‘Ci serve gioventù’, disse il capo licenziandomi a 58 anni. Non immaginava che fossi un ispettore segreto inviato per chiudere la sua filiale.

«Ci serve gioventù», disse il capo, licenziandomi a 58 anni. Non aveva la minima idea che io fossi un revisore segreto, inviato per chiudere la sua filiale.

«Gennadio Arcadievich, lei capisce come stanno le cose. La compagnia cambia rotta, ci serve uno sguardo fresco, sangue nuovo.»

Vittorio Serghevic Beliaev, il direttore della filiale, si appoggiò alla sua enorme poltrona di pelle che costava probabilmente quanto il mio stipendio annuale. La poltrona scricchiolò in segno di protesta, sottolineando il suo finto dispiacere.

Tra le dita ben curate, faceva roteare una costosa penna Parker, come fosse una bacchetta da direttore dorchestra, governando la realtà di quellufficio inondato dalla luce del mattino e dal profumo di costosi colonie.

«Ci serve gioventù», disse infine, posando la penna sul massiccio tavolo di mogano.

Quella frase rimase sospesa nellaria, come una macchia dolio su una camicia immacolata, avvelenando latmosfera che sapeva di pelle e successo fittizio.

Io lo osservai in silenzio. I suoi capelli perfettamente pettinati, con qualche filo argenteo alle tempie che, senza dubbio, considerava un segno di distinzione. Lorologio svizzero TAG che luccicò negligentemente al polso quando si sistemò il polsino. La postura sazia e sicura di sé di un uomo che non aveva mai dubitato del proprio diritto di decidere il destino degli altri. Non aveva più di quarantanni.

Apparteneva a quella categoria di «manager efficaci» che confondono un MBA con lesperienza di vita e considerano tutti quelli sopra i cinquantanni materiale di scarto, zavorra che ostacola la nave aziendale nel suo slancio verso nuovi orizzonti.

«Lei è un ottimo professionista», continuò la sua recita, evitando accuratamente il mio sguardo e fissando il panorama della città oltre lenorme finestra. «La sua esperienza è inestimabile, ma il mercato detta le sue regole. Energia, slancio, digitalizzazione. Nuovi orizzonti richiedono nuove velocità. Stiamo implementando un CRM, passando al cloud, esplorando le reti neurali. Per lei sarebbe difficile.»

Annuii lentamente, mantenendo unespressione stanca ma rassegnata. Dentro di me non cera né offesa né rabbia. Solo il freddo, metodico lavorio della mente, come il ticchettio di un contatore Geiger.

Punto n°12 del mio rapporto precedente: «Licenziamenti ingiustificati di dipendenti validi per motivi anagrafici, al fine di fare spazio a personale fedele». Spunta.

Le sue parole sulla «digitalizzazione» suonavano particolarmente ironiche, considerando che proprio la settimana prima avevo scoperto nei log del server tracce di fondi deviati attraverso servizi IT fittizi.

«Capisco», dissi con voce neutra, forse persino troppo indifferente.

Beliaev si aspettava altro. Uno scandalo, suppliche, maledizioni, rimproveri per gli anni dedicati allazienda. Si era persino teso, le dita che serravano i braccioli, pronto a respingere lattacco. Ma lattacco non arrivò.

Io continuavo a guardarlo, ma vedevo ben altro. La doppia contabilità che avevo ricostruito pezzo per pezzo in tre settimane di «tirocinio», confrontando di notte i dati del server ombra con i rapporti ufficiali. Le tangenti dei fornitori, mascherate da «servizi di marketing». Le anime morte nei registridipendenti inesistenti ma regolarmente stipendiati.

E, naturalmente, la sua amante, Xenia Igorevna, assunta come vice con uno stipendio triplo rispetto al mio, la cui unica «responsabilità» era accompagnarlo alle cene di lavoro.

«Le pagheremo tutto ciò che le spetta. Tre mensilità», aggiunse con evidente sollievo, convinto che il «vecchio» avesse semplicemente ceduto e accettato il suo destino. «È il massimo che ho potuto ottenere per lei. Lo apprezzi. Iniziativa personale.»

Annuii di nuovo. Tre mensilità. Che generosità. Soprattutto considerando il buco nel bilancio della filiale che avevo scoperto. Un buco grande quanto il budget annuale di una piccola città.

«Va bene, Vittorio Serghevic. Se serve gioventù, allora sia così.»

Mi alzai. Non aveva la minima idea che il mio rapporto completocentoventi pagine con scansioni di documenti, registrazioni audio e schemi di movimentazione fondiera già sulla scrivania dellazionista di maggioranza.

Non sapeva che la decisione di ristrutturare la sua filiale era stata presa ieri mattina in una riunione straordinaria del consiglio.

E io non ero un semplice economista licenziato a 58 anni. Ero un liquidatore. Il mio compito non era salvare ciò che era marcio, ma demolirlo fino alle fondamenta, per costruire qualcosa di nuovo e sano.

«Posso prendere le mie cose dalla scrivania?» chiesi, seguendo il rituale fino alla fine.

«Sì, certo», rispose Beliaev in fretta, già mentalmente accompagnandomi alla porta e componendo il numero di Xenia per darle la «notizia felice». «Non si sbrighi.»

Si sbagliava. Io invece mi sbrigavo. Perché alle nove del mattino seguente sarebbe arrivata la commissione a sigillare ogni ufficio. Cominciando dal suo.

Attraversai lopen space, e fu un vero e proprio calvario orchestrato apposta per me. Decine di occhi, come spilli, mi trafiggevano la schiena. Alcuni mi guardavano con pietà, altri con un sorrisetto nascosto. La maggior partecon paura, immaginandosi al mio posto.

Sentivo quei sguardi. Punto n°13: «Creazione di unatmosfera tossica basata su paura e nepotismo». Spunta.

Al mio ex posto sedeva già un ragazzo. Venticinque anni, taglio di capelli alla moda, auricolare wireless luccicante nellorecchio. Non alzò nemmeno lo sguardo quando mi avvicinai, troppo preso a scorrere il feed del suo smartphone.

«Queste sono le mie cose», dissi con calma, indicando la piccola pila di libri e la foto di famiglia che aveva già spinto al margine del tavolo per far posto a una scatola di pizza.

«Ah, sì», estrasse lauricolare. «Prenda pure, nonno. Mi serve spazio per un secondo monitor. Per TikTok, capisce? Il contenuto non si guarda da solo.»

Sorrise con aria di superiorità, sicuro della propria impunità. Lo riconobbi. Stanislao, nipote di Beliaev. Assunto una settimana prima come «specialista SMM».

In silenzio, cominciai a mettere le mie cose in una scatola di cartone. In quel momento, accanto a me apparve una figura in un costoso abito attillato. Xenia Igorevna Zavialova in persona.

«Gennadio Arcadievich, che dispiacere», cantilenò dolcemente, ma i suoi occhi brillavano di fredda malizia. «Le mancheremo. Era un elemento così vintage del nostro team.»

«Non ne dubito», risposi piatto, senza guardarla.

«Se mai avrà bisogno di lavoro non si faccia problemi. Posso mettere una buona parola per lei. Cè un posto come guardiano in un residence esclusivo. Le notti sono tranquille, perfette per la sua età. Dicono che permettono anche di fare le parole crociate. E giocare a domino.»

Fu un colpo basso. Mirato e crudele. Umiliarmi unultima volta, davanti a tutto lufficio. Voleva vedermi crollare. Voleva godersi la mia impotenza. La sua stessa posizione era precaria, e si aff

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‘Ci serve gioventù’, disse il capo licenziandomi a 58 anni. Non immaginava che fossi un ispettore segreto inviato per chiudere la sua filiale.
HA CALPESTATO I MIEI SOGNI QUESTA DONNA SPREGIUDICATA —Figlio mio, se non la smetti con quella sfrontata opportunista, considera che non hai più una madre! Quella Nina ha almeno quindici anni più di te!— mi ripeteva sempre la mamma. —Mamma, non ci riesco, non ce la faccio! Anche se lo volessi…— mi giustificavo io. …Avevo una ragazza del cuore, la mia Lenoccia di 14 anni. Pura, timida, desiderata. Quando l’ho conosciuta alla discoteca della scuola, io ne avevo 18. Mi piaceva così tanto Lenoccia, da morirci! Attraverso la sua amica, con mille scuse, l’ho invitata a uscire. Credete sia venuta? Macché! Ho cominciato a seguirla come un cacciatore. Ho trovato il suo numero, chiamato, supplicato per un appuntamento. Alla fine, si è arresa. Ma ha voluto che chiedessi il permesso a sua madre. Ero tremante sulla soglia di casa sua. La mamma di Lenuccia si è rivelata una donna simpatica, mi ha affidato la figlia per due ore. Abbiamo passeggiato nel parco, chiacchierato, riso. Tutto innocente. All’improvviso, Lenuccia mi dice: —Vova, ho già un ragazzo. Credo di amarlo. Ma è un cascamorto. Sono stufa di trovarlo con altre. Però ho il mio orgoglio. Proviamo a frequentarci noi, che dici? Alzai le sopracciglia incuriosito. Quindi, Lenoccia poteva sembrare timida ma in realtà sapeva già amare… Mi sono invaghito ancora di più. Le due ore sono volate, poi ho riconsegnato Lenuccia alla mamma. …Col tempo, non potevo più vivere senza di lei. Anche la mia mamma ha amato subito quel “raggio di sole”. Lenuccia stava spesso da noi. Mamma la riempiva di consigli femminili, a volte si scordavano pure di me a parlare tra loro. Quando Lenuccia ha compiuto 18 anni, abbiamo parlato di matrimonio. Nessuno di noi, né le famiglie, aveva dubbi. Le nozze sarebbero state in autunno. …E’ arrivata l’estate. Lei è partita in campagna dalla nonna, io sono rimasto in villeggiatura a dare una mano a mamma. Un giorno innaffio l’orto, mi chiama una donna sui 35 anni, spettinata, scomposta, con uno sguardo acceso. Non l’avevo mai vista tra i vicini. Mi chiede da bere. Le porgo una tazza d’acqua fresca di pozzo. —Grazie giovanotto! Quasi crepavo di sete. In cambio le offro la mia ‘liquore casalingo’. Prenda, non si formalizzi. Ed ecco che mi ritrovo una bottiglia piena in mano. Di sera, a cena, bevo quel liquore. Quella sera la mamma era via in città, sono rimasto solo. Se ci fosse stata, mai mi avrebbe fatto toccare quella bottiglia! Il giorno dopo, la donna torna. Si chiama Nina; vive nel paese vicino. La invito in casa. Di nuovo la solita bottiglia, chiacchiere, un’insalatina e due panini. Senza accorgerci, la bottiglia finisce. Ancora oggi mi maledico per ciò che successe dopo… Nina mi ha stregato come un ragazzino, mi ha soggiogato. Ero come un manzo al guinzaglio. Quando mi sono ripreso non c’era più. Mia madre mi scuoteva per svegliarmi: —Vladimir! Cosa è successo mentre non c’ero? Con chi hai bevuto? E il tuo letto? Sembra ci sia passato sopra un branco di cavalli! —preoccupata, era confusa. Riuscii appena ad aprire gli occhi, testa pesante, mani tremanti… Non seppi spiegare. La sera, tornai in me. Ricordai tutto. E mi vergognai di fronte a Lenoccia… Non passa una settimana e Nina ricompare. E io… Sono pure contento di vederla, quasi mi mancava! Mamma si precipita sulla porta, mani sui fianchi: —Lei cosa vuole qui, signora? La porto via, la rimprovero: —Mamma, che modi! Magari voleva solo un bicchiere d’acqua! —Uhm… Questa è Ninetta-la-Perditempo del paese! Tutti la conoscono. Gira per le villette, seduce uomini! Che non pensi di portarsi via anche te! Mandala via prima che sia troppo tardi! Ma ormai era troppo tardi. Mi aveva già stregato con la ‘pozione magica’. Sentivo che non l’amavo, non era mia, eppure la seguivo come un’ombra. Lenoccia, la promessa sposa, me la dimenticai. E quando le parlai, Nina mi disse: —Vladimir, il primo amore non è mai la vera fidanzata. Il matrimonio saltò. Mamma invitò Lenoccia a casa e confessò tutto: —Cara, perdona Vladimir, non sa cosa fa. Quando se ne accorgerà sarà tardi, perderà tutto con quella donna. Tu pensa alla tua felicità, non aspettarlo. Lenoccia si sposò serenamente. Mamma, per separarmi da Nina, andò in caserma e chiese che mi chiamassero subito in servizio militare. All’epoca avevo rinvio. Fui spedito in Afghanistan. Di quello che passai laggiù non parlo… Tornai senza tre dita della mano destra, una ferita lieve. La mia psiche era distrutta. Diventai temerario e insensibile. Nina mi aspettava e ormai avevamo un figlio. Prima di partire, non ero sicuro di tornare vivo, e decisi di lasciare almeno un figlio. In guerra sognavo una famiglia con cinque figli. Mamma continuava a odiare Nina. Con Lenoccia era sempre affettuosa, persino lavorava a maglia per sua figlia. Credeva pure che fosse mia figlia… Mi avrebbe fatto piacere, ma non era così. Lenoccia veniva a trovare mamma, si informava di me. Mamma sospirava: —Oh Lenoccia, Vladimir è ancora con quella… Non si staccherà mai! Questi discorsi me li ha riportati lei stessa, anni dopo. Mi sono trasferito al Nord per lavoro. Nina e i nostri tre figli vennero con me. Ne nacquero altri due. Ho coronato il mio sogno. Ma dopo due anni, una figlia morì di broncopolmonite. Clima troppo duro. Torniamo a casa, tra le nostre betulle, si sopportano meglio le disgrazie. Mi tornava sempre più in mente Lenuccia, la mia ex promessa. Una nostalgia struggente. Chiesi a mamma il suo telefono, mi ha dato persino l’indirizzo, avvertendomi però: —Non ti intromettere nella sua vita, lascia perdere! L’ho chiamata subito. Lei era ancora più bella. Mi ha invitato a casa. Il marito mi ha conosciuto come ‘amico d’infanzia’ e ci ha lasciati soli. Sul tavolo una bottiglia di spumante, frutta. —E allora, Vladimir? Racconta come va la vita — mi disse lei guardandomi dritta negli occhi. —Perdonami, Lenoccia. Così è andata. Nulla cambierà ormai. Ho quattro figli…— balbettavo. —Non cambiare nulla, Vova. Ci siamo rivisti, abbiamo ricordato la gioventù, va bene così. Solo tua mamma mi dispiace… Tu sii dolce con lei — mi raccomandò. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso, sempre bella e desiderabile. Presi la sua mano, la baciai teneramente: —Lenoccia, ti amo come allora. Ma il nostro amore è passato e basta. Ti chiedo perdono! —Vova, è tardi. Vai. Ma non potevo andarmene così. Mi travolsero emozioni enormi, un desiderio folle! …Al mattino me ne andai in silenzio. Lei dormiva serena. Cominciammo a vederci di nascosto per tre anni. Poi lei si trasferì in periferia, la storia si interruppe per sempre. …Ho divorziato da Nina quando i figli sono cresciuti. Aveva ragione mamma. Una donnaccia resta tale: è passata sulla mia vita come un uragano, calpestando i sentimenti, spezzando il cuore. …Per quanto uno lavi l’acqua, acqua resta. Solo uno dei miei figli si è rivelato davvero mio. Il primogenito…