Uscire dalla cucina: Rivoluziona la tua vita oltre i fornelli

Uscita dalla cucina

Signora Vera, di nuovo lei ha messo la pentola nel posto sbagliato, disse Grisha, il giovane cuoco dalle mani sempre umide, indicando lo scaffale sopra il lavello. Qui va il pulito. Quello sporco là.

Grisha, lavoro qui da tre mesi. So bene dove va ciò che è pulito e dove va ciò che è sporco.

Bene allora. Sposti la pentola.

Vera la spostò senza dire una parola. Ormai aveva finito le forze per discutere: erano svanite insieme alla vita di prima, alla poltrona della redazione, alla sua amata lampada con il paralume verde, e allo studio che aveva dovuto lasciare ad altri, solo per poter pagare la badante e le medicine di sua madre.

La sera al ristorante Imperiale scorreva normale. Dietro il muro la sala era piena di voci, risate, il tintinnio dei bicchieri, il profumo della carne pregiata cotta nel vino rosso. Vera era davanti allenorme lavello dacciaio e lavava piatti portati in pile, bollenti, ricoperti di resti di cibo che lei non poteva permettersi. Le mani screpolate per lacqua, il grembiule bagnato fino ai fianchi.

Pensava al suo album da disegno. Era nel suo armadietto nello spogliatoio: piccolo, con la spirale, la copertina verde sbiadita come lerba antica. Lo aveva comprato a febbraio con gli ultimi euro anticipati, perché senza quello, non ce la faceva proprio. Senza, sarebbe impazzita o forse avrebbe dimenticato chi era. Una lavapiatti di cinquantasette anni? Sì, cioè, ora sì, ma dentro era ancora qualcosaltro.

Di notte, nella stanza affittata in via dei Fiori, quando i caloriferi battevano come tamburi e i vicini urlavano attraverso i muri, sedeva al tavolo, accendeva la lampada e disegnava. Così, per sé stessa. Le mani, stanche dallacqua calda, tornavano precise e leggere. Disegnava strade, passanti, una vecchia col cane vista quella mattina davanti al portone, il ramo ghiacciato fuori dalla finestra, il viso della cassiera del negozio stanco e gentile allo stesso tempo. Le linee venivano facili, come se la mano sapesse da sola, anche se la testa aveva smesso di crederci.

Aveva fatto lillustratrice quasi ventanni. Prima in una piccola rivista, poi alla casa editrice Meridiana, dove facevano libri per bambini. Vera ci credeva davvero: inventava lepri e volpi che erano più simili a persone nei loro pellicciotti, con carattere e ansie. Amava ricevere la copia dautore, sfogliare, sentire: ecco, questo lho fatto io.

Poi arrivò la crisi. Prima ridussero le tirature, poi il reparto, infine: Signora Vera, ci spiace, ma. Dopo quel ma non seguiva mai niente di buono. Aveva quarantaquattro anni quando per la prima volta si trovò senza lavoro, senza un reddito fisso, con la sensazione che la terra le scivolasse sotto ai piedi.

Il matrimonio già scricchiolava. Il marito, Andrea, di fondo era una brava persona, ma debole nei momenti decisivi. Col denaro era generoso e allegro, senza denaro diventava irritabile, poi polemico e infine si attardava sempre di più al lavoro. Vera ci aveva creduto fino allultimo, poi non era riuscita più a illudersi. Si erano lasciati senza scenate o grida, troppo stanchi per altro.

Poi si era ammalata la mamma.

Ictus. Lato sinistro paralizzato. Prima ospedale, poi casa, poi ancora ospedale. Vera attraversava la città ogni giorno, pagava la badante, le medicine, le terapie. Il lavoro come illustratrice era saltuario. Il suo studio era diventato un lusso insostenibile. Dovette mollarlo. Doveva trovare un posto fisso, orari certi. Così finì dove capitò.

La mamma morì in ottobre, in silenzio, come se la stanchezza fosse diventata più forte della voglia di svegliarsi. Vera restò sola, con i debiti, una stanza in affitto e i piatti del ristorante da lavare cinque giorni la settimana.

E così è arrivata fin lì.

Signora Vera, si è fatta di nuovo la montagna! gridò Grisha da dentro la cucina.

Arrivo.

Prese il vassoio e tornò al lavello.

Quella sera, i clienti allImperiale erano i soliti: signore in abito, uomini in giacca, a volte qualche gruppo di giovani chiassosi, a volte coppie daffari che mangiavano fissando i cellulari invece che lun laltro. Vera non li vedeva: era dietro la porta dacciaio della cucina. Ma li sentiva: voci, risate, qualche tono alterato quando qualcosa non andava.

Un cliente veniva quasi ogni settimana. Vera lo conosceva solo perché Svetlana, la cameriera, glielaveva raccontato nello spogliatoio.

Quello al sesto tavolo, sempre solo. Ordina sempre la stessa cosa, mangia piano, mai con il telefono. Guarda fuori dalla finestra. Strano tipo.

Sarà solo, rispose Vera.

E allora? Pure io sono sola, ma almeno sto con le amiche ogni tanto.

Vera non discusse. Sapeva che la solitudine non è una sola. Cè chi non ha compagnia e chi si sente solo anche in mezzo agli altri, quando la persona che davvero ti ascoltava non cè più.

Il cliente del sesto tavolo veniva ogni mercoledì e venerdì. Ordinava agnello o manzo, un calice di rosso, a volte una zuppa. Lasciava sempre una buona mancia, ma discreta. Si chiamava Alessandro Serra, lavrebbe scoperto solo dopo. Intanto, Vera lavava i piatti e pensava al suo album.

Quel venerdì era tutto normale. Vera era al lavello, lacqua bollente le arrossava le mani, Grisha parlava al telefono in un angolo, la lavastoviglie ronzava, la sala borbottava.

Poi il brusio cambiò.

Subito non capì cosa, ma percepì qualcosa di strano. Udì un grido breve, poi voci più forti, ansiose. Poi qualcuno urlò sul serio.

Vera si asciugò le mani sul grembiule e uscì nel corridoio.

La porta metallica della sala era socchiusa. Vera la spinse.

Seduto al sesto tavolo cera un uomo sulla cinquantina, robusto, in giacca grigia. Subito si capiva che non stava bene: non perdeva i sensi, ma il viso era contratto, si portava le mani alla gola. Quel gesto, Vera lo riconobbe subito: la stessa cosa era capitata una volta al vicino di letto di sua madre in ospedale.

Accanto due camerieri, smarriti. Lamministratrice, Marina, si copriva la bocca e ripeteva: Chiamate il 118! Subito!. Qualcuno dei clienti si era alzato.

Vera ci passò attraverso, senza pensare. Arrivò dietro alluomo, lo avvolse con le braccia, trovò il punto giusto sopra lombelico, chiuse il pugno e spinse, ancora e ancora. Luomo era pesante, quasi gli si appese addosso. Ancora. Lui tossì, qualcosa uscì, dimprovviso tornò a respirare, prima rauco e infine regolare.

Vera lasciò la presa e fece un passo indietro.

Per tre secondi la sala rimase in silenzio. Poi ripartì il borbottio di voci, Marina corse dalluomo, Svetlana portò acqua, uno spettatore iniziò ad applaudire e ne seguirono altri.

Vera restò lì, in mezzo, col grembiule bagnato e le mani rosse, senza sapere cosa fare.

Lei Lei è un medico? chiese Marina.

No. Lavo i piatti.

Tornò in cucina.

Le mani tremavano mentre le sciacquava al rubinetto. Grisha la fissava a bocca aperta.

Che è successo?

Un uomo ha rischiato di soffocare. Ora tutto ok.

Lha salvato, dice?

Dai Grisha, basta guardare. Ci sono i piatti da fare.

Riprese la spugna. E davvero, i piatti erano lì ad aspettarla.

Dopo venti minuti la porta della cucina si aprì. Insolito: gli ospiti non entravano mai lì, Marina lo ricordava sempre. Ma luomo in giacca grigia entrò, guardò in giro e chiese:

Mi scusi, dove trovo la Signora che che mi ha aiutato?

Grisha indicò Vera.

Luomo si avvicinò. Vera aveva appena finito una ciotola. Si voltò: lo vide da vicino, robusto, un po di capelli già brizzolati, il viso segnato, gli occhi grigi e profondi. Lo sguardo di uno che per settimane, forse mesi, aveva vissuto qualcosa di pesante.

Lei è Vera? Così mi hanno detto.

Sono io.

Esitò. Poi semplicemente disse:

Voglio dirle grazie. Non so come. Solo grazie.

Non serve. Tutto bene ora.

No, non tutto. Poteva andare male Si massaggiò la fronte. Insomma se lei non fosse uscita subito

Qualcun altro lo avrebbe fatto. Bisognava solo sapere come.

Ma è uscita lei. E lei sapeva.

Vera posò la ciotola e ne prese unaltra. Lui rimase lì.

Questo è suo? chiese improvvisamente.

Lei si voltò. Guardava il suo album da disegno, lasciato accanto per fare uno schizzo durante una pausa. Lo aveva portato quella sera dallo spogliatoio, ma non aveva avuto tempo.

Mio.

Posso?

Lei fece spallucce. Lui prese lalbum, aprì alla prima pagina. Una vecchia con il cane, la stessa vista la mattina. Vera ci aveva lavorato per diverse notti, aggiungendo rughe, scarpe pesanti, il modo abituato in cui teneva il guinzaglio.

Luomo sfogliò: un ramo di olmo brinato, un bambino sullaltalena inventato di sana pianta, un mercato rapido ma vivo, tante mani in diverse posizioni un vizio dai tempi di scuola.

Lui guardò a lungo.

Lei è unartista, disse. Non chiese, affermò.

Lo ero. Ora lavo piatti.

Perché?

Vari motivi.

Lui annuì. Si soffermò ancora su una pagina, poi richiuse lalbum e lo posò. Restò lì. Vera pensò che lavrebbe ringraziata di nuovo e se ne sarebbe andato. Invece disse:

Mi chiamo Alessandro Serra. Faccio larchitetto. Avrei una proposta, ma prima: davvero lei non può più lavorare con il disegno, professionalmente?

Vera lo fissò. Grisha in fondo alla cucina pelava patate di nascosto ma ascoltava.

Dipende che significa professionalmente.

Lavorare. Farsi pagare per i suoi disegni.

Guardi, signor Serra. Lei oggi ha rischiato grosso, forse è il caso vada a riposare.

Riposerò. Ma prima mi dica: vuole lavorare? Fare davvero il suo mestiere?

Qualcosa nella sua voce impediva di rispondere subito un no. Non era insistenza, ma schiettezza, senza troppi fronzoli.

Dipende dal lavoro, disse Vera.

Lui annuì, prese un biglietto da visita: semplice, bianco, col nome e il numero.

Mi telefoni domani. Oppure mi dia il suo numero, e chiamo io. Le spiego tutto. È serio, non per gratitudine. Mi serve davvero uno sguardo come il suo.

Quale sguardo?

Guardò lalbum.

Questo.

La salutò, quasi inchinandosi, e uscì. Grisha lo seguì con gli occhi, poi guardò Vera.

Ma guarda un po…

Sbuccia patate, disse Vera.

Prese il biglietto e lo infilò nel grembiule. Le mani erano di nuovo bagnate. In sala le voci erano tornate normali, come se niente fosse successo.

Quella notte Vera faticò a dormire. Fissò il soffitto, ascoltando il calore del termosifone. Pensava allalbum, al modo in cui luomo lo aveva sfogliato. Non la aveva lodata o fatto complimenti a caso: solo guardato con attenzione. Le era da tempo che nessuno osservava così i suoi disegni, senza cortesia forzata ma con interesse vero.

Di mattina, il sabato, prese il biglietto, lo tenne a lungo fra le dita. Poi chiamò.

Rispose subito, come se stesse aspettando.

Buongiorno, signora Vera.

Come fa a sapere il mio secondo nome?

Ho chiesto allamministratrice ieri. Mi racconti di sé, se va. Poi le spiego il progetto.

Lei raccontò: casa editrice, le illustrazioni, la crisi, la mamma, il divorzio. Lui ascoltava in silenzio. Poi raccontò lui.

Aveva fondato il proprio studio dodici anni prima, lasciando una grande società. Erano una squadra piccola: progetti diversi, case, spazi pubblici. Da un anno lavoravano alla riqualificazione di un parco lungo lArno, un incarico grosso. I disegni cerano, tutto corretto. Ma, messi sul tavolo, mancava qualcosa.

I disegni sono morti, disse. Sa cosa intendo? Corretti, tutto a norma, ma guardandoli non si vede la vita. Serve qualcosa di vivo, che la commissione guardando capisca: questo è un luogo vero, dove la gente vorrebbe andare. Le serve sentire che là passeggeranno signore, bambini, chi legge un libro sotto un albero. Capisce?

Sì che capisco.

Nei suoi disegni di ieri Lei sa fare il vivo.

Lei tacque un po, poi chiese:

Tempi?

Quattro settimane. Presentazione davanti alla commissione urbanistica. Se va bene, il progetto parte. Il parco si farà davvero.

Qualcosa dentro di lei rispose subito, senza aspettarselo.

Daccordo, disse. Quando posso vedere i progetti?

Anche oggi, se vuole.

Lo studio Serra era in una vecchia palazzina nel centro, terzo piano, scale di legno bianche. Stanze grandi, soffitti alti, disegni alle pareti, modelli in giro. Profumo di carta e caffè.

Quattro colleghi: un giovane con delle cuffie giganti, che le toglieva di rado; una donna sui quaranta, taglio corto, si chiamava Natalia e si occupava di strutture; un anziano, Goffredo, che faceva i modelli; e Seva, poco più che trentenne, addetto alle parti digitali.

Alessandro le mostrò i disegni del parco: sul grande tavolo, fermati ai lati da righelli di metallo, indicando: ecco il viale, la fontana, larea bimbi, le panchine, gli alberi.

Vera guardava, cercando di immaginare la scena viva, non da progetto. Al mattino presto ci passerà luomo col cane. Qui la mamma col passeggino nel primo pomeriggio. Venerdì sera, due innamorati davanti allacqua.

Posso andarci davvero? chiese lei.

Sul lungarno? Certo. Ora?

Sì, ora.

Andarono insieme, quindici minuti a piedi. Non parlarono quasi. Vera portava lalbum. Alessandro, le mani in tasca, camminava calmo come chi osserva per mestiere.

Il lungarno era vuoto nel mezzogiorno di sabato; ancora inverno, alberi nudi, terreno grigio, ma lacqua già viva. Dove un giorno ci sarebbe stato il giardino, ora solo un paio di panchine verdi e due alberi, terra battuta.

Vera si fermò, osservò, tirò fuori lalbum.

Ora disegnerà? chiese Alessandro.

Solo uno schizzo. Voglio ricordare il profumo.

Lui si sorprese.

Il profumo?

Sì, il fiume, la terra, le foglie secche. Viene fuori nel disegno.

Alessandro non replicò. Vera disegnava veloce: la sponda, i rami sullo sfondo, un uomo in bicicletta, due bambini coi genitori.

Alessandro guardava lacqua, assorto.

Sua moglie amava questi posti? chiese Vera, poi subito si scusò. Mi scusi, non dovevo

No, figurati. Lei amava il mare. Diceva che il fiume mette malinconia, troppo lento. Silenzio. È mancata otto mesi fa. Tumore, in quattro mesi.

Mi dispiace.

Già.

Non ne parlarono più. Vera finiva gli schizzi. Il vento dal fiume era freddo, ma sapeva già di primavera.

Tornarono in studio, presero un caffè; Alessandro le spiegò il formato: venti tavole, ciascuna con orari, stagioni, persone diverse. Niente cartoline, ma scene vere, fotografie disegnate. La commissione doveva crederci.

Ho capito, disse Vera. Datemi una settimana per le prime cinque.

Affare fatto.

Tornò nella stanza in affitto. Il termosifone batteva. La tazza del tè era ancora sul tavolo. Vera prese lalbum, il lapis, si mise a pensare da dove partire.

Finì la prima tavola a notte fonda. Un viale al mattino, quasi deserto, un vecchio col cane, in fondo una figura nella nebbia, alberi col primo verde e ombre leggere, una donna col libro su una panchina, che stava bene senza bisogno di altro.

Il giorno dopo la portò ad Alessandro. Lui la guardò a lungo, poi disse:

Ecco. Proprio questo.

Natalia, la donna seria coi capelli corti, venne a vedere e disse solo:

Ottimo.

Vera sentì qualcosa che non era gioia, ma ci si avvicinava. Soddisfazione. Il piacere di aver centrato il bersaglio.

Per due settimane Vera lavorò ogni giorno. Sul lungarno al mattino, con qualsiasi tempo. Tutto il giorno a osservare, disegnare, poi rifinire in studio o a casa. Alessandro veniva spesso, a volte dava consigli: Sposta questo albero più in qua, che da progetto è lì, o guardava e taceva, che era comunque una risposta.

Cominciarono a parlare, anche di altro. A volte passeggiavano lungo il fiume. Alessandro raccontava la genesi del progetto, lidea, limportanza della posizione delle panchine o dei percorsi. Lo raccontava vivo, senza tecnicismi, e Vera ascoltava con piacere: sentiva che lui ci teneva.

Sa cosa distingue un posto pubblico bello da uno brutto? chiese lui una volta.

No, cosa?

Nel bello, la gente sceglie da sé dove sedersi. Non perché è lunico posto, ma perché lì sta bene. Se una panchina in ombra attira qualcuno, allora il luogo è giusto.

Da quanto la pensa così?

Da quando un professore, al terzo anno duniversità, ci disse: larchitettura, più che agli edifici, bada agli spazi fra un edificio e laltro, a come si sente chi passa lì. Lho annotato, non lho scordato.

Doveva essere un buon professore.

È morto tempo fa. Ma mi ricordo la voce.

Così discutevano, sempre di dettagli veri. Vera raccontava del suo inizio con i libri per bambini, di unadorata volpe che aveva finito col disegnare anche per sé, e poi perse durante un trasloco. Alessandro sentiva e sorrideva spesso di un sorriso caldo.

Anchio ho un progetto così, disse lui. Una casetta in campagna, fatta tanti anni fa per un signore. Niente di grande, ma venne proprio come doveva. Più di altri, la ricordo.

Perché?

Non so. A volte il piccolo colpisce di più.

Un giorno si fermarono in un bar dopo una lunga camminata e presero qualcosa di caldo. Alessandro fissava fuori e disse:

Non sembra che lei sia nata per stare davanti al lavello.

Mai detto infatti.

E allora perché ha resistito tanto lì? Avrebbe potuto cercare un posto come illustratrice.

Potevo. Ma era troppo incerto. Lì almeno era fisso. Avevo debiti.

Ora?

Quasi finiti.

Annuì.

Lo sa che ha lasciato Imperiale?

Preso aspettativa fino alla fine del progetto.

E poi?

Vedremo. Qualcosa si troverà. Lei ora sa che so disegnare.

Guardò fuori dalla finestra, pensieroso. Vera sentì che cera qualcosa non detto, ma non chiese.

Il lavoro filava. Le tavole si accumulavano. Vera prese ritmo: alba sul fiume, ore al tavolo, la sera a controllare il lavoro. Rappresentava ogni tipo di persona: coppietta che guarda lacqua, vecchietta coi piccioni, adolescenti in bici, gruppo coi cani, mamma col passeggino sotto i fiori.

Alessandro consigliava: Questa signora più vicino alla fontana: lì mettiamo la panchina. Facciamo qui sera, con i lampioni: abbiamo previsto luce calda.

Mi mostri che lampioni.

Lui indicava sulla pianta. Vera tornava a disegnare. A volte discutevano.

Signor Serra, il suo viale è troppo un rettilineo. Chi passa così, vede sempre lo stesso.

È per via delle condotte. Non si può curvare.

Ma almeno gli alberi, possiamo metterli meno dritti?

Lui taceva. Poi:

Dobbiamo chiedere a Natalia.

Natalia disse si poteva. Così Veronica fece una tavola col viale vivo, ombre diverse e lidea del dietro la curva.

Ecco, mostrò.

Alessandro guardò a lungo.

Avevi ragione.

Nello studio la accolsero senza troppe parole. Seva, il ragazzo delle cuffie, guardò un giorno il suo lavoro e chiese:

Sempre a mano, non con la tavoletta?

So usare il digitale, ma la carta sente di più.

Capisco.

Goffredo una volta le portò un tè, lasciandolo accanto senza parlare. Era il complimento migliore.

Non tutto filava liscio. Tre tavole larea giochi non venivano. Indicava bambini anonimi, senza anima. Vera le rifaceva, strappava, ricominciava. Poi capì: disegnava bimbi di carta, mai visti dal vero.

Il sabato andò nel cortile di fronte, sulla vera area giochi. Si sedette su una panchina: osservava. I bambini correvano, scivolavano, litigavano, piangevano, ridevano. Le madri parlavano tra loro, ma con un occhio sui figli. Un bambino costruiva colla sabbia serissimo, altri due ridevano. Vera li disegnò, veri. Tre tavole fatte in due giorni.

Quando le mostrò ad Alessandro, lui guardò a lungo:

Da dove li ha presi questi bambini?

Dalla piazza sotto casa.

Si vede che sono veri.

Sono proprio veri.

Mancava una settimana. Le tavole quasi finite, in studio si preparava la presentazione finale. Alessandro era teso, restava fino a tardi; Vera vedeva la luce in ufficio anche alle nove e mezza.

Rimasero una sera tardi, Vito già usciti tutti. Alessandro trafficava al tavolo grande, Vera rifniva lultima tavola. Silenzio, a parte il fruscio della carta e il respiro che Alessandro faceva quando pensava.

Sua moglie ha visto questo progetto? chiese Vera, senza pensarci troppo.

Rispose dopo un attimo.

Ne vide il principio. Vincemmo la gara quando già era malata. Era felice: Verrà bene, ci andrò a passeggiare. Ma poi non ce lha fatta.

Per questo era spento? Veniva sempre solo a cena e sembrava assente?

La guardò.

Lei lo aveva capito?

Svetlana parlava di lei. Diceva che le dispiaceva vederla così.

Lui sorrise appena.

Interessante.

Mezza città la guardava, sa? Quando si è soli, si pensa che nessuno noti. Invece tutti vedono.

Taceva.

Lei si sente sola?

Lo ero. Adesso non so. Adesso cè un lavoro che amo.

Vale tanto, disse lui. Davvero tanto.

Restarono zitti. Era un silenzio degno.

Quando mia moglie sparì, disse piano ho capito che non sapevo più perché fare tutto: ufficio, progetti Abbiamo sempre lavorato tutti e due. Dopo ci riposiamo, dopo facciamo, dopo. Ma il dopo non è venuto.

Capisco. Dicevo lo stesso con mia madre.

Anche lei ha perso qualcuno?

Lanno scorso.

Annuì, non chiese altro. Solo annuì, come chi ha capito lessenziale.

Quella sera uscirono insieme. Freddo, già buio. Vera si chiuse nel cappotto.

A casa a piedi? chiese Alessandro.

Autobus. Via dei Fiori è lontana.

Ti accompagno fino alla fermata.

Camminarono in silenzio. A metà strada Alessandro disse:

Vera

Sì?

Dopo quella presentazione, qualunque sia il risultato, voglio proporti un lavoro fisso. Non solo per questo progetto. Ne avremo altri e serve sempre un occhio come il tuo. Da artista, capace di vedere persone negli spazi. Parlo sul serio.

Lei si fermò.

Non è per riconoscenza?

Per riconoscenza ti regalerei dei fiori. Questo è un calcolo.

Rise. Un riso vero, anche se sommesso.

Va bene. Ci penso.

Non troppo.

Arrivò lautobus. Lei andò, lui rimase sulla fermata. Lei lo rivide dallo specchietto.

Il giorno della presentazione era giovedì.

In studio erano tutti tesi. Natalia ricontrollava i numeri, Seva digitalizzava le tavole, Goffredo portò il modello finale piccolo, con gli alberi di spugna. Alessandro faceva avanti e indietro, poco parlava, beveva caffè.

Vera stava seduta, lalbum davanti, guardando le ventidue tavole finite. Tutto: lalba sul viale, la fontana, il parco giochi, la sera coi lampioni, il bambino sulla panchina, gli innamorati, la vecchietta coi piccioni, la pioggia, i ciclisti.

È nervosa? chiese piano Alessandro.

Un po.

Sta tranquilla. Sono belle.

Le tavole o la commissione?

Le tavole.

Sorrise leggera.

La commissione era in una sala luminosa, grande finestra su Firenze. Otto persone, la maggior parte uomini con la giacca grigia, espressione severa. Alessandro iniziò parlando dei progetti, dei numeri; Natalia illustrò le strutture e la sicurezza; Seva collegò le tavole al monitor.

Poi Alessandro disse:

Desideriamo mostrare anche dei disegni a mano. Illustrazioni vive, per farvi vedere come immaginiamo la vita in questo spazio.

Pose i disegni uno a uno, in silenzio.

Silenzio anche nella stanza.

Uno dei commissari, un uomo con sopracciglia folte, prese la tavola del viale al mattino e la fissò a lungo.

Sono disegni? Non foto?

Disegni. Dal vero.

Vivi, commentò piano.

Poi fu la volta delle domande: tecniche, costi, tempi. Alessandro e Natalia rispondevano. Vera restava in fondo, zitta: non era il suo ruolo. Alla fine, una commissaria sui sessantanni, collana di perle, chiese di tenere la tavola della signora coi piccioni. Vera sorrise tra sé.

La comunicazione arrivò subito: progetto approvato. Qualche nota sui tempi, ma niente dimportante.

Fuori dalla sala, Natalia strinse la mano ad Alessandro e poi a Vera. Seva disse solo evviva a bassa voce. Goffredo non era venuto ma scrisse: Bravi.

Alessandro fu lultimo ad avvicinarsi a Vera. Dissero poche parole guardando fuori: era arrivata la primavera, verde vivo sugli alberi, niente più cappelli in giro.

Allora

Allora

Andiamo sul lungarno?

Ora?

Ora. Voglio vedere il posto dopo tutto questo.

Camminarono. Firenze era profumata di tiglio e asfalto caldo, la città piena di voci e di vita. Alessandro tranquillo al suo fianco, Vera con lalbum in mano quasi un portafortuna.

Il lungarno era soleggiato, ventoso. Il fiume luccicava. Sulle panchine la gente, qualcuno col cane. Il posto dove sarebbe stato il parco era ancora uguale, ma cera qualcosa di diverso, forse solo primavera, forse che ora Vera lo sentiva suo, lo aveva disegnato mille volte.

Si fermarono sullargine. Il vento era fresco. Vera si chiuse bene nel cappotto.

Verrà bello, qui, disse.

Verrà, confermò lui.

Stettero in silenzio. Passò una mamma con passeggino, parlando al telefono.

Vera

Sì?

Lui fissava il fiume. Non lei.

Ho vissuto a lungo in mezzo alla gente, al lavoro, ma dentro era vuoto. Capisce?

Capisco.

Queste settimane non so come dire. Mi è tornata la voglia di arrivare la mattina. Non solo a lavoro. Di esserci, punto.

Vera guardava lacqua scura e lenta.

Mia moglie non amava i fiumi. Troppo lenti.

A me invece piacciono. Da piccola preferivo il lento.

Lui la guardò. Ed era uno sguardo vero, serio.

Sono contento che sia uscita dalla cucina, quella sera.

Anchio. Anche se pensavo solo che lei stava soffocando.

Lo so. È il motivo.

Non capì subito. Poi sì. Che lui parlava anche daltro.

Alessandro

Dimmi.

Non sono brava con queste cose.

Nemmeno io.

Allora siamo pari.

Lui rise. Per la prima volta. Un riso pieno, caldo.

Vera

Sì?

Posso invitarla a cena? Non allImperiale. In un posto normale.

Lì si mangia bene.

Sì, ma non voglio più imbarazzare lamministratrice dopo quella sera.

Pensò alla faccia di Marina e annuì.

Giusto.

Accetta?

Vera aprì lalbum, trovò una pagina bianca, guardò il fiume, alberi, gente. Iniziò a segnare qualche linea. Lui osservava.

Sì, accetto, disse senza staccare la matita dal foglio.

Lui non rispose altro. Si mise al suo fianco.

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