«Addio, fallito!» — esclamò lui, e se ne andò dalla ricca vedova. Un anno dopo si presentò a un colloquio da lei, senza sospettare chi fosse ora il direttore.

«Addio, fallita!» le gridò lui, mentre si avviava verso la ricca vedova. Un anno dopo, si presentò per un colloquio da lei, senza sospettare minimamente chi fosse il direttore adesso.

«Non pensavi davvero che sarebbe stato per sempre, vero?»

Edoardo Bianchi aggiustò la cravatta di seta, un regalo di Ginevra per il suo trentesimo compleanno. Non la degnò nemmeno di uno sguardo, troppo assorto nel suo riflesso nello scuro vetro dellarmadio.

«Credevamo di costruire un futuro insieme» rispose Ginevra Conti, avvolgendosi le braccia attorno al corpo, come per trattenere il mondo che le crollava addosso.

Lui ridacchiò, un suono breve e crudele che la colpì come un pugno nello stomaco.

«Futuro? Ginevra, guardati intorno. Questo non è un futuro. È» fece un gesto vago verso il loro minuscolo appartamento in affitto, pagato per lo più da lei, «un ripiego. Accogliente, ma solo temporaneo. Un trampolino.»

Ogni sua parola era calibrata per ferire il più possibile.

«Io ho prospettive, capisci? Grandi prospettive. Tu invece hai solo un lavoro da quattro soldi e sogni di stabilità. La stabilità è una palude.»

Si avvicinò alla porta, una valigia di pelle pregiata in mano. Nessun oggetto di troppo. Si era preparato. Da tempo.

«Lei vede il mio potenziale. È pronta a investire su un vincente.»

Non fece nomi, ma Ginevra sapeva tutto. Sofia Monteverdi, vedova di un magnate locale, una donna con soldi, contatti e un sorriso da predatrice.
Ginevra tacque. Cosa poteva dire? Tutti i suoi investimenti in luitempo, soldi, fiduciasi erano polverizzati allistante.

«Una parola e me ne vado» le lanciò unocchiata fredda, valutativa. «Basta portarmi zavorra.»

Aprì la porta.

«Buona fortuna, Ginevra. Cerca almeno di non affogare nella tua palude.»

La porta sbatté. Ginevra rimase sola, al centro della stanza. Si lasciò cadere sul divano, fissando il punto in cui lui era stato appena un attimo prima. Dentro di lei, nessuna lacrima.

Solo un vuoto assordante, da cui emergeva, lento ma inesorabile, la paura.

E qualcosaltro che stava nascendo.

La prima settimana, Ginevra sopravvisse a malapena. Meccanicamente andava al suo «lavoro da quattro soldi», tornava nellappartamento vuoto e fissava il muro. Le parole di Edoardo«zavorra», «palude»le bruciavano sotto pelle come veleno.
Lui la chiamò. Una volta. Dopo un mese.

«Ginevra, ciao. Senti, mi sono rimasti dei libri, nella scatola blu. Potresti»

«Li ho buttati» tagliò corto lei. La voce era piatta, estranea.

«Cosa? Ma erano edizioni pregiate!» nella sua voce cera un genuino sdegno. Non se laspettava.

«Ora sono carta straccia. Come tutto quello che hai lasciato. Non chiamare più.»

Appese. E in quel momento, qualcosa cambiò. Il vuoto dentro di lei non era più dolore, ma freddo calcolo.

Quella stessa notte, tirò giù dalla soffitta un vecchio laptop impolverato e una cartella con un progetto universitario.

«Sistema di ottimizzazione logistica per piccole imprese». Edoardo lo chiamava «robaccia inutile». Diceva che il mondo reale funzionava diversamente.

Aveva ragione. Il mondo reale era molto più semplice. Non servivano belle parole, ma soluzioni che funzionassero.

I mesi successivi si fusero in un unico, interminabile giorno. Ginevra si licenziò.

Tutti i risparmi che aveva messo da parte per il «loro futuro» andarono nella registrazione di una società e nellaffitto di un piccolo ufficio in zona industriale. Chiamò lazienda semplicemente «Svolta».

Lavorò diciotto ore al giorno. Il caffè divenne il suo unico pasto. Ci furono momenti in cui voleva mollare tutto. Quando il primo prototipo del sistema diede un errore critico e i soldi sul conto erano quasi finiti. Ma poi ricordava le sue parole sulla «palude»e continuava. Lunico che credette in lei fu il suo vecchio relatore, il professor Russo. Non solo le trovò i primi clienti, ma le presentò anche un fondo per giovani ricercatori, grazie al quale ottenne un piccolo ma vitale finanziamento.

Il primo contratto fu quasi simbolico. Il secondo, un po più grande. E dopo sei mesi, il suo sistema era usato da decine di piccole imprese, risparmiando loro milioni. Non sognava la stabilità. La creava con le sue mani.

Nel frattempo, Edoardo Bianchi viveva la vita che aveva sempre sognato. Ricevimenti mondani, resort di lusso, un posto nel consiglio damministrazione di una delle aziende del defunto marito di Sofia. Raccontava a tutti di come fosse «uscito dalla palude della mediocrità». Di Ginevra parlava raramente, e sempre con un pizzico di disprezzo. Una fallita.

Ma il suo potenziale svanì in dieci mesi. Sofia Monteverdi era una donna pratica e senza sentimentalismi. Capì presto che dietro la bella facciata cera il vuoto. Nessuna idea nuova. Solo arroganza e labilità di spendere i soldi altrui.

La loro conversazione fu breve.

«Edoardo, caro» gli disse una mattina, ammirando la perfetta manicure, «eri un progetto interessante. Ma gli asset in perdita vanno eliminati in tempo.»

Gli porse una busta. Un generoso incentivo per andarsene. E il divio di mettere piede in qualsiasi sua azienda.

Per due mesi cercò lavoro. Con il suo curriculum gonfiato e la reputazione rovinata, era difficilissimo. La maggior parte delle offerte erano umilianti.

Poi, finalmente, la fortuna: una posizione da responsabile dello sviluppo in una giovane ma già affermata azienda IT, la «Svolta». Obiettivi ambiziosi, stipendio alto. Aveva sentito parlare del loro prodotto, ma non si era mai informato nei dettagli.

Si preparò: lesse qualche articolo sullazienda, ma la figura della fondatrice rimaneva nellombra. «G.C. Conti»queste iniziali nella sezione «Management» del sito non gli dicevano nulla. Ginevra evitava interviste e fotografie. Pensò fosse una professoressa anziana che si era lanciata nel business. Fu invitato al colloquio finale.

Edoardo si sistemò il nodo della cravatta, guardandosi nello specchio dellascensore che lo portava allultimo piano del luccicante business center. Era pronto a impressionare. Stava per tornare un vincitore.

Lassistente lo accompagnò in una sala riunioni con vista panoramica.

«Il direttore arriverà a momenti.»

Edoardo sedette, poggiando sul tavolo lelegante borsa di pelle. Notò per caso la targa sulla porta: «G. C. Conti. Amministratore Delegato». Che buffa coincidenza.

La porta si aprì senza bussare.

Entrò una donna in un tailleur blu tempesta. Capelli biondi raccolti in una crocchia stretta, nessuna ciocca sfuggita. Si muoveva con una sicurezza silenziosa, tipica di chi è abituato a vedere lo spazio aprirsi al suo passaggio.

Si sedette di fronte a lui, poggiò sul tavolo un tablet sottile. E alzò lo sguardo.

Il mondo di Edoardo Bianchi crollò come un castello di carte. Davanti a lui cera Ginevra. Ma non la Ginevra che conosceva. Non

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«Addio, fallito!» — esclamò lui, e se ne andò dalla ricca vedova. Un anno dopo si presentò a un colloquio da lei, senza sospettare chi fosse ora il direttore.
“– Vuoi sposarti? – Aspetta! La pancia supera il naso, sei diventata adulta! – Dichiara indifferentemente la madre”