Diario di Lidia Ottobre
Sei proprio una sciocca, mi diceva linfermiera in reparto maternità. Un altro figlio puoi sempre farlo, ma un uomo così dove lo trovi?
Di mio marito, Andrea, in ospedale, si raccontavano storie. Durante il ricovero mi portava ogni giorno pranzo e cena in thermos panciuti che cucinava lui stesso. Aveva anche comprato una televisione per la stanza e alcune volte mi faceva arrivare fiori a domicilio.
Siete sposati da poco? mi aveva chiesto linfermiera allora.
No, già cinque anni.
Primo figlio?
No, è il secondo…
Allora… non capisco, boh…
Questa seconda gravidanza, sin dallinizio, era stata molto più difficile della prima. Andrea pagava i migliori medici, eppure alla fine ero dovuta rimanere in ospedale. Dopo un mese desideravo così tanto tornare a casa che quando il parto è iniziato in anticipo non sono nemmeno rimasta delusa. Come potevo sapere cosa ci aspettava?
Gli uomini non sanno reggere la riabilitazione disse linfermiera. Ascolta me, che ne ho viste tante.
Naturalmente io non la ascoltavo. Ero convinta che la nostra Chiara sarebbe stata una combattente, ce lavremmo fatta insieme. Anche Andrea lo diceva.
Ma che dici, amore. Pensavi davvero che vi avrei mai lasciate solo perché la nostra bimba ha dei problemi di salute?
Per Andrea, quei problemi restavano sempre piccoli incidenti. Tutti lo ammiravano per questo. In realtà, con Chiara ci stavo sempre io; lui si dedicava solo alla maggiore, Sofia: la portava ovunque, alle gare di ginnastica, ai compleanni, a scuola, a danza, a robotica. Andava tutto liscio, finché Andrea non ebbe lidea di trasferirci in una villetta fuori Roma.
Laria buona serve alle bambine, e poi avranno spazio per correre diceva, come se Chiara potesse davvero correre. E magari prendiamo anche un gattino, o un cane non li volevi tu?
Sì, li volevo. Ma avevo paura di come avrei fatto con tutte le faccende di casa e con una sola macchina.
Te ne regalo una io, aveva promesso Andrea. E troviamo anche una ragazza che ti aiuti in casa, se vuoi.
E lappartamento?
Lo affittiamo. E i soldi sono tuoi, è il tuo appartamento.
Quellappartamento era una piccola eredità della nonna, di prima del matrimonio.
Andrea aveva mantenuto ogni promessa: una Fiat grigia con un fiocco enorme mi aspettava fuori casa, e dopo una settimana è arrivata anche Marta, una ragazza bassa, paffuta e con il viso tondo, che sorrideva a Chiara con una dolcezza infinita.
Faccia pure le sue cose, signora Lidia, ci penso io qui mi rassicurava Marta.
Allinizio mi sentivo a disagio. Ero abituata a sbrigare tutto da sola: ospedali, riabilitazione, esercizi con Chiara, scuola e attività per Sofia, le faccende di casa. Ma adesso Marta puliva, stirava, aveva imparato persino a fare le polpette che nemmeno a me venivano tanto bene. Era come se improvvisamente respirassi. Ma invece di sentirmi finalmente libera, sono sprofondata in quel silenzio nuovo.
Andrea usciva presto, con la casa ancora addormentata. Tornava tardi, quando Chiara dormiva già da un pezzo e Sofia stava facendo i compiti nella sua stanza. Sentivo il rumore della sua macchina, il tintinnio delle chiavi, i suoi passi cauti nellingresso; si affacciava in camera, mi baciava sulla fronte sussurrando: «Dormi, tesoro, tutto bene». Poi spariva nello studio, davanti al pc o al cellulare. Nessuno più lo aspettava in salotto.
Allinizio provavo anchio ad aspettarlo. Accendevo il bollitore, preparavo due panini, mi sedevo sul divano bianco scelto insieme in quel negozio di arredamenti, con un libro in mano. Eppure il libro mi cadeva dalle mani, gli occhi si chiudevano da soli; Andrea arrivava e spegneva piano la luce, credendo che mi fossi addormentata per sbaglio. Ma non era vero. Io lo aspettavo. Solo che lui non se ne accorgeva più.
Ormai tutto il mio tempo era per Chiara: esercizi, fisioterapia, logopedista, piscina due volte a settimana. La portavo in auto, cercando di guidare con attenzione, e pensavo che Andrea non aveva mai chiesto comera andata una sua giornata. Chiedeva solo: «Come stanno le ragazze?», e io: «Bene». Bastava così. Bene, una parola che era diventata la nostra coperta di Linus, per non parlare di come Chiara era caduta tre volte nel tentativo di alzarsi o della volta in cui Sofia mi aveva domandato: «Mamma, ma perché papà non vive con noi?». Lui viveva con noi. Solo, in fondo alla casa.
Una sera, andando in cucina a bere, ho trovato Andrea in piedi vicino alla finestra, che guardava il giardino buio bevendo whisky. Non si è nemmeno voltato.
Dura giornata? ho chiesto, stringendomi nel mio accappatoio.
Così così, ha risposto, senza smettere di guardare fuori. È stata lunga.
Avrei voluto abbracciarlo, sentire la sua schiena forte come una volta. Ma qualcosa mi ha fermata. Un muro invisibile di stanchezza, rancori mai detti, e di quel nostro bene ripetuto mille volte. O forse era lui ad averlo alzato. Sono tornata in camera, accanto a Chiara che dormiva, dentro il silenzio.
Marta vedeva tutto. Era una ragazza acuta. Un giorno, mentre piegava i panni, mi ha chiesto piano:
Signora Lidia, perché non va a fare un weekend con suo marito? Tengo io le bambine. Con Chiara ce la caviamo, non si preoccupi…
Ho alzato gli occhi vuota.
Dove dovremmo andare, Marta? E a fare cosa? Tanto starebbe col telefono in mano, e io penserei a Chiara.
Marta ha sospirato e ha piegato il vestitino di Chiara.
Lautunno lì, in campagna, era di una bellezza dolorosa. Mi piaceva uscire in veranda col caffè, avvolta nel cardigan a guardare gli aceri che perdevano le foglie sul prato. Di fronte, dallaltra parte della siepe, avevo notato una donna alta con i capelli corti che ogni mattina portava il cane a spasso. Ci siamo conosciute per caso: il suo golden retriever è corso verso Chiara, appoggiandole delicatamente il muso in grembo. Chiara, felicissima.
Scusi! È troppo festoso, ma non fa niente a nessuno, la donna è arrivata ansimando, sorridendo a Chiara. Che meraviglia, ciao bellissima!
Così nella nostra vita è arrivata Francesca.
Francesca era unarchitetta, lavorava da casa, aveva un figlio, Luca, coetaneo di Sofia, e stava educando anche il marito, con risultati alterni come diceva lei. Si erano trasferiti lì da un anno, e mi confessò di soffrire un po la monotonia del paese.
Sono contentissima che siete arrivate voi! mi diceva già dopo una settimana che la conoscevo, sorseggiando un bicchiere di vino nella nostra cucina. Una famiglia normale, bambini della stessa età, marito impegnato. Qui invece sono tutte o super-mamme sempre truccate, impegnate a fotografare i propri brunch, oppure businesswoman che arrivano solo per il weekend e impazziscono per la noia.
Io arrossivo. Francesca mi piaceva: chiara, diretta, senza tanti giri di parole. Non faceva differenze con Chiara, non la guardava con compassione ma come una bimba normale. E Chiara la adorava.
Abbiamo iniziato a vederci spesso, i weekend a grigliare tra case, Luca e Sofia sempre insieme, e persino Chiara sembrava più felice tra la confusione. Anche Andrea, di solito schivo, con Francesca si trovava bene. Lei sapeva ascoltare, ridere alle sue battute, parlare di affari.
Un giorno Marta mi affrontò mentre mettevo lo zucchero in un tè ormai freddo:
Scusi se mi permetto, signora… ma questa Francesca, la vicina… la vedo troppo spesso qui. E… io ho notato come guarda suo marito, quando lei non se ne accorge.
Alzai lo sguardo. Nessuna preoccupazione nei miei occhi, solo un leggero stupore.
Marta, su. Francesca ha un marito. È nostra amica.
Sì, ma il marito non cè mai, dicono sempre in viaggio. E lei… insomma… è bella, intelligente, sa parlare…
E allora? sorrisi, ma fu un sorriso stanco. Andrea non è così. Siamo insieme da tanti anni. Ci vogliamo bene. Magari ci vediamo poco, ma è per lavoro. Francesca… lasciamo stare. Andrea neanche la guarda.
Marta voleva aggiungere altro, ma rimase zitta e andò a lavare i piatti.
Rimasi sola in cucina a guardare il buio fuori dalla finestra. Andrea non è così, ripetei tra me, alzandomi. Fa tutto per noi.
Mi sbagliavo.
La verità venne in modo banale e doloroso: una sera Sofia rientrò in lacrime.
Mamma! la voce strozzata, quasi isterica. Mamma!
Oddio, cosa succede Sofia? Ti sei fatta male? Dimmi dove!
Stava in piedi alla porta della cucina, il viso coperto di lacrime, gli occhi rossi, le labbra tremanti. Non la vedevo così da quando era caduta dalla bicicletta anni prima.
Amore, che cè?
Si soffiava il naso, provando a pulirsi il viso col polsino.
Io… ehm… ero con Luca… siamo andati dietro le case, volevamo costruire una capanna. Lì cera la macchina di papà. Pensavo fosse passato per caso, volevo chiamarlo…
Si bloccò, le spalle che tremavano ancora di più.
E poi?
Io ormai sentivo già dentro la risposta; lavevo capito dallo sguardo della mia bambina.
Cera con la signora Francesca. Si stavano baciando. E Sofia si gettò le mani sul viso. Mamma perdonami, non volevo… mi sono solo imbattuta in loro…
Rimasi ferma. Prima caldo, poi freddo, poi di nuovo caldo. E un attimo di panico: e se fossi svenuta?
Mamma? chiese Sofia sottovoce, da lontano. Mamma, perché non parli?
La guardai. La mia bambina, con la faccia bagnata e le labbra tremanti. Il suo mondo, appena spezzato.
Tranquilla, risposi con una voce che non mi riconoscevo. Non è colpa tua. Vai a lavarti il viso. Ci penso io.
Sofia voleva aggiungere qualcosa ma salì le scale di corsa, piangendo.
Appoggiai la schiena al muro. Risuonava solo una cosa nella testa: baciarsi. In macchina. Nel bosco. Come ragazzini. Marta laveva detto…
Stupida, sussurrai a me stessa. Proprio stupida…
Andrea tornò la sera. Lo aspettavo in salotto, seduta sulla punta del divano come una straniera in casa mia. Lui entrò come sempre: chiavi che tintinnano, passi stanchi. Appena mi vide si fermò.
Lidia? Non dormi? Tutto ok?
Siediti, dissi.
Si sedette di fronte. Tra noi solo il basso tavolino di vetro con il centrotavola di frutta scelto insieme anni fa. Ora ogni cosa pareva priva di senso.
Sofia oggi è venuta a casa in lacrime. È stata nel bosco con Luca e ha visto la tua macchina. E voi, tu e Francesca. In macchina. A baciarvi.
Andrea sospirò. Non negò. Non fece finta. Solo si nascose il volto tra le mani e ammise:
Sì.
Alzai gli occhi, asciutti e gelidi.
Quindi è vero? Tu e lei… Francesca…
Lidia, ascolta, si azzardò ad avvicinarsi, con i gomiti sulle ginocchia. Non significa niente. Niente davvero.
Niente, eh? lo ripetetti piano, assaporando le parole. Baciarsi con una donna sposata in macchina, dove può vedervi anche nostra figlia, secondo te non è niente?
È stato uno sbaglio. Una cosa stupida. Francesca… abbiamo parlato tanto, lo sai. È brillante, fa ridere. Ed è successo. Solo una volta. Non amo lei. Amo te. Amo la nostra famiglia. È stato solo un errore.
Guardavo Andrea e vedevo un perfetto estraneo. Un uomo sicuro e affascinante che ora mi liquidava così: un tradimento come fosse uno sbaglio qualsiasi. Come fosse entrato nel negozio sbagliato, ecco.
E Francesca? Anche per lei è solo uno sbaglio?
Allargò le spalle, stanco.
Che importa? Ne parleremo. Finisce qui. Lidia ti prego, perdonami. Sono stato unidiota. Ma tu sai che non vi lascierò mai. Voi siete tutto per me.
Tutto per me. Ricordavo quando lo diceva in ospedale, alla nascita di Chiara; in macchina quando avevamo visto per la prima volta questa casa. In cucina, durante la prima crisi. Allora era una promessa. Ora solo suono, niente altro.
Lidia…
Basta. Non so cosa fare con queste nuove informazioni. Non so nemmeno come reagire. Ho bisogno di pensarci.
Mi avvicinai alle scale, ma mi voltai di nuovo.
Sofia ti ha visto. Tua figlia. Dovrai spiegarglielo tu. Io non ne sono capace.
Salii in camera, dove Chiara dormiva tranquilla. Silenzio giù. Andrea non venne su, non tentò altre spiegazioni. Forse pensava che la notte avrebbe aggiustato tutto. Che bastava il tempo.
Fissai il soffitto, ascoltai la respirazione di Chiara. Le lacrime arrivarono solo dopo unora. Discrete, senza pianti, scivolavano sul cuscino. Non piangevo per il tradimento di Andrea, ci avrei pensato dopo. Piangevo per Sofia, per la sua infanzia infranta, per il fatto che adesso sapeva che anche i padri tradiscono. E mai più il mondo sarebbe stato per lei sicuro e giusto come ieri.
La notte fu inquieta. Dormii pochissimo, mi svegliai quando Chiara si rigirò e mi chiamò con il suo modo tutto suo, tra suoni inarticolati ma riconoscibili.
Fuori lalba era grigia. La macchina di Andrea non cera già più. Diedi da mangiare a Chiara, la vestii. Quando Marta arrivò alle nove, mi guardò preoccupata.
Tutto bene, signora Lidia?
Sì, tutto bene, Marta. Tieni docchio Chiara, torno tra poco.
Certo, vada tranquilla! Ma dove va di preciso?
Non glielo dissi. Andavo da Francesca. Non avevo voglia di essere fermata. Volevo solo capire. Sentire le sue parole in faccia.
Francesca aprì dopo un po. Lauto era lì. Si presentò in vestaglia di seta bordò, i capelli arruffati con eleganza. Mi guardò curiosa, sorridente.
Oh, Lidia, buongiorno! Che sorpresa… Succede qualcosa?
Io, lì, davanti a lei, senza trucco e con laria distrutta della notte. Mi sentii ridicola, fragile. Ma non potevo scappare.
Dobbiamo parlare, dissi.
Mi fece accomodare. In casa profumo di caffè e pasticcini. La sua vita, perfetta.
Vuoi un caffè? prese la moka.
No, vengo al punto.
Lei si fermò, un sopracciglio alzato.
Parla, sono curiosa.
Mi strinsi nelle tasche.
Ieri Sofia vi ha visti. Tu e Andrea. In macchina. Nel bosco.
Per un attimo si confuse, poi tornò il sorriso leggero e indifferente.
Ah, ecco qui. Oddio, i bambini sono sempre così attenti.
La guardavo incredula. Nessuna vergogna.
Stai distruggendo la mia famiglia, riuscii solo a mormorare. Perché? Hai marito e figlio. Perché Andrea?
Francesca rise, non cattiva ma con compassione.
Ma dai, Lidia. Pensi davvero che sia colpa mia?
Non è forse così?
È la vita, scrollò le spalle, sorseggiando il caffè. Non è colpa mia se piaccio agli uomini. Andrea è grande, sceglie lui.
Ha famiglia. Figlie.
E una moglie che si è dimenticata di essere donna, mi guardò dritto. Scusa, ma ti parlo da amica. Guardati: corri solo tra fisioterapia, logopedi, bambini, casa. Quando hai pensato a te stessa lultima volta? Sei madre-eroina, va bene. Ma una donna che non vive più… interessa davvero a qualcuno?
Le parole mi tagliavano dentro.
Andrea è umano continuò. Vuole attenzioni, compagnia. Non lo giudico: a me non interessa rubartelo, nemmeno penso al mio di marito… Pensa perché tuo marito cerca altro.
Mi voltai già verso luscita. Nella penombra della cucina, Francesca non rideva più. Solo stanca.
Hai ragione, dissi. Devo pensare. Ma quello che ti auguro è che un giorno qualcuno dica lo stesso di te. Quando tuo marito avrà unaltra, più giovane, più interessante.
Uscii piano, senza sbattere la porta. Come chi chiude per sempre qualcosa.
A casa chiesi subito a Marta di aiutarmi a preparare le valigie.
Ma signora Lidia, cosa succede? Dove andate?
Via, Marta. Con le bambine. Non so se torniamo.
Lei non fece domande. Prese a lavorare in silenzio.
In tre ore tutto era pronto.
Sofia scese con gli occhi rossi.
Mamma, ci trasferiamo? E papà?
Papà resta qui, per ora. Noi staremo nel nostro vecchio appartamento, ti ricordi?
Sofia annuì cupa. Dentro di me restava solo una gran voglia di urlare, ma dovevo restare solida per loro.
Caricavamo le valigie quando il SUV nero di Andrea è arrivato di corsa. Mi raggiunse mentre stavo mettendo le bimbe in macchina.
Lidia! Dove vai?
Mi sciolsi dalla sua stretta, lo guardai negli occhi.
Andiamo via. In appartamento.
Ma cè già chi ci abita.
Ho chiamato. Lasciano tra pochi giorni. Prenderò qualcosa per noi nellattesa.
Andrea mi guardava come se non mi conoscesse.
Lidia, sei impazzita. Parliamone. Ti amo, vi amo. Ti ho chiesto perdono, seriamente. Non rovinare tutto.
Io? Sono stata io a baciarmi con una donna sposata? Sono io che ho fatto piangere nostra figlia? O sei stato tu, Andrea?
Ho sbagliato, lo riconosco. Ma non puoi portare via le bambine, lasciarmi qui da solo… Vuoi davvero crescere le bimbe in quellappartamento piccolo?
Saranno meglio dove la loro madre non impazzisce e dove il padre non si diverte con la vicina.
Ho detto che è finita! Finisce ora! Perdonami, ti prego, ti supplico. Dammi una possibilità.
Era lì, bello e confuso, sinceramente pentito. Ma mi resi conto che non potevo più fidarmi. Mai più. Perché se avessi ceduto, ogni suo ritardo, ogni telefonata, ogni scusa sarebbe stata un nuovo sospetto. E sarei davvero diventata quella donna triste e amareggiata di cui parlava Francesca.
Non posso, dissi sottovoce. Non posso credere più. Non così. E non voglio trasmettere questa vita alle bambine.
Lidia…
Parleremo dopo. Quando potrò. Adesso no. Non mi seguire. Ti chiamerò io.
Salimmo in macchina. Sofia allacciava Chiara che sbatteva le manine, ignara. Avviai il motore, uscii dal vialetto. Attraverso lo specchietto vedevo Andrea fermo, le braccia lungo il corpo, a guardarci andare via.
Solo quando eravamo lontane, iniziarono a scendere le lacrime. Sofia tacque a lungo, poi domandò:
Mamma, torneremo mai?
Mi asciugai il volto col dorso della mano.
Non lo so, tesoro. Davvero non lo so.
La città ci accolse con il cielo grigio e lasfalto lucido. Guardando le mie figlie nello specchietto, pensai che forse era questa la cosa più importante. Non la casa, né la macchina, né il marito. Quelle due bambine che avevano bisogno di me, tutta intera. E in quel momento, era lunica cosa che contasse davvero.


