Ti ripeto: non voglio questo bambino! Vuoi guai? Se vuoi, abortisci, ma non venirmi a rimproverare! urlava Andrea a Ginevra, spargendo a gran voce parole taglienti, mentre lei lo fissava incredula, incapace di credere che quelle fossero le parole del suo amato Andrea, luomo a cui si era affidata con il cuore e senza riserve.
Ginevra e Andrea si incontrarono quando, una sera tardi, Ginevra stava tornando da un bar di Trastevere dove aveva festeggiato il compleanno della sua amica Francesca. Francesca aveva sorseggiato troppo vino rosso e, incapace di chiamare un taxi, dovette affidarsi a Ginevra, che non tollerava lalcol. Il tassista, un tipo allegro di nome Luca, aiutò Ginevra a caricare Francesca in macchina, la portò fino a casa e la consegnò ai genitori. Così nacque la loro conoscenza.
Luca, che era il tassista, aveva un carattere deciso. Il giorno dopo chiamò Ginevra e la invitò a un appuntamento. Poi ne fissò un altro, e ancora un altro Dopo una settimana iniziò a convincerla a vivere insieme, nella sua monolocale ereditato dalla nonna. Lappartamento era piccolo, con qualche difetto, ma era tutto suo. Ginevra, ventenne e inesperta, non aveva mai avuto una relazione così seria. Non era una bellezza da copertina, era timida e molto riservata. Un tempo un altro ragazzo le aveva proposto di uscire, ma pochi giorni dopo Francesca lo fece saltare. Ginevra pianse due giorni, poi decise di non valersi più, si calmò e persino perdonò lamica, che però continuava a credere che i bei ragazzi dovessero corteggiare le belle ragazze come lei.
Andrea, giorno dopo giorno, la incalzava per farlo entrare in casa, promettendo persino di fare domanda di matrimonio al Comune. Chiese solo un po di pazienza finché non avesse messo da parte i soldi per le nozze. Ginevra gli credette e accettò. Non ne parlò a sua madre, sapendo che non lavrebbe approvata. I genitori vivevano in un paesino di campagna, lontani, sempre impegnati nei lavori di fattoria e con qualche problema di salute, così Ginevra non temeva che scoprissero Andrea.
Allinizio tutto andava a gonfie vele: Ginevra correva a casa dal lavoro come se avesse le ali, cercava di preparare qualcosa di speciale per stupire il suo amato, dimostrandogli che era migliore di tutte le altre. Andrea era contento, veniva lodato e venerato, e soprattutto capì di essere il primo uomo della vita di Ginevra, cosa che gonfiò il suo ego maschile. E, cosa importante, nonna le chiese soldi: Ginevra pensava che Andrea tenesse tutti i guadagni da parte per il matrimonio.
Il tutto si concluse una sera dinverno, quando Ginevra, con un sorriso timido, gli disse che aspettava un bambino. Andrea reagì con un Fai laborto!. Cosa vuoi, che dopo il lavoro ascolti urla, annusi pannolini sporchi? sbottò, E chi cucinerà se sei occupata con il bebè? E dove troverai i soldi per vivere? Non contare su di me, non lavoro per questo. Ginevra rimase sconvolta. Dove era finito lAndrea dolce e premuroso? Raccolse tutte le sue forze e, con voce ferma, rispose che non avrebbe mai ucciso il suo bambino. Andrea allora cominciò a urlare, a negare ogni responsabilità, fece le valigie e se ne andò.
Quella notte Ginevra si ammalò di febbre, fu ricoverata per più di una settimana. Guarita, decise di concentrarsi solo sul bambino, perché la priorità era che linfante nascesse sano. Il suo morale migliorò, trovò un nuovo scopo nella vita.
Otto mesi passarono. Ginevra, ormai in congedo di maternità, incontrò Andrea davanti al suo palazzo. In mano teneva un mazzo di fiori e una borsa di frutta. Ciao! esclamò con troppa allegria, Ti ho portato qualcosa di buono. Non riesci a comprare da sola, eh? I soldi non bastano? Non preoccuparti, me la cavo, rispose Ginevra a bassa voce. Vedere Andrea le fece battere il cuore: forse era pentito, forse avrebbero potuto diventare una vera famiglia.
Andrea, però, non mostrò intenzioni di tornare a vivere con lei, ma insistette perché Ginevra lo registrasse come padre del bambino, promettendo di pagare gli alimenti e di aiutarla spesso. Ginevra trovò strano quel desiderio, ma non vide vantaggi per lui, così accettò.
Da quel momento Andrea cominciò a far visita regolarmente, portando verdure, frutta e latte. Non rimaneva a lungo, ma ripeteva sempre quanto aspettava il piccolo.
Il bambino, chiamato Arturo, assomigliava molto al papà. La madre di Ginevra, Vera Ilenia, arrivò a dare una mano nei primi giorni. Quando Ginevra le raccontò che Andrea voleva essere registrato come padre, che avrebbe pagato gli alimenti e voleva vedere il figlio, la nonna esitò: Che cosa? Se vuole il bambino, perché non vuole sposarsi? Ma Andrea riuscì a convincere anche Vera, promettendo di pensare al matrimonio, chiedendo solo di non affrettare le cose.
Dopo la dimissione dallospedale, Ginevra e Andrea andarono al Comune e registrarono Arturo con il cognome Andrea. Vera rimase due settimane da loro, poi tornò al suo paese.
Per qualche mese tutto andò bene. Arturo cresceva sereno, il latte di Ginevra bastava, Andrea passava una volta a settimana, chiedendo se il figlio stava bene, lasciando qualche euro e prendendo sempre una ricevuta. Ginevra non capiva quel comportamento strano.
Ilito arrivò quando Arturo compì nove mesi. Quella sera Francesca si presentò a casa con una bottiglia di vino, proponendo di festeggiare. Ginevra le ricordò che non beveva alcol, soprattutto con un bambino al seno. Allora prendi un bicchiere, lo bevo io, disse Francesca, sorseggiando. Il vino finì sul pavimento, Francesca rise a crepapelle e non lasciò neanche che Ginevra pulisse. Allimprovviso suonò il campanello. Una voce maschile chiedeva Francesca. Ginevra, sperando che lamica se ne andasse, aprì, ma luomo entrò in cucina e iniziò a litigare con la ragazza ubriaca. Urlarono, romperono i piatti. Arturo si svegliò, piangendo, e la polizia fece irruzione, portando anche Andrea.
Ginevra non capiva nulla. Le dissero che il padre avrebbe preso il bambino perché lappartamento puzzava di alcol, era tutto rotto e nel frigo non cera nulla. La vicina, zia Tonino, una signora molto severa, arrivò dal quinto piano gridando che quellappartamento era sempre teatro di litigi e bevute, e che avrebbe denunciato per togliere i diritti genitoriali a Ginevra. Ginevra provò a far firmare a Francesca una dichiarazione di sobrietà, ma il danno era ormai fatto.
Mentre Andrea portava via Arturo, Ginevra urlava, implorava di lasciarle il figlio, piangendo disperata, ma invano. Si trovò sola, crollò sul divano, guardò la stanza vuota e perse i sensi.
Al mattino, trascinata a fatica, andò in commissariato. Nessuno volle parlare, tutti insistevano che le fossero tolti i diritti, che il bambino fosse meglio in una famiglia stabile con il padre. Senza risultati, Ginevra uscì in lacrime, appoggiandosi al muro, quando una donna in divisa le si avvicinò.
Mi dispiace molto, vedo che è una buona madre. Il padre del suo bambino è sposato con la figlia di un uomo molto ricco, ma non può avere figli per una vecchia malattia. Hanno orchestrato tutto. Credono di aver comprato molte persone, compresa la sua amica e la vicina. Cè unopzione fece una pausa la donna, Ginevra trattenne il respiro se fosse sposata con una persona rispettabile, il giudice potrebbe decidere a suo favore. Ha già un marito fittizio, magari?
Ginevra abbassò lo sguardo, non aveva nessuno del genere. Ringraziò la donna e tornò a casa. Non voleva rientrare nellappartamento vuoto, così si sedette sulla panchina del portico e pianse.
Un uomo dal tono gentile le chiese: Ha qualche problema? Posso aiutarla?
Ginevra, tra i singhiozzi, rispose: Sposami, disse, alzando la testa e tremando.
Davanti a lei cera un alto uomo di trentacinque anni, con una cicatrice che attraversava il volto.
Se questo può salvarmi, accetto rispose, sorridendo.
Il suo sguardo era azzurro, dolce, come una promessa di speranza.
È un uomo rispettabile? chiese, ancora titubante.
Speriamo di sì, rise lui, altrimenti il Presidente non mi avrebbe dato la medaglia.
Allora sposiamoci, per favore implorò Ginevra, con le lacrime che stillavano.
Unora dopo, Ginevra raccontò tutto a Massimo, il suo amico militare. Seduti nella sua accogliente cucina, sorseggiavano tè alla ribes. Massimo, rosso in volto per lindignazione, non poteva credere a quanto fosse stata ingiusta la situazione. Dopo aver ascoltato, prese la mano di Ginevra e la condusse al Comune. Come un soldato, non perse tempo: la registrarono il giorno successivo.
Il giudice tenne conto di tutti i fatti, dalla falsa testimonianza alla pressione dei poliziotti in uniforme, e decise a favore di Ginevra. Arturo, ormai tranquillo, si addormentò accanto a sua madre.
Ginevra coprì il piccolo con una coperta e si avviò verso la cucina, dove la aspettava Massimo. Non sapeva ancora cosa fare, dato che il loro matrimonio era di facciata, ma non voleva lasciarsi un uomo così affidabile e forte. Capì di essersi innamorata di lui, lo trovava il più bello nonostante la cicatrice. Si avvicinò alla porta, prese un respiro profondo per trovare il coraggio di parlare, ma Massimo le anticipò:
Ginevina, che ne diresti se ti promettessi altri due fratellini per Arturo? Ho sempre sognato una famiglia con una mamma così meravigliosa. Ti ho cercata a lungo, ora ti ho trovata. Rimani mia moglie, ti prego.
Ginevra sorrise, chiuse gli occhi e si strinse al petto di Massimo, sentendo solo la dolcezza delle sue braccia forti, che le garantirono che nessuno le avrebbe più fatto del male.







