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010
Mia suocera mi ha deriso per aver voluto preparare da sola la torta nuziale – poi, il giorno del matrimonio, si è presa tutto il merito davanti a tutti!
Mia Suocera Si È Presa il Merito della Mia Torta di Nozze Dopo Avermi Derisa per Averla Fatta da Sola!
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010
– No, mamma, adesso proprio non devi venire. Pensaci bene: il viaggio è lungo, una notte intera in treno, e tu non sei più una ragazzina. Perché mai dovresti affaticarti? E poi è primavera, sicuramente hai un sacco da fare nell’orto – mi dice mio figlio. – Figlio mio, ma come perché? È tanto che non ci vediamo. E poi voglio tanto conoscere meglio tua moglie, presentarmi come si deve alla tua sposa – gli rispondo sinceramente. – Facciamo così: aspetta ancora fino a fine mese, e veniamo noi da te, così per Pasqua ci sono anche molti giorni di festa – mi tranquillizza mio figlio. In realtà ero già pronta a partire, ma gli ho creduto, mi sono convinta a non muovermi e ad aspettarlo a casa. Ma poi non è venuto nessuno. Ho chiamato mio figlio diverse volte, però lui riattaccava. Poi ha richiamato dicendo che era molto impegnato e che quindi non dovevo aspettarlo. Ci sono rimasta malissimo. Mi ero preparata a ricevere mio figlio e la nuora. Lui si è sposato sei mesi fa e io sua moglie non l’ho ancora mai vista. Mio figlio, Alessandro, l’ho voluto “per me”. Avevo già trent’anni, non ero mai stata sposata. Così ho deciso di avere almeno un bambino. Forse è peccato, ma non mi sono mai pentita di quella scelta, anche se la vita non è stata facile: i soldi erano pochi e si sopravviveva. Ho sempre fatto più lavori, pur di dare tutto il necessario a mio figlio. Lui è cresciuto ed è andato a studiare a Roma. Per aiutarlo all’inizio, sono persino partita per lavorare in Polonia, così potevo mandargli i soldi per l’università e per vivere nella Capitale. Il cuore di una madre gioisce quando può aiutare il proprio figlio. Alessandro già dal terzo anno di università ha iniziato a lavorare da solo. Quando si è laureato e ha trovato lavoro, si è mantenuto da solo. A casa tornava raramente, circa una volta all’anno. Io invece, lo ammetto con vergogna, a Roma non ci sono mai stata. Avevo pensato che almeno quando si sarebbe sposato ci sarei andata anch’io. Ho persino messo via dei soldi per questo: sessantamila euro. Sei mesi fa Alessandro mi ha telefonato per darmi la notizia tanto attesa: si sposava. – Mamma, però non venire, adesso facciamo solo la firma in Comune, festeggeremo più avanti – mi ha avvisata. Ci sono rimasta male, ma che potevo fare? Alessandro mi ha presentato la sposa in videochiamata. Una ragazza carina, apparentemente per bene. E molto benestante. Mio consuocero ha una posizione importante. Io potevo solo gioire che a mio figlio andasse tutto così bene. Passano i mesi, ma mio figlio non viene a trovarmi e nemmeno mi invita a casa sua. Non vedevo l’ora di incontrare la nuora, e abbracciare mio figlio, così mi sono decisa: ho comprato il biglietto del treno, preparato del cibo da portare, addirittura ho fatto il pane, ho preso qualche conserva e sono partita. Ho chiamato mio figlio poco prima di salire sul treno. – Ma mamma! Perché sei venuta? Io sono a lavoro, non posso nemmeno venire a prenderti! Comunque, ecco l’indirizzo, chiama un taxi – mi dice Alessandro. Arrivata a Roma, ho preso un taxi e sono rimasta stupita dal prezzo della corsa. Ma la città all’alba è magnifica e potevo godermi il panorama dal finestrino. Mi apre la porta mia nuora. Non sorride, non mi abbraccia. Mi invita freddamente ad andare in cucina. Mio figlio era già uscito presto per lavoro. Ho iniziato a disporre le mie cose: patate, barbabietole, uova, mele secche, funghi sott’olio, cetriolini, pomodori, qualche vasetto di marmellata. La nuora osservava in silenzio, finché mi dice che ho fatto male a portare tutta quella roba perché loro non la mangiano, e che lei in casa non cucina mai. – Ma cosa mangiate allora? – le chiedo. – Tutti i giorni ci portano il pranzo a domicilio. Io non cucino, l’odore resta in cucina troppo a lungo – risponde Ilaria. Non faccio neanche in tempo a riprendermi dalle sue parole, che entra in cucina un bimbo di circa tre anni. – Ti presento mio figlio. Daniele, – dice mia nuora. – Daniele? – chiedo. – No, Danil, non mi piace che si cambi nome. – Va bene, come vuoi, Ilaria. – Non sono “Ilaria”, sono “Ilona”. Qui in città nessuno storpia i nomi, ma tu che ne vuoi sapere… Mi veniva da piangere. Non tanto perché mio figlio si era preso una moglie con un figlio, ma perché non mi aveva detto nulla di tutto questo. E le sorprese non erano finite. Guardo sul muro e vedo un grande ritratto di nozze. – Ah, quindi niente matrimonio, però almeno una bella foto l’avete fatta – dico, cercando di cambiare discorso. – Come niente matrimonio? Lo abbiamo fatto, con duecento invitati. Non c’eri solo tu perché Alessandro ha detto che eri malata. Forse è stato meglio così – mi squadra dall’alto in basso mia nuora. – Vuoi fare colazione? – Sì… Ilona mi mette davanti una tazza di tè e qualche fetta di formaggio costoso. Questa, per lei, è la colazione. Io non sono abituata, di mattina devo mangiare bene, soprattutto dopo un viaggio così lungo. Decido che mi friggerò due uova, e poi ho il pane fatto in casa che ho portato. Ma la nuora me lo proibisce categoricamente, per gli odori in cucina. Il pane rifiuta di mangiarlo, dice che lei e Alessandro seguono una dieta sana. A quel punto passa la voglia anche a me, mi fa troppo male pensare che mio figlio si sia vergognato di invitarmi al suo matrimonio. Ci avevo sperato tanto, ho risparmiato per anni, e invece… Bevo il mio tè in silenzio. La nuora tace, con aria rigida. Il bambino corre da me e mi si appiccica. Vorrei abbracciarlo, ma Ilona subito si agita, mi dice che non si sa con cosa sono entrata, che il bambino va protetto. Non avevo portato regali per il bambino, allora gli porgo un vasetto di marmellata ai lamponi: dico “così avrai una merenda golosa con le crêpes”. La nuora mi strappa il vasetto di mano e dice: “Ve l’ho già detto che non mangiamo zucchero, siamo a dieta!” Mi viene da piangere. Non riesco nemmeno a finire il tè. Vado in corridoio, prendo la borsa e mi metto le scarpe. Mia nuora non mi chiede nemmeno dove sto andando. Scendo in strada, mi siedo su una panchina e scoppio a piangere come non mi era mai successo. Dopo un po’ vedo che mia nuora esce a passeggiare con il bambino e butta via tutta la mia conserva nel cassonetto. Senza parole. Aspetto che se ne vada, raccolgo di nuovo tutto e me ne vado verso la stazione. Sono fortunata, trovo un biglietto riconsegnato per la sera stessa. Vicino alla stazione c’è una trattoria. Mi prendo un bel piatto di pasta al ragù, una bistecca, patate al forno e insalata. Avevo fame. Ho speso tanto, ma non mi meritavo forse qualcosa di buono anch’io? Ripongo le mie borse nel deposito bagagli e mi concedo qualche ora per girare Roma. La città mi è piaciuta molto. Riesco quasi a dimenticare tutto. Sul treno non dormo. Piango. Fa male, anche perché mio figlio non mi ha chiamato nemmeno per chiedere dove fossi. Non avrei mai creduto che mio figlio mi avrebbe accolto così. Lui è l’unico figlio che ho e su cui ho riposto tutte le mie speranze, e invece sono diventata solo un peso. Adesso sto riflettendo su cosa fare di quei soldi messi da parte per il suo matrimonio. Dargli lo stesso i 60.000 euro, perché sappia che sua madre gli ha sempre voluto bene? O tenermeli, visto che non se lo merita?
No, mamma, proprio adesso non cè bisogno che vieni. Pensa un attimo: il viaggio è lungo, tutta la notte
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07
Quando in famiglia contano più i pantaloni che i figli: la storia di Varvara, respinta dalla madre per il compagno e costretta a ricominciare da zero
I pantaloni in casa contavano più di tutto Caterina… perché fai così… sussurrava la mamma.
Sei davvero sicuro che tua moglie sia la persona che credi? Una storia di segreti, adozione e verità inaspettate nella famiglia italiana di Arnaldo e Raffaella
La mia vera moglie è quella che credo? Carlo, non volevo dirtelo proprio il giorno del matrimonio Insomma
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09
Mio figlio di otto anni è tornato a casa, mi ha abbracciato e ha sussurrato: “Loro hanno mangiato al ristorante mentre io li aspettavo in macchina per due ore.” Non ho fatto domande. Ho solo afferrato le chiavi, sono corso dai miei genitori, sono entrato in casa loro e, senza pensarci due volte, ho fatto questo…
Mio figlio di otto anni è tornato a casa, mi ha abbracciato stretto e mi ha sussurrato: Loro hanno mangiato
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08
IL MILIARDARIO RIENTRA ALL’IMPROVVISO E SCOPRE LA TATA CON I SUOI TRIGEMINI—QUELLO CHE VEDE LO LASCIA SENZA PAROLE
Francesco Contini si immobilizzò sulla soglia della cameretta, le dita serrate sulla maniglia della sua
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05
Giovanni Petrocchi si risvegliò quando qualcosa di caldo e bagnato gli sfiorò la guancia
Giacomo Bellini si svegliò di colpo, sentendo qualcosa di caldo e umido sfiorargli la guancia.
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02
«Le tue cose le ho già preparate», dichiarò il marito – Figlio mio, ma perché proprio lei? – cercava di dissuadere il giovane la mamma. – La amo! – sbottò il ragazzo, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. – Ne soffrirai con lei! Non vede altro che sé stessa! La bella bionda Lucia decise di fare al marito un regalo principesco per il quinto anniversario di matrimonio. Ma chi l’ha detto che tutte le bionde siano frivole? Fatemelo vedere quel tipo! Lucia, o “Lucienne” come la chiamava il marito, aveva un’altissima opinione della propria intelligenza e decise di dimostrarlo proprio con quello che aveva preparato per Alessandro. In realtà lui la amava comunque, la sua bella donnina. Erano sposati da cinque anni: proprio per questo primo vero anniversario importante Lucia aveva in mente una sorpresa. La loro storia non aveva nulla di eccezionale: amici comuni li avevano invitati a una festa di compleanno. Avevano ballato tutta la sera, lui l’accompagnò a casa, si fece dare il numero, iniziarono a frequentarsi. E adesso, eccoli pronti a festeggiare cinque anni insieme piuttosto felici. Anche se la splendida Lucienne cominciava a trovare il marito un po’ noiosetto. Ma si sa com’è: se una donna si annoia… Alessandro davvero lavorava tanto: non gli restava molto tempo né energie per le conversazioni. Anche perché la moglie preferiva non affaticarsi troppo: le sue aspirazioni da influencer — quelle non contavano… Quindi toccava a lui mantenere e sfamare tutta la piccola famiglia. La carriera social di Lucienne non rendeva davvero: la gente non si abbonava alle sue foto da fata seducente, anche perché di “posteriori interessanti” il web era già pieno! “Niente di che”, insomma. Lei però non si dava per vinta: ogni giorno un nuovo scatto, una nuova posa; la luce perfetta, lo sfondo migliore. Così volavano le giornate. Naturalmente, grandi fatiche a parte, trovava tempo per mangiare, fare shopping, vedersi con le amiche, curarsi e dedicarsi all’automiglioramento. Insomma, la vita normale di una moderna principessa, che generosamente concedeva al marito il diritto di godere di così tanta perfezione. Alessandro la amava: l’amore è così, si ama senza ragione o, a volte, nonostante tutto. Lui, in fondo, sapeva vedere bene – anche i tentativi goffi da blogger, l’evidente egocentrismo, la totale mancanza di interesse per qualsiasi cosa che non fosse il proprio ego. Ma insomma, era la sua Lucienne! E si ama una persona con tutte le sue crepe. – Figlio mio, proprio lei? – insisteva la mamma. – Ma perché? – La amo! – rideva lui. – È davvero così strano? – Finirai per soffrire, ragazzo mio. Quella pensa solo a sé stessa! Ma la mamma esagerava: che vuol dire che pensa solo a se stessa? E poi non trova lavoro dopo l’università: capita a tanti di questi tempi… E poi, la sua paga bastava. Quando avrebbero deciso di metter su famiglia si sarebbero organizzati. E la madre, capendo di aver detto davvero poco, si arrese. Ora il loro matrimonio compiva cinque anni: che festa! Ognuno dei due aveva preparato un regalo. Lui aveva scelto dei magnifici orecchini di diamanti, lei invece – ta-dà – un registratore per l’auto! Un gran bel modello: risoluzione alta, microfono incorporato, “Usalo pure, tesoro! E prova solo a dire che io non ci capisco di tecnologia!” La festa è al ristorante: tutto perfetto. Il marito apprezza tantissimo: “Ma lo sai che sei un genio!” E pure gli amici invidiosi con le loro mogli: “Ale, hai proprio fatto bingo con tua moglie, eh!” Soprattutto il suo amico d’infanzia Boris; la sua Irina, in confronto… Lucienne si godeva il successo: li avevo fregati tutti! Altro che biancheria intima o portafogli incisi: ora provate voi a battermi! Finisce l’anniversario, la vita riprende tranquilla. E adesso Alessandro comincia a pensare a un bambino. Ma Lucia annuncia di voler evolvere, di volerci davvero mettere impegno: “Basta corsi online, fanno schifo! Andrò ai corsi in presenza!” – D’accordo amore, li pagherai tu, vero? – Certo, bella! – risponde lui, innamorato. Due volte alla settimana, di giorno: tanto lui era comunque al lavoro. Chissà se tutti quei corsi le sarebbero mai serviti davvero, ma l’importante è essere impegnate. È vero, ad Alessandro un po’ vergogna verso la madre c’era. A lui andava bene così, ma la mamma… spiando con lo sguardo sembrava pensare: “Questa sarebbe moglie?” Non era buona neanche per cucinare o rassettare: faceva tutto lui o i collaboratori. Persino la lavatrice la gestiva Ale: “Non riesco mai a ricordarmi quei pulsanti!” sospirava lei. La madre soffriva in silenzio, proprio come nelle storie classiche di Grazia Deledda, quando vedeva il figlio lavare la roba della moglie. In una storia simile, la moglie poi tradiva col cugino… Ma Alessandro era contento. Finito il corso, figli! Avrebbero finalmente avuto la loro bimba con cappellino e scarpette! Ma concluso il corso, Lucia si iscrisse a un altro: “Voglio/voglio/voglio!” E Ale debole e innamorato, paga ancora. Niente di grave, aveva 27 anni, lui 30, per fare un figlio c’era tempo! Ormai anche la pensione era una chimera in Italia, diciamolo! Si avvicinava il Natale. Alessandro era di buon umore. Decisero di festeggiare con Boris e Irina: le coppie erano molto unite. Ma Ale doveva controllare il contenuto del registratore, magari cancellare qualche file. Così lo accende e… trova dentro il video: il suo migliore amico Boris e la moglie Lucia – impegnatissimi in attività di “auto-miglioramento” sul sedile posteriore. Con una certa… intensità. E non era la prima volta. Era stato regolare, quasi ogni giorno di “corso”: lasciava la macchina a lei e prendeva la metro. Audio compreso: nessun imbarazzo. Dopo ridevano insieme discutendo dei rispettivi partner. Ne emergeva che né Alessandro né Irina erano all’altezza degli “standard internazionali”. – Immagina, neanche a baciarsi è bravo! – ridacchiava Lucia. – Solo bolle e bava! Non come te, tesoro! Insomma, “tesoro” non era solo lui. E poi non la sapeva nemmeno baciare… Un colpo tremendo: lei, che invece era sempre soddisfatta in camera? Aveva mentito anche su quello! E Boris? Anche lui traditore, incapace di ricordare che la macchina registrava! Proprio lui, automobilista doc! Alessandro rimase di sasso: tutto quel tempo la moglie lo tradiva sotto il naso. Per quasi un anno. E con il suo migliore amico. E quello aveva anche intenzione di venire a casa loro per il cenone! Tutto come in una novella di Pirandello: la moglie traditrice come la “Clara” protagonista della storia. Sconvolto, Alessandro attese la moglie: Lucienne non c’era, era in giro con le amiche. Arrivò allegra, entusiasta: – Immagina Ale! La Tania mi ha consigliato un altro corso stupendo! Vedrai che orizzonti! Alessandro la osservava senza dire una parola, pensando: “Aveva ragione la mamma: perché proprio lei?” E gli orizzonti ormai erano stati aperti… e non proprio in un modo da “brava moglie”. E gliel’aveva aperto Boris! – Ma tu mi ascolti almeno? – fece lei con le labbra imbronciate. – Hai capito di cosa parlo? – Sì, certo, che non so baciare! – rispose gelido Alessandro. La moglie rimase in silenzio, poi chiese sottovoce: – E dove l’hai sentito questo? – Da te, parlando col tuo “tesoro Boris”! Il bel viso di Lucia si riempì di macchie rosse: era sconvolta. Come faceva a saperlo? – Credo che, visto che non sono all’altezza degli standard mondiali, sia meglio separarci – disse freddamente il marito. – Le tue cose le ho già raccolte: puoi andare dove le tue doti saranno apprezzate! – Alessandro, perdonami! – scoppiò in lacrime lei. – È stato un caso, te lo giuro! – Un caso? Quasi un anno di “corsi”, di macchine, di bugie? Sei forse stata sotto anestesia tutto il tempo? Era un’altra la persona che vedeva: Alessandro aveva una faccia mai vista. – E grazie ancora per il regalo, – continuò lui. – Se non fosse stato per il registratore, sarei rimasto cornuto a vita. – Il registratore? – balbettava lei tra i singhiozzi. – Che c’entra? – C’entra eccome, Lucia! Il microfono registra ovunque, Lucia! – citò la famosa (e nauseante) pubblicità. Più precisamente: “Il registratore registra ovunque, Lucia!” E finalmente Lucia capì: era tutto lì, tutto registrato. “Cavolo, che scema! E ora che si fa? Non mi perdonerà mai, neanche Boris… E ora? Dio aiutami!” pensò. Ma Dio non l’aiutò. E fu cacciata — tra lacrime, suppliche e qualche spintone — con le sue cose sul pianerottolo. Per Alessandro comunque fu un colpo duro. E Lucienne sparì nei crepuscoli della sera della vigilia. Dove? Chissà. Probabilmente da sua madre in quella minuscola casa popolare. Poi Alessandro mandò la registrazione all’amico. Anche se avrebbe voluto passarla pure alla moglie di Boris – di Irina aveva il numero. Ma l’uomo decise di non fare altri dispetti, lasciando risolvere le cose a loro. Boris provò a chiamare, dire qualcosa, ma tutto inutile: bloccato. “Così impari, fratello mio!” Un triste finale per quell’anno. Furono divorziati rapidamente: nulla da spartirsi! Casa e auto di Alessandro, e Lucia senza soldi. E chissà quanto ci vorrà prima di rimettersi… Con questa voglia di “autoperfezionamento”, cara Lucia, solo in certe strade saresti apprezzata! Lì sanno esigere certe capacità… Quel Capodanno Alessandro lo passò con la mamma: altrove avrebbe dovuto fingere, e non ne era capace. Così, dopo tutto, Lucia dimostrò di essere davvero “intelligente”. Grazie a lei la vita di Alessandro cambiò radicalmente. In meglio. Ma questa è un’altra storia. Dicono che il mondo non cambia. Tutt’altro! Soltanto la grande letteratura resta eterna. E i racconti di Giovanni Verga – soprattutto.
Ho già raccolto le tue cose, annuncia il marito. Figlio mio, ma perché proprio lei? cercava di dissuaderlo
Mentre portavo la cena alla madre malata di mio marito, mi chiama la mia avvocata: “Torna a casa subito!” Mio marito mi aveva chiesto di portare la lasagna fresca di forno a sua madre malata. A metà strada squilla il telefono: la mia avvocata mi intima di rientrare a casa all’istante. Quella sera ho scoperto il lato oscuro delle due persone più vicine a me.
Ascolta, ti devo raccontare cosa mi è successo, perché sembra la scena di un film drammatico ambientato
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08
Parente è sempre parente, ma quando l’eredità chiama… — Niente case, figurati! — sbottò il cugino con una mano. — Marisa ha già preparato le carte per venderne una e prendersi una villetta fuori città. E mamma finisce in quella più piccola. Adesso però, mamma ci si mette di traverso: «Queste mura sono mie, non me ne vado da nessuna parte!». Liti tutti i giorni. Marisa minaccia: se la suocera non trasloca lei prende il bambino e se ne va. E io… io ormai mi sono affezionato a mio figlio. Chiara ascoltava e non sapeva se ridere o arrabbiarsi. — Quindi Marisa vuole vendere l’eredità prima ancora di averla, e zia Antonietta cacciarla in un buco? Splendido. E voi vorreste che andassimo a convincerla a lasciarvi vivere nel lusso tranquilli? — Ecco, più o meno… — brontolò Valerio. — Voi le volete bene, siete famiglia, in fondo! Chiara si tolse i guanti di gomma, che fecero uno schiocco umido e fastidioso. Le dita raggrinzite dal continuo lavare e sbiancare. Guardò le proprie mani, poi il vetro perfettamente pulito, riflesso dal sole che tramontava, e sentì ribollirle dentro un’irritazione sorda. Era l’ultima finestra del quattro vani di zia Antonietta. — Chiara, hai finito? — si sentì la voce perentoria — Vieni in cucina, ho fatto la lista di cosa serve in farmacia. E le tende… le tende non le hai ancora appese! Sono lì sul balcone a prender polvere. Chiara sbirciò in salotto. Antonietta, seduta nella sua poltrona preferita, circondata da cuscini, indicava con solennità il tavolo della cucina. — Zia, — cercando di controllare la voce, — sono dalle nove qui. Prima i pavimenti, poi le finestre, poi i lampadari. Basta, non ce la faccio più. Mi si spezza la schiena. — Oh! — protestò Antonietta. — A venticinque anni ti lamenti per la schiena? Che vergogna! Alla tua età io lavoravo in fabbrica a turni e poi tiravo pure avanti la casa. Tua madre, l’ultima volta, ha fatto prima di te. Questa generazione non regge più niente… Chiara prese la lista in silenzio. Prima era la nonna, poi la sorella minore di Antonietta, ora lei. Antonietta è sempre stata “la più grande”, “la speciale” di famiglia: due appartamenti nello stesso stabile — uno suo, uno del figlio Valerio (cinquantenne, vita di lavori umili, ai limiti della sopravvivenza). Valerio da lei solo per i vassoi di polpette — lavare le finestre no: “l’uomo non fa certe cose”. Lo diceva sempre zia. — Domani passa Valerio, — aggiunse la zia, — preparagli un sacchetto con la spesa che ho fatto: io non posso portare pesi. Chiara posò il foglio. — Zia, domani non vengo. E nemmeno dopodomani. Antonietta si pietrificò. — Da quando in qua sei così impegnata? Tua madre aveva ben più da fare, e non si tirava indietro! — Perché ora Valerio ha la moglie, Marisa, giusto? — Chiara si appoggiò allo stipite — È più giovane di mamma, ha energia da vendere, e vive a due passi. — Marisa… — la vecchia fece una smorfia — Marisa è una donna seria. È incinta. E ha già un figlio che va alle elementari. Non può pensare alle mie finestre, lei deve pensare al nido. — Incinta? — rise Chiara — Valerio ha cinquant’anni, Marisa ne avrà quaranta. Entrata già incinta, se ricordo bene. Valerio è sicuro che sia suo? — Come puoi dire certe cose! — strillò Antonietta. — È sangue del mio sangue! Se dice che è suo, è suo! Finalmente un erede. Era ora, sempre tutto a voi… Ecco servito. Chiara lo sapeva che prima o poi sarebbe arrivata. Per anni: “quando muoio, case a Olga e a te, perché a Valerio niente figli”. Per questo hanno tirato a lustro anni di pavimenti e sopportato pretese. — Quindi ora gli eredi sono Marisa e i figli. — Chiara sollevò la borsa. — Giusto così. Auguri. — E non fate finta d’offendervi! — la zia partita in quarta — La famiglia è famiglia! Ché non mi avrete mica aiutata per il lascito! Vergognatevi! — La vergogna ce l’ho, zia. Proprio per questo vado. E le finestre ve le pulisce Marisa: mandate la spesa sul suo smartphone, ora tocca a lei lavorare per l’eredità. Chiara uscì senza voltarsi. All’uscio, una doccia di imprecazioni. *** Una settimana dopo, consiglio di guerra a casa di Chiara. Mamma Olga piangeva. — Chiara, mi ha telefonato. Tre ore ad urlare! Che l’abbiamo lasciata sola, Valerio sparisce nei garage, Marisa col mal di stomaco: “le fa male persino l’odore della polvere!” — Ma senti te! — Chiara le appoggia una tazza di tè. — Le nausee non impediscono di portare due borse di spesa alla “vecchia”? Marisa abita lì da mesi, non ha mai lavato un piatto per la suocera! — No… dice che “è ancora ospite”. — Ospite un corno: è già residente lì, Valerio lo diceva. E programma pure il restauro dopo che zia passa a miglior vita… Mamma si asciuga la fronte. — Però sembra brutto… abbiamo sempre aiutato. La nonna diceva… “Non lasciate mai sola Antonietta!”. — E noi siamo sempre state le sue donne delle pulizie gratis. Ora che c’è la donna d’iniziativa col pancione, fuori subito. Sai che c’è? Che lavi le finestre a Marisa, ora. Il telefono di mamma vibra. “Zia Antonietta”. — Non rispondere, — ordina Chiara — Forza, mamma. Fallo, una volta sola. — Ma chiamerà fino a scaricare la batteria… — Che lo faccia. Due ore dopo il telefono si arrende. Ma subito ne arriva uno a Chiara. Sms da Valerio: “Oh, la mamma chiama, non rispondete? Ha la pressione su e manca da mangiare. Cercate di muovervi, sennò vengo io a farveli passare i capricci”. Risposta: “Valerio, adesso sei marito e pure papà. Tua moglie è arzilla: vai a fare la spesa, o mandala a lei — fa bene anche per la gravidanza. Basta col servizio famiglia. Addio.” *** Tre mesi. Chiara e mamma non mettono piede da Antonietta. Mamma tentenna, Chiara non cede. — Vuoi ricominciare a fare la cameriera a Marisa? Vai! Valerio, alla fine, si presenta. Sembianze da reduce: barba incolta, giacca macchiata. — Bravo, si vede che hai fatto tardi — rincara Chiara all’entrata. — Che vuoi? — Non fare la spavalda, Chiara, — prova a passare, ma lei lo blocca. — Mamma è peggiorata. È intrattabile. Marisa non la sopporta, dice che ha perso il senno… — Cos’è successo? — arriva Olga dalla cucina. — Valerio, avanti… — Mamma, non farlo, — avverte Chiara, la madre la scansa. Valerio crolla sulla sedia, esala un sospiro: — Insomma: o io, o mia madre, dice Marisa. È nato il bambino, urla sempre. Mamma entra ogni mezz’ora a dirci come si fa tutto, grida che Marisa è una sfaticata, non fa mai le finestre, c’è polvere ovunque… Marisa piange: “non sono la cameriera, sono moglie!” — Aiuta tua moglie, prendi la spugna, — sorride amara Chiara. — Lava tu le finestre, una volta! — Io? — sgranò gli occhi. — Lavoro! Sono guardiano! Mi stanco! E poi non è cosa da uomini… Olga sospira. — Trenta anni che pulisco gratis; ora fate voi. — Ma ci vuole poco, tre ore: finestre, cucina, polvere, pavimenti… — Vai da Marisa, — lo liquida Chiara — Dille: le pulizie ora spettano a lei. Noi, tutt’al più, veniamo per un caffè. Pulizie, mai più! *** Un mese dopo, Chiara cede alla richiesta della mamma di andare a trovare la zia. Apre Marisa, e la investe un fetore nauseabondo: piedi sporchi, minestra andata a male, roba indefinibile. — Da chi cerchi? — Marisa la squadra. — Sono qui per Antonietta. — La famosa nipote rinnegata… accomodati. Lei si tiene in camera sua, imbronciata. Zia, sbrindellata sulla poltrona di sempre, ora pareva una vecchina chiusa e sconfitta. Le finestre, un tempo lucidate da Chiara, ora erano opache, con aloni di pioggia e una tenda storta. — Ciao zia, — posa dei cioccolatini. La vecchia alza la testa. — Sei venuta… a vedere come marcisco viva? — Ma che dici? Ora hai “la tua” famiglia: figlio, nuora, nipote… — Famiglia… — annuì la zia — Ieri hanno messo la serratura a questa stanza. Dicono: “non uscire quando abbiamo ospiti”. Valerio zitto — mangia polpette che lei compra. Tutto sporco… se mi lamento, Marisa dice che pulisco io. Ma non posso, non ci riesco più… E s’inghiozza. — Io li ho aiutati… a modo mio… Ieri Marisa mi fa: “speriamo tu liberi alla svelta la stanza, dobbiamo fare la cameretta”. Valerio seduto, zittito. Quasi compassione. Ma Chiara si scuote. — Zia, prendiamo un tè? — Se mi lasciano mettere su l’acqua, dice che il gas costa… Marisa fa capolino: — Di che bisbigliate? — Si poggia al muro. — Chiara, già che ci sei guarda il rubinetto in bagno: Valerio non riesce a sistemarlo. Và pure a pulire il gabinetto… Chiara la trafigge. — Marisa, sono ospite. Mica la colf. — Dai, ora non fare la difficile! Le case che tanto non vi servivano? Dimostra quanto ci tieni alla nonna. Che qui c’è da fare, noi abbiamo il bambino! — Non ci servono, Marisa. Le case sono già vostre. Ora tocca a voi — finestre, bagno e tutto il resto. Buon lavoro! Marisa resta di sasso. — E quindi chi fa assistenza a ‘sta vecchia? — Tu, Marisa. E tuo marito. Neanche il tè: la padrona di casa vera butta fuori Chiara. *** Antonietta ora sta in una casa di riposo. Valerio, ormai totalmente succube, ce l’ha mandata lui stesso. Una delle case è stata venduta, per la villetta. La famiglia ora sta bene, tra la villa e la casa a quattro camere in affitto. Chiara ogni tanto va a trovare la zia. Povera vecchia — pensava — che spreco la sua eredità…
La parentela, sempre la stessa storia Ma quali appartamenti! sbuffò il parente, facendo un gesto vago