oniriche, contava le lire della paga, accartocciate nelle mani sudate tra urla di venditori di limoni e nebbioline azzurre che uscivano dai tombini. Gli altri uomini si allontanavano lenti e oscillanti, portando secchi vuoti che tintinnavano come tamburelli fasulli, mentre Tarcisio si fermava a fissare i riflessi dei suoi soldi nei ciottoli.
Maledetta sorte sussurrò, peccando dantico livore Avevo chiesto a Maddalena, falla nascere maschio. E invece, mi trovi una bambina
Dentro gli ribolliva un fastidio denso, come un minestrone mal riuscito. Maddalena era rimasta sola nella casa vuota di un paesino che sembrava un acquerello sbiadito, mentre lui, invece di tornare, accumulava poche cose in un sacco di tela e si dirigeva barcollando, tra filari di cipressi che raggiungevano lArno, verso la casa della madre, dallaltra parte del fiume.
Maddalena, dopo il parto, rientrò in una cucina immobile, con la polvere che danzava come farfalle pazze nel sole. Depositò il fagotto sulla branda, e si accasciò, la testa tra le mani, carezzando i capelli arruffati della neonata che sembrava un micetto fradicio. Nel suo pianto silenzioso Maddalena pensava: «Figlia mia, chissà se sarai il fiume che divide…»
Tarcisio era un uomo quadrato, duro, con mandibola da scultore e pensieri da vecchio comandante. Non sopportava chi lo contraddiceva: nella sua testa, ci voleva un figlio maschio. Lui, ultimo di tre, si sentiva custode del casato. Una figlia, invece tutto fumo e passera, nessun ramo a cui appendere il futuro.
La madre provava a parlargli, portandogli amaretti avvolti nella stagnola e racconti di santi, ma lui: “Quando la bimba se ne andrà, solo allora tornerò.” Così, quei venti chilometri tra i due paesini si fecero canyon senza ponti.
Maddalena si rialzò tra i solchi della fatica, come una vite che resiste alla grandine. Cera da badare allorto e andare alla cooperativa di pomodori. Per far piacere al marito, diede alla figlia un nome forte: Ginevra. Una ragazza tranquilla che quasi non piangeva mai. In meno di un anno camminava già per la stanza, ficcando il naso in ogni angolo e comunicando con gli oggetti come se fossero animali fantastici.
Allasilo Ginevra era subito diventata la regina. Rapida, astuta, coraggiosa: capace di fermare un ragazzino più grande con uno sguardo e rubargli il secchiello come una giovane pirata malinconica. Era indipendente, diffidente con gli estranei, respingeva le coccole come una gatta libera, pronta a difendere le zucchine dellorto a colpi di ramo di salice.
Intanto Tarcisio trovava conforto tra i seni accoglienti di una certa Claudia Antonelli, divorziata con figli chiassosi. Claudia lo vezzeggiava con dolci e promesse di dinastia. Ma i figli non arrivavano mai, malgrado bustine di erbe mescolate nellacqua e preghiere a San Gennaro. A Tarcisio cominciarono a vibrare le ossa: e se Claudia avesse fatto riti strani? Il sospetto gli fece mollare tutto, lasciandola urlante tra vapori di fagioli.
Tornò così, dopo anni, pieno di polvere e di risentimento: Ginevra lo fissava da sotto una frangia di capelli e rifiutava quel pan di Spagna che lui le offriva, come fosse una reliquia maledetta.
Maddalena, riacceso lantico lume in volto, salutava:
Oh Tarcì, ti aspettavo. Avevo speranza in cuor mio…
Ginevra, intanto, cresceva tra punte di spine e carezze di ortiche. Quando il fratellino Paolo nacque, fu lei a diventare la piccola madre: portava il bambino sulle spalle, lo rimboccava e lo difendeva, mentre Maddalena diventava fuoco e cenere tra lavoro e casa.
Tarcisio era felice, sì, ma a modo suo: senza sorrisi, con ringhi repressi, come i lupi addomesticati per sbaglio.
Quando però Ginevra ribatteva a voce alta, minacciando di denunciare il padre ai carabinieri se solo alzava mano su Maddalena, Tarcisio diveniva giallo di rabbia:
Sei proprio un mostro, ragazzina!
Provò a punirla con una cinghia, ma Ginevra, invece di piangere, serrò la mascella e più tardi tornò davvero col maresciallo del paese. Tarcisio imparò a nuotare in sordina, scivolando tra le ombre. In paese si sussurrava: “Sta cambiando, il Tarcisio…”
Unaltra figlia, Natalia, arrivò come una predizione stanca. Tarcisio la ignorò, la sua figura divenne fantasma in casa, tanto che la piccola finì subito sotto la custodia attenta di Ginevra.
Ginevra, ormai quasi una giovane donna, decise che sarebbe andata a Pisa a studiare, e quando Tarcisio, i capelli scarlatti dirritazione, urlò:
E con che soldi vivi? Ci chiedi ancora il pane?
Lei rispose:
Non chiedo niente a nessuno. Tu pensa agli altri figli tuoi.
Tra minacce di cinture e spighe di rabbia secca, Ginevra balzò di lato, pronta a difendersi con un mestolo, e Tarcisio, per la prima volta, abbassò gli occhi e scappò.
Maddalena la incoraggiò a partire, le infilò di nascosto alcune lire vecchie dentro una tovaglia ruvida.
Il viaggio verso Pisa fu come un tuffo in una tela di De Chirico: i palazzi uscivano dalla nebbia e la stazione odorava di benzina e limoni.
Scelse distinto una scuola professionale di meccanica, attirata dal clangore delle macchine e dal profumo di olio. Lavorava come donna delle pulizie in un piccolo lanificio, e con le poche lire riusciva ad arrangiarsi.
Divise la stanza con la solare Donatella, cresciuta in un paese presso Siena, ragazza più per sogni che per doveri. Donatella passava ore a parlare dei corteggiatori, di uno in particolare, figlio di un capetto delle officine.
Ginevra rideva poco, ma aiutava la compagna negli studi e faceva il doppio lavoro. I professori la chiamavano “lingranaggio”. Lei, abituata ad arrangiarsi, rideva sotto i baffi.
Il nuovo insegnante di fisica, Andrea Lorenzi, giovane con occhiali sottili e mani nervose, arrivò in classe come un alieno. Fu subito zittito da schiamazzi, finché Ginevra zittì tutti con voce ferma e occhi che trapassavano. Lautorità le veniva ovunque: Andrea la guardò e trovò in quello sguardo la forza di cento capomastri.
Pochi la ricordavano in casa. Paolo e Natalia erano cresciuti, il padre si mostrava dolce coi piccoli ma con lei manteneva distanze di brina. Ogni visita era fatta di valigette di cibo, e qualche moneta lasciata sul tavolo per caso.
Donatella, invece, si fidanzò, fece il grande matrimonio toscano con la fisarmonica e i confetti azzurri. Ginevra era testimone, si sentiva un fantasma altrove tra danze e brindisi, pensando: Io invece sarò sempre sola?
Ma la vita le aveva preparato una stranezza. Lorenzo Fabbri, un ragazzo ossuto e silenzioso, la invitò a ballare: Mano ruvida, cuore dolce. Nacque un amore lento come un film di Fellini. Lui lavorava già in un molino, non beveva e la amava di quellamore che non ha bisogno di parole.
Tre mesi dopo, con la pioggia a righe e il sole dietro langolo, si sposarono in silenzio, e Ginevra ottenne dal lanificio un piccolo appartamento. Arrivò Irene, la figlia, ma la felicità non durò: Lorenzo divenne pigro, indifferente, restava fuori, portava pochi soldi e la rimproverava.
Un giorno Ginevra, stanca, lo guardò negli occhi:
O cambi o te ne vai.
Quando lui rise sgraziato, lei fece fagotto e lo lasciò. Donatella la rimproverò, ma Ginevra si accese di fuoco: Meglio sola che triste.
E sola non rimase. Lavorava tanto, mandava Irene allasilo e aiutava il fratello Paolo, appena arrivato in città, a trovare la sua strada.
Donatella, intanto, divorziò dal suo Valerio, trovando solo delusione e debolezza.
Un giorno, strano come solo nei sogni, Ginevra incontrò Andrea Lorenzi in un bar di vetro, la “Vetriata”, su un viale di Livorno immerso in una foschia colorata. Lui era invecchiato nei capelli ma aveva negli occhi lo stesso lume. Si sedettero a parlare e, come in una scena che non sai quando è iniziata, si raccontarono tutto, passarono dal passato al futuro come ci si sposta tra stanze che cambiano forma.
Andrea la invitò fuori, alla sua casa in costruzione tra colli e ciliegi. Ginevra, lasciando Irene con Donatella, trovò una casa scarna ma accogliente, con le travi spoglie e un giardino che sognava già mele autunnali.
Quando due uomini sbucarono dal nulla, offuscando laria come due personaggi da commedia surreale, chiedendo metallo e rubando sguardi, lei afferrò unaccetta e li mise in fuga, fiera come uneroina fiorentina. Andrea la guardò come si guarda un prodigio buffo: era lei la protezione.
Passò poco, e Andrea la chiese in moglie.
Ginevra, non ho niente, solo ancora lavori e progetti Ma ti amo. E Irene, la amo anche lei.
Per la prima volta dopo anni, Ginevra pianse. Accettò. Fecero una piccola festa a casa: erano tutti insieme, Maddalena e Tarcisio compresi, lui seduto nellangolo, annusando laria e, forse, per la prima volta, ammirando la figlia.
Abbine cura disse, la voce roca come ghiaia bagnata.
Andrea rispose con cuore vivo, promettendo amore e rispetto.
La vita avanzava, i giorni si dispiegavano come teli di lino stesi al sole. La casa di Andrea diventò un piccolo castello, con pergole di uva e mele, e bambini che correvano nellorto.
Le sere passavano tra chiacchiere e odori di crostate. Irene cresceva, andava a scuola, e ogni tanto guardava la madre e chiedeva:
Mamma, sei felice?
Ginevra, circondata da quello strano incanto che solo i sogni sanno evocare, sorrideva chiusa nel suo abbraccio.
Felice, sì.
Andrea le cingeva le spalle; la notte cadeva tra rami di melo e voci dacqua nel chiaro di luna.
E tutto, nel grande orologio di vita e sogno, finalmente trovava un suo posto, come tessere di mosaico in una cattedrale che esiste solo se la immagini ad occhi chiusi.







