L’unica infedeltà prima delle nozze: come un commento sul peso ha cambiato la vita di Austeja Austeja è stata infedele a suo marito solo una volta, ancora prima del matrimonio. Lui la chiamò “grassa” e le disse che non sarebbe entrata nell’abito da sposa. Umiliata, uscì con le amiche in un locale milanese, beve troppo e si svegliò a casa di uno sconosciuto dagli occhi azzurri. Si vergognò tantissimo! Austeja non raccontò nulla a Taddeo, perdonò gli insulti, iniziò una dieta e smise di bere, anche perché presto scoprì di essere incinta, il che le diede una scusa perfetta. La figlia nacque puntuale, una splendida bambina dagli occhi azzurri che Taddeo adorava. Per cinque anni Austeja si convinse che fosse tutto a posto, che gli occhi azzurri venissero dal suocero. E che importa se era riccioluta? Cercò di scacciare dalla mente quel bel ragazzo riccio di cui neppure ricordava il nome. Ma qualcosa nel cuore le diceva che la bimba non era del marito. Forse per questo perdonava a Taddeo tutto: i messaggi notturni, le trasferte di lavoro, le continue critiche su aspetto e cucina. Alla bimba serviva una famiglia: idolatrava il padre, e quale uomo non tradisce mai? “Resisti, dove vuoi andare?” diceva la mamma. “A casa nostra non c’è posto, sai che tua nonna è a letto, tuo fratello ha già portato qui la moglie. Ti ho sempre detto: la casa non dovevi intestarla alla suocera, ora ti ritrovi senza nulla!” E Austeja resistette. Ma non servì: un giorno Taddeo se ne andò. Disse di aver incontrato un’altra, pianse, promise di essere sempre il papà di Gabriella, ma non poteva lottare contro i suoi sentimenti. La madre, che sembrava adorare la nipote, dopo il divorzio commentò: “Fai il test di paternità, magari state pagando il mantenimento per niente!” Austeja rimase sconvolta: pensava di essere l’unica a sospettare. Invece no. “Sei fuori di testa?” si arrabbiò Taddeo. “Gabriella è mia figlia, è evidente anche a un cieco.” La suocera non se l’aspettava. Un anno dopo il divorzio Austeja finì in ospedale per un’appendicite, e i vecchi sospetti svanirono alla vista di un volto familiare. “Ci siamo già incontrati?” chiese il chirurgo. Austeja negò con energia, sperando che non ricordasse. Ma ricordava benissimo, e il giorno dopo scherzò: “Spero che questa volta non scapperai come l’altra!” Austeja arrossì come un pomodoro e decise di lasciare l’ospedale il prima possibile. Quel che non aveva previsto era che, in quei pochi giorni, Lino sarebbe riuscito a farle dimenticare la voglia di fuggire. Austéja non parlò mai della figlia: accennò solo di avere una bambina, evitando ogni riferimento alla paternità. Lino capì tutto appena vide la piccola. Preoccupato, comprò una bambola e tempestandola di domande, voleva comportarsi bene. “Capisci”, disse lui, “da piccoli mia madre conobbe un uomo che amava davvero, ma mia sorella non lo accettò, così mamma lo allontanò. Non voglio che accada a noi, vorrei essere un secondo papà per tua figlia.” Quelle parole la colpirono. E quando, guardando la bambina, si bloccò e le sorrise, fu chiaro: aveva capito tutto. “Tanto vale dirlo,” pensava. “Prima o poi dovrò confessare.” Abituata ai problemi matrimoniali, teme accuse e urla. Ma Lino, quando rimangono da soli, la abbraccia forte e le sussurra: “Che meraviglia!” All’inizio Gabriella sembrò accettare Lino, ma quando Austeja le chiese se le sarebbe dispiaciuto se Lino vivesse con loro, la bambina scoppiò a piangere: “Pensavo che papà sarebbe tornato! Lino può stare da un’altra parte.” Alla fine Austeja la convinse, ma Lino ne rimase deluso. “È mia figlia! Devi dirlo a tutti!” “Taddeo non lo reggerebbe. E nemmeno Gabriella. Lei lo vede come il papà, e lui è l’unica figlia che ha. Pare che la nuova compagna non possa avere figli. Me lo ha detto la suocera.” Lino si sentiva ferito, Gabriella faceva scenate, e Austeja tentava in ogni modo di mantenere la pace. Alla fine trovarono un compromesso: Austeja portava lei stessa la figlia da Taddeo, cercava di non far incontrare i due uomini, lasciava Gabriella e Lino insieme abbastanza da non litigare, e si sentiva un’interprete tra loro. Anche per l’8 marzo si assicurò che la bambina facesse un regalo a Lino, temendo che dicesse qualcosa che facesse uscire la verità. Poi Austeja scoprì di essere di nuovo incinta. E si spaventò. Temette di avere un altro figlio simile a Gabriella e che Taddeo se ne accorgesse; temeva che Gabriella fosse gelosa e diventasse ostile con Lino; aveva paura che Lino, mentre lei era in ospedale, raccontasse tutto a Gabriella. Si accordò con la madre che prendesse la nipote durante il parto. La mamma, già con due nipotini a casa (il fratello era diventato papà), accettò, ma le cose andarono diversamente: il giorno prima del parto la madre finì in ospedale per i calcoli biliari. Il patrigno si rifiutò di occuparsi della bambina, il fratello e la moglie lavoravano. Austeja decise di portare la figlia da Taddeo, ma lui era in trasferta, e non voleva chiedere aiuto alla suocera. “Non ce la farei con una bambina?” si offese Lino. Quel parto fu più difficile: dovette fare il cesareo, restare a lungo in ospedale per l’ittero del figlio. A casa era scoppiato un putiferio! Lino diceva che tutto andava bene, ma la figlia si rifiutava di parlarle, e Austeja si preoccupò molto. “Avrà detto tutto,” pensava. Ne parlò con le vicine di casa, che la convinsero a confessare, perché “tutto quello che è nascosto prima o poi viene fuori” e Austeja avrebbe pagato le bugie. Piena di ossitocina e incoraggiata dalle amiche, chiamò Taddeo: “Devo confessarti una cosa.” “Cosa?” Aspettò a lungo, scegliendo le parole. “Riguarda Gabriella, vero?” “Cosa su Gabriella?” Si spaventò Austeja, anche se era proprio quello che voleva confessare. “È figlia del tuo amico. Lo so già tutto.” “Te l’ha detto lui?” Austeja era incredula. “Lo so da tempo, rilassati. Quando aveva un anno ho fatto il test. Prima del militare mi avevano detto che non potevo avere figli. Speravo in un miracolo. Poi ho iniziato a dubitare. E pure mia madre… Così ho verificato.” “Ma… come…” Austeja non capiva come avesse potuto tacere così a lungo. “E cosa dovevo fare? La bambina non ha colpe. Non dirglielo mai! Ho taciuto per anni non per sentirmi portar via la figlia.” La dura vita di una donna qualunque! Il giorno delle dimissioni Austeja era sconvolta: osservava la figlia e il compagno. Si scambiavano sguardi e tacevano. “Come ve la siete cavata senza di me?” nervosa chiese Austeja, mentre il neonato dormiva e Gabriella disegnava. “Benissimo! Non dovevo controllarla di continuo, senza di te abbiamo fatto subito amicizia.” “Le hai detto tutto?” “No, certo! Me l’hai proibito.” “Già. Ma allora perché è così triste?” Lino sorrise malizioso. “Chiedilo a lei.” “Cos’è questo?” chiese. “Cosa, non si capisce? Tu, papà, Lino e noi con Vainio.” “Bello.” Scoprite di più… “Sì. Mamma! Secondo te una persona può avere due papà?” “Davvero gliel’ha detto!” “Beh… a volte succede,” rispose cauta. “Allora posso chiamare papà anche Lino? È bravo. Abbiamo costruito insieme un castello di Lego e guardato i pesciolini. C’era pure un commesso buffo, anziano col cappello. Mi ha chiesto chi fosse mio papà, non sapevo cosa rispondere, perché parlava di Lino. Gli ho detto che era il dottore. È bello avere un papà dottore. L’ho chiesto anche a lui, ma volevo controllare con te.” Austeja si commosse. Capì in quale trappola si fosse cacciata: Taddeo l’aveva già perdonata, Lino l’avrebbe fatto. E se un giorno Gabriella scoprisse la verità… Meglio scegliere ora, tra la verità e la paura del giudizio. Stringendo la figlia, disse: “Certo, tesoro. Penso che Lino sarà felice se lo chiamerai papà. Ma non raccontarlo al tuo altro papà…”
Lunica infedeltà prima del matrimonio: come un commento sul mio peso mi ha cambiato la vita.
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02
Avete trasformato la nostra casa in una discarica! — Siete impazziti! — Denis non cedette. — Avete ridotto l’appartamento dove siamo cresciuti in un porcile. Ci state facendo vergognare davanti a tutto il condominio. — L’appartamento è intestato a quattro persone, — intervenne Lera. — La mia quota è qui. E anche quella di Denis. Non vi permetteremo di trasformare il nostro bene in un ricettacolo di sporcizia e malattie. O prendete i sacchi della spazzatura e vi mettete a pulire, oppure… — Oppure cosa? — Ivan strinse gli occhi. — Ci buttate fuori? Non ne avete il diritto! — Vi sfrattiamo per via legale, — tagliò corto Denis. — E vi mandiamo in una stanza tre per tre. Lì vi spiegheranno in fretta il significato della parola igiene. Lera già sulle scale si coprì il naso con un fazzoletto impregnato di profumo. L’odore che usciva dalla porta al civico quarantotto era denso, pungente, con una nota marcata di marcio e stantio. Suo fratello Denis le stava accanto, disgustato, aggiustandosi il colletto della giacca. Bussò — il campanello era avvolto sotto uno spesso strato di polvere grassa e non funzionava più. — Secondo te aprono? — borbottò Denis. — Dove vuoi che vadano, — rispose Lera stringendo la borsa. — La vicina di sotto ieri ha chiamato tre volte. Dice che attraverso la ventilazione stanno arrivando scarafaggi a frotte. In colonie intere. La porta si socchiuse. Nello spiraglio apparve la faccia della madre. I capelli, che un pettine non vedeva da settimane, appiccicosi e arruffati, e sulla vecchia vestaglia una grossa macchia unta. — Che volete adesso? — borbottò la madre invece di un saluto. — Venite a controllare ancora? — Mamma, facci entrare, — Denis spinse la porta con dolcezza, ma con decisione. — Non siamo qui per controllare. Dobbiamo parlare. Appena entrarono, Lera inciampò su una montagna di vecchi giornali. Sulla cima campeggiava una ciabatta consumata e un cartone vuoto di latte. Il comò sotto lo specchio era scomparso sotto uno strato di piccoli rifiuti: scontrini, ricevute, croste di pane diventate pietra e una coltre di polvere grigia. — Dio mio, — sussurrò Lera mentre guardava in giro. — Mamma, dov’è papà? — È in salotto, — rispose la madre trascinandosi verso la cucina, dove il lavandino sembrava l’Everest coperto di piatti sporchi. — Guarda che facce! Come se fosse la prima volta che venite qui. — Proprio questo è il punto: non è la prima, — Denis si avviò verso il soggiorno. Il padre stava sprofondato in una poltrona. Ai suoi piedi, come un nido, cartoni di pizza surgelata, confezioni strappate e montagne di gusci di semi. La TV mandava bagliori che si riflettevano sul vetro impolverato della credenza, dietro la quale un vecchio servizio da tè si era arreso alle ragnatele. — Ciao papà, — Denis andò verso la finestra e provò a scostare le tende. — Non toccare! — ringhiò il padre senza voltarsi. — La luce mi dà fastidio. State buoni o andatevene. Lera raggiunse la cucina e sollevò con ripugnanza un angolo dell’asciugamano sul tavolo. Sotto si muoveva qualcosa di piccolo e rossiccio. Ritrasse subito la mano, la nausea le salì alla gola. — Mamma, così è troppo! — Lera si girò verso la madre. — Vi rendete conto che non si può vivere in questo modo? La signora Ninetta di sotto ha già detto che farà denuncia all’ASL. Vi sgomberano o vi multano! — Guarda come parla, questa! — Tamara agitò una mano, rischiando di urtare la mensola appiccicosa. — Fai tanto la raffinata! Voi due mi avete rovinato la vita! Io solo dietro a voi correvo quando eravate piccoli, due maialini in casa. Te lo ricordi, Lera? Sempre pappa sul pavimento, plastilina sul tappeto. Ho pensato: che senso ha pulire se domani è di nuovo un porcile? Mi sono abituata così. — Mamma, abbiamo trent’anni! — urlò Lera. — Sono quindici anni che non abitiamo più qui! Le nostre case brillano, perché dopo aver vissuto in questo sporco siamo schifati. Di chi è la colpa ora? Noi non ci siamo più! — E la vostra abitudine è rimasta, — urlò il padre dal salotto. — Non ti giustificare con loro, Tamara. Qui ci troviamo bene, appunto. La tua vicina è una strega. Si facesse i fatti suoi. A quel punto Denis rientrò dalla cucina e, schifato, annunciò: — Basta. Io e Lera abbiamo deciso. Domani andate in una clinica. La madre rimase ferma, una tazza sporca in mano. — Ma quale clinica? Noi siamo sani! — No, mamma. Le persone sane non dormono sui rifiuti. Vi abbiamo prenotato delle visite dal geriatra e dallo psichiatra. Magari è depressione, oppure quel… come si chiama… sindrome del collezionismo patologico. L’Alzheimer può cominciare così. Abbiamo paura per voi, capite? Speriamo sia una cosa che si può curare. — Ci credete pazzi? — il padre finalmente si alzò dalla poltrona. Con i pantaloni cascanti e la canottiera bucata. — Fate internare i vostri genitori? — Non si tratta di internare nessuno, papà. Solo qualche controllo, — Lera lo affrontò. — Papà, guarda! È una discarica. Vi fa piacere vivere così? — A noi va bene, — tagliò corto la madre. — Volete portarci dai dottori? Ok, basta che la fate finita! Così decisero. *** Lera e Denis, per tutta la settimana, trascinarono i genitori dai migliori medici della città. — Magari è una depressione, — Denis, appoggiato alla parete della sala d’attesa, sussurrava. — Almeno si cura, psicoterapia, pastiglie… — Sì, — annuiva Lera. — O uno squilibrio ormonale. Perché se sono solo fatti così… non so se posso accettarlo. Insieme entrarono dal psichiatra. La dottoressa, una signora anziana, sfogliava tutti i risultati: analisi, risonanze, test. Genitori impassibili. — Allora, dottoressa? — Lera protese il busto. — C’è qualcosa che non va? La dottoressa si tolse lentamente gli occhiali e li posò sul tavolo. Guardò prima i figli, poi i genitori. — Guardi, — iniziò. — Ho fatto tutti i test. Esclusa la demenza, esclusa la depressione clinica, esclusi problemi ormonali. I vostri genitori sono orientati, lucidi, memoria ottima. Nessun disturbo psicologico. — Significa…? — si accigliò Denis. La dottoressa sospirò. — Dal punto di vista medico, i vostri genitori sono sani. Nessuna diagnosi psichiatrica. — Ma vivono nella spazzatura! — gridò Lera. — È invivibile! — Vede, — la dottoressa lanciò a Tamara uno sguardo. — Si tratta di trascuratezza domestica. A loro semplicemente non importa. È pigrizia. Per loro è comodo così, non vedono senso nello sforzarsi a mantenere pulito. È una questione di abitudini, non di medicina. Silenzio teso nello studio. La madre sfoggiò un sorriso trionfante. — Avete sentito? — indicò i figli. — Siamo sani! Dice la dottoressa! E voi ci credevate deficienti. Lera stava quasi per scoppiare in lacrime. Lei sperava fosse una malattia… *** Riportarono i genitori a casa. Una sola settimana senza controllo e il sudicio era aumentato. Sul tavolo della cucina ora bucce di patate, neanche buttate, scarafaggi ovunque. — Si è finito con i dottori, adesso? — il padre si gettò in poltrona-nido. — Ora lasciateci tranquilli. Uscite, chiudete la porta. — No, papà, — urlò Denis. — Pace non ce ne sarà. Speravamo che foste malati, bisognosi di aiuto. Ma visto che siete maiali per scelta, cambiamo approccio. — Che modi sono questi col padre?! — la madre lo affrontò. — Sei impazzito? — O qui mettete in ordine, o vado dal giudice. Vi cacciano gli ufficiali, puliamo tutto e chiudiamo casa. La madre urlava isterica. — Ingrati! Ho dato la vita per voi, e ora mi volete costringere a pulire?! — Basta bugie, mamma! — Lera le si avvicinò. — Da bambini eravamo normali. Sei sempre stata pigra. Sempre a cercare colpevoli: prima noi, poi il lavoro, ora l’età. Non te ne è mai importato niente di noi, né di questa casa. Ami la sporcizia! — Sì! Mi piace! — sbatté la mano sul tavolo pieno di spazzatura; volò una nuvola di polvere. — E ora che fate? Volete fare da guardiani con lo straccio in mano? Non lo farete! Avete la vostra vita, urlerete e andatevene. Io vivo come voglio! Strappò una crosta secca e la morse davanti a loro. — Fuori! Non vi voglio vedere. Medici… Psichiatri… Chiamateli per voi! Denis guardò Lera. Negli occhi solo dolore e delusione. Lei voleva piangere. — Andiamo, Lera, — disse piano. — Non c’è più niente da salvare. Aveva ragione la dottoressa: non si cura. Uscirono. Dietro di loro la voce del padre a chiedere il volume più alto, la risata stridula della madre. *** Lera e Denis non si fecero più vedere quasi due mesi. Un lunedì mattina Lera ricevette un messaggio da Ninetta: “È ora, sono arrivati.” Lera andò. Stava in corridoio mentre uomini in tuta protettiva e mascherine entravano al civico quarantotto. I vicini tutti accalcati. — Non ce la facciamo più! — protestava la signora della porta accanto. — I nostri muri sono impregnati di quella puzza! È disumano! I genitori vennero portati fuori a braccetto. — Abuso! — gridava la madre, cercando di divincolarsi. — Ho la certificazione, sono sana! Non avete il diritto di toccare i miei averi! Gli addetti cominciarono a portare via la spazzatura in grandi sacchi neri. Erano così tanti da invadere tutto il pianerottolo. L’ispettrice, fissando Ivan, domandò severa: — Perché avete ridotto la casa così? Qui c’è rischio sanitario! Topi, scarafaggi! La madre vide Lera e strillò: — Lera! Dillo tu! Digli che non ci avete aiutato! Che tu e Denis ci avete abbandonati! Lera non rispose, voltò le spalle. I vicini chiedevano lo sfratto della famiglia di maiali, a lei non importava più nulla. *** I genitori chiesero ospitalità. Più tardi la mamma chiamò Lera dicendo che non avevano più dove stare. Nessuno dei figli li accolse. Né Lera, né il fratello: ormai non provavano altro che repulsione per loro.
Casa sommersa Siete impazziti! dissi senza indietreggiare. Avete trasformato lappartamento in cui siamo
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La lezione della mamma furba: una storia italiana di eredità contesa, promesse mancate e drammi familiari tra vecchie case di campagna, confini, documenti e parenti pronti a tutto per un pezzo di terra
Diario di Martina Bertolini Ma che stai facendo?! ho urlato, indignata, vedendo mio genero smontare con
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La mia migliore amica si è rivelata una traditrice: trent’anni di amicizia, aiuti e sacrifici buttati via per colpa della sua nuova vita agiata – e quando è crollato tutto, aveva il coraggio di bussare ancora alla mia porta
La miglior amica? Una vipera in vestito firmato Oh dai, smettila, sbuffò lamica alzando gli occhi al cielo.
Dopo l’allenamento, Vika tornò a casa di corsa – doveva preparare la zuppa di pesce per il marito. Ma ad attenderla c’era una sorpresa domestica: Leon la aspettava in cucina con un bicchiere di vino e una notizia che le avrebbe cambiato la vita…
Dopo la palestra, Bianca tornava di corsa a casa: aveva promesso al marito di preparare la zuppa di pesce.
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La trappola del figliastro: Inganni familiari, ricatti e segreti tra Milano e la nuova moglie di Eugenio—dal furto di due milioni al piano per il divorzio perfetto
Trappola per il patrigno Forza, racconta tutto. E se no? provò a fare il duro il figliastro.
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Che succede, ti sei offesa? – Mamma, io ormai sono pentita già da trecento volte d’averci provato. Non ce la faccio più, – disse Vittoria disperata, cercando di coprire il pianto della figlia. – È così, giorno e notte. Non ricordo neanche l’ultima volta che ho dormito davvero. Ieri ho messo su il bollitore e mi sono addormentata sulla sedia… – Eh, figlia mia, che dobbiamo fare? – sospirò la signora Gabriella. – Tutti i bambini piccoli urlano. La madre chiaramente non aveva colto il messaggio, così Vittoria decise di parlare chiaro. – Mamma… Ti prego: portatela via anche solo per due ore. O vieni tu a stare qui, così io riesco a dormire un po’. Non capisco più cosa faccio. È come vivere in una nebbia. – Vitti… – e il tono materno da comprensivo divenne sottile e insinuante. – Dai, non prendertela. Per chi l’hai fatta la figlia? Per te. Allora occupatene tu. Appena cresce un po’ passerà. Io ti ho cresciuta senza pannolini e tutte quelle robe moderne, e guarda, sono ancora qui. E poi ho la pressione che mi sale col tempo, mi manca solo sentirmi male stando da te. Vittoria inarcò le sopracciglia perplessa, non si aspettava una risposta del genere e non sapeva che dire. – Vabbè, si è capito… vado a fare altro… – borbottò e chiuse la telefonata. Nel petto si fece strada un gelo. Sparì quella sensazione d’infanzia della mamma sempre pronta a sistemare tutto, appena la chiami. E Vittoria non riusciva neanche a ribattere. O forse sì? …Vittoria spesso aveva messo da parte se stessa per la madre. Ogni Capodanno, per esempio. Da prima, quando la invitavano gli amici, poi quando avrebbe voluto festeggiare col marito. – Sì, vabbè… – sospirava sempre la mamma, quando Vittoria le diceva dei suoi programmi per le feste. – Buon divertimento allora. E io qui da sola… Ti allevo, ti cresco, e poi resto sola le feste di famiglia… – Mamma, dài… Il primo gennaio appena mi sveglio arrivo da te. – Ma sì, io nulla… Ti aspetto. Magari non festeggio neanche – rispondeva la signora Gabriella con un sospiro. – A che serve? Non ho nessuno. Mi butto a letto alle nove, mi sveglio il mattino: ecco tutto il mio Capodanno. E ogni volta Vittoria cedeva e andava dalla madre. Come avrebbe potuto lasciarla da sola? Gli amici potevano pure divertirsi da sé, fuochi d’artificio e tutto il resto. E anche il romanticismo col marito poteva aspettare. L’importante era che la mamma non stesse triste. E non era nemmeno l’unico problema. Gabriella adorava tenere la figlia sotto scacco con la salute. Appena si sentiva male non andava dal dottore, ma faceva suonare l’allarme a Vittoria. – Ho la pressione alle stelle. Mi sa che stavolta sto per andarmene… Vitti, corri subito! – la chiamava in preda al panico. – Mamma, vengo, ma chiama il 118. Non si scherza! – Macché dottori! Che fanno? Mi ricoverano? Negli ospedali ormai non ci sono medici come si deve! Proviamo da sole, dai. Fai l’iniezione, e se proprio sto male allora chiamiamo. Gabriella non si fidava minimamente dei medici e si innervosiva se la figlia insisteva a chiamare qualcuno. Ma era convinta che attacchi e crisi passassero con massaggi, impacchi d’aceto e, soprattutto, attenzioni di Vittoria. E lei si ritrovava a tremare ogni volta. Oltre a prendersi ogni responsabilità, le toccava fare iniezioni quando magari non sarebbe potuto servire, e non riusciva a convincere la madre a farsi aiutare davvero. Non restava che aspettare e pregare. Eppure, ogni volta, Vittoria trovava il tempo. Annullava appuntamenti, cambiava programmi, usciva di corsa dal lavoro. Anche sapendo che non avrebbe potuto proprio fare chissà cosa, e si rovinava solo i nervi. Come lasciarla nella condizione di star male da sola? La coscienza non glielo permetteva. Quella della signora Gabriella, però, taceva. Eppure, nipoti li voleva tanto quanto la figlia. – La nipote di Luciana già va alle elementari! – sospirava ad ogni pranzo di famiglia. – E Valeria ne ha già due. Io sola come un cane. Quando li fate voi? Almeno me li potrò coccolare! Invece ora, ora che la nipotina era vera, viva, con i suoi capricci e problemi, la signora Gabriella era svanita. A Vittoria bruciava. “Hai partorito per te stessa”… Se lo sarebbe ricordata. I mesi seguenti furono un giorno della marmotta. Vittoria non distingueva più lunedì da giovedì. Sempre lo stesso: pappa, pianti, ninnenanne, qualche minuto di sonno, poi ancora pianti. Gabriella era ancora nella sua vita, ma come una conoscente lontana. Una telefonata a settimana: – Allora, come va? Crescete? Ma appena sentiva la nipotina urlare sullo sfondo, spariva subito: – Oh, Vittoria, scusa, ma mi fa male la testa. E poi lì da voi c’è troppo rumore… Dai, tieni duro. La maternità è un lavoro duro, – e metteva giù il telefono. Intanto però, Vittoria aveva imparato a farcela senza la madre. Olga, la suocera, era una donna severa ma buona. Non prometteva mari e monti, né faceva troppe smancerie. Ma quando vide che la nuora ormai aveva le occhiaie da panda, cominciò a passare tutte le settimane. Ogni sabato, il suo giorno libero. – Vai a dormire, – le ordinava. – Io porto Alice al parco. Torniamo tra tre ore. – Ma piangerà… – Non si scioglie mica. Tu vai a dormire. Fu la suocera a consigliarle di prendere una tata ogni tanto. Solo due orette, per dormire almeno un po’ in camera accanto. E poi – fu Olga che alzò la voce per prima: – Piange troppo sta bimba, – disse. – Basta ascoltare quei pediatri che danno sempre la colpa a coliche e denti. Così non va. Olga fissò allora una visita da una pediatra di fiducia e, senza ascoltare obiezioni del figlio, pagò subito per tutte le visite ed esami. La dottoressa individuò subito la causa. – In parole semplici, ha il reflusso ogni volta che mangia. Non vi preoccupate, passa – assicurò. Dopo due settimane, pace fatta in casa di Vittoria e Paolo. Finalmente silenzio, vero. Alice smise di inarcarsi e piangere, iniziò a dormire serena. Per Vittoria, il mondo tornava a colorarsi. Il tempo non era più una tortura, scorreva. E da capricciosa, Alice divenne la nipotina che tutte le nonne sognano: con le fossette e i fiocchi giganti. E arrivò dicembre. Gabriella, che ormai vedeva Alice solo in videochiamata, notò di sfuggita i cambiamenti. La nipotina giocava, rideva, costruiva con i cubi. Fu allora che decise di rientrare in scena. – Vitti, che vi preparo di buono? – domandò dolce una settimana prima di Capodanno. – Venite a festeggiare da me, vero? – Ma siamo con Alice. E per te è fatica con i bambini piccoli. – Ma via! Ormai è grande e tranquilla, perfetta. Le ho anche preso una bambola enorme. La addobbiamo insieme l’albero, vi preparo il mio aspic. A Paolo piace, no? Prima, Vittoria ne sarebbe stata felice. Si sarebbe messa a fare il menù con la mamma, stringendosi al suo calore ritrovato. Ora invece sentiva… solo silenzio. Né rabbia, né dolore. Solo freddo. – Mamma, non veniamo. – Come, non venite? – protestò Gabriella. – Dove andate? O restate chiusi in casa? – Andiamo da Olga. Festeggiamo lì. – Da Olga?! – la madre sbottò. – Quindi vai da una che neanche è tua madre e io resto qui sola a Capodanno? – Mamma… Non essere permalosa, ma Olga è stata con noi, quando Alice piangeva notte e giorno. Quando stavo impazzendo. Lei ci ha voluti bene anche quando eravamo “difficili”. E tu… Tu stessa hai detto che la figlia l’ho fatta per me. Beh, allora decido io con chi passerà il Capodanno mia figlia. Calò il silenzio. Qualche secondo. – Allora ti sei offesa? Mi stai facendo la ripicca? – ribatté la madre. – Non ti vergogni? Mamma vecchia, malata… Ti ho cresciuta senza dormire, e tu mi ripaghi così? – No, mamma, non faccio ripicca. Scelgo solo cosa è meglio per me. E, tra l’altro, questo l’ho imparato proprio da te. La madre continuò a lamentarsi, ma Vittoria interruppe la chiamata dicendo che aveva da fare. Non aveva voglia di sentirsi dare della figlia ingrata. Vittoria sospirò, lasciò il telefono e si avviò in camera. Lì, tra i pezzi sparsi del lego, il marito giocava concentrato con Alice, che rideva a crepapelle abbattendo la loro torre. Vittoria si fermò sulla soglia e sorrise. Aveva un po’ di malinconia, ma era quella buona. Come dopo aver buttato via vecchie cianfrusaglie e aver fatto spazio per qualcosa di nuovo. Naturalmente, non aveva intenzione di tagliare per sempre i ponti con la madre. Aveva solo smesso di tradire se stessa. Non correva più appena chiamavano quelli che appaiono solo quando c’è il sole. Ora sceglieva chi le teneva l’ombrello mentre fuori infuriava la tempesta.
Ma ti sei offesa? Mamma, guarda, mi sono già pentita trecento volte di essermi buttata in questa avventura.
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01
La so tutto di lei – Chi ha chiamato? Massimo sobbalzò, quasi lasciando cadere il telefono. – Nessuno. Truffatori… Vittoria continuava a tagliare il cetriolo per l’insalata senza alzare la testa. Terzo “truffatore” della serata. Un dato curioso per chi si lamentava che non lo chiamava mai nessuno, se non la mamma e i corrieri. Massimo infilò il telefono nella tasca dei jeans e si avvicinò al frigorifero, anche se era chiaro che non sapeva cosa cercasse. Rimase davanti allo sportello aperto, fissando i ripiani come se stesse cercando le risposte agli enigmi dell’universo. Poi chiuse, senza prendere nulla. – La cena è pronta tra venti minuti, – disse Vittoria. – Mmh mh. Entrò in salotto e dopo un secondo si sentì il televisore acceso. A volume alto. Troppo alto, per il loro piccolo appartamento. Vittoria sorrise tra sé, continuando a cucinare. …I primi ritardi al lavoro arrivarono la settimana dopo quelle telefonate strane. Prima una sera, poi due di fila. A fine mese, Massimo tornava a casa alle nove quasi ogni giorno. – Nuovo progetto urgente, – spiegava togliendosi le scarpe in corridoio. – Il cliente è ansioso, il capo fuori di sé. – Capisco. Vittoria gli serviva la cena riscaldata e si sedeva di fronte con un libro. Non chiedeva dettagli. Non chiedeva di che progetto si trattasse o perché servissero così tanti straordinari. Massimo sembrava aspettarselo: si preparava a quelle domande, provava le risposte in macchina. Ma nessuna domanda arrivava, e lui si perdeva, senza sapere che farsene delle giustificazioni preparate. – Non sei arrabbiata? – chiese una sera, giocherellando con la cotoletta. – Per cosa? – Beh… perché torno sempre tardi. Vittoria voltò pagina. – Il lavoro è lavoro. Massimo annuì, non convinto da tanta calma. Per chi mente, è sempre strano essere creduto senza tentennamenti. I regali iniziarono a dicembre. Prima degli orecchini – né per Natale né per l’anniversario, così, senza motivo. Poi un foulard di seta di quella boutique davanti a cui erano passati mille volte insieme, e che Vittoria non aveva mai guardato con interesse. – Ti piacerà – disse Massimo, porgendo la scatola. – Mi è sembrato perfetto con il tuo cappotto beige. Vittoria srotolò il pacchetto, carezzando il tessuto morbido. – Bellissimo. – Ti piace davvero? – Certo. Ripose il foulard nell’armadio, insieme ad altre cose che raramente indossava. Massimo sembrava felice – di quella felicità malata di chi cerca l’assoluzione per peccati che ancora non ha confessato. I soldi se ne andavano facili, quasi senza rifletterci: una nuova tv, anche se la vecchia andava; una macchina da caffè costosa che Vittoria aveva accennato per caso; due biglietti in prima fila per lo spettacolo. Vittoria accettava tutto con un sorriso lieve e gratitudine. Intanto, dentro di sé, ricomponeva il puzzle: l’odore di un profumo estraneo sul colletto della camicia, i messaggi che Massimo leggeva in bagno con l’acqua accesa, la nuova abitudine di appoggiare il telefono a faccia in giù. …La cena aziendale era al ristorante sul lungotevere. Vittoria indossò proprio il cappotto beige e il foulard di seta – Massimo si illuminò vedendola. I colleghi trafficavano intorno ai buffet, qualcuno iniziava con i primi brindisi. Anna si avvicinò, mentre Massimo era al bar per le bevande. – Posso parlarti un attimo? Si spostarono verso la finestra, lontane dalla confusione. – Non ci conosciamo quasi, – cominciò Anna, tormentando la cinghia della borsa. – Mio marito lavora con Massimo nello stesso ufficio. – Ricordo. – Ecco.. – Anna prese il telefono, aprì la galleria. – Settimana scorsa ero in centro. Li ho visti per caso e… Scusa, non sapevo se mostrartelo o meno. Sul display, Massimo abbracciava una donna dai capelli scuri. Nella foto successiva si baciavano davanti all’ingresso del ristorante. Vittoria guardò le foto. Il volto impassibile. – So che sembra invadente, – aggiunse Anna in fretta. – Non voglio farmi gli affari degli altri. Ma pensavo… meritassi di saperlo. – Grazie. – Stai… bene? – Sì. Anna annuì, incerta. – Non lo farò vedere a nessuno. Promesso. Neanche a mio marito. – Ti ringrazio. Massimo tornò con due bicchieri di prosecco. Vittoria prese il suo, sorridendogli come sempre. Lui non si accorse di nulla, troppo preso a cercare il cameriere con i canapé. Tornarono a casa in silenzio. Massimo accese la radio, canticchiava tra sé. Vittoria guardava i lampioni scorrere fuori dal finestrino e pensava a quanto sia strana la gente: hanno paura di essere scoperti, ma poi lasciano tracce ovunque. – Bella serata, – disse Massimo mentre parcheggiava. – Ti sei divertita? – Molto. Lei non aveva fretta. Le settimane seguenti passarono nel solito ritmo: colazioni, cene, chiacchiere vuote. Massimo continuava a fare tardi. Vittoria continuava a non chiedere nulla. I regali non finirono. Bracciale d’oro per Capodanno. Abbonamento alla spa. Permesso di spendere quanto voleva per la cucina. Vittoria accettava tutto. I bonifici iniziarono a gennaio. Piccole somme che non facevano rumore: millecinquecento per un “massaggio”, duemila per la “parrucchiera”, tremila per “nuovi stivali”. – Mamma, ti ho fatto il bonifico. – Vedo, cara. – Valentina non chiedeva perché. La voce di Vittoria al telefono diceva abbastanza. – Andrà tutto bene. – Lo so. Vittoria riferiva a Massimo delle spese nei centri estetici, boutique, cliniche. Lui annuiva distratto, senza nemmeno guardare i numeri. Che importava, se la coscienza può essere comprata a qualsiasi prezzo? – Borsa costosa, – notò un giorno, vedendo la shopping bag in corridoio. – Pelle italiana. – Bellissima. La borsa veniva dai saldi a 30 euro. Gli altri 470 sono finiti a mamma. Massimo non notò la differenza – ormai non vedeva più nulla, salvo il telefono e le sue “riunioni”. Valentina metteva da parte quei soldi su un conto a lei intestato. La figlia non spiegava niente, ma il cuore della madre capiva senza parole. Qualcosa stava maturando. Qualcosa di serio. – Vieni su a passare il weekend? – chiedeva lei. – Ancora no, ma presto. Vittoria svuotava metodicamente i risparmi di famiglia. Corso d’inglese mai iniziato. Abbonamento palestra che non esisteva. Dentista caro che non serviva. Massimo approvava ogni spesa col sollievo di chi paga i debiti in anticipo. Ogni bonifico: una piccola indulgenza, un altro mattone nel suo muro di tranquillità. – Ti serve qualcosa? – le chiedeva la sera. – Domani ordino dal quel negozio. C’è l’offerta sulla biancheria da letto. – Certo. Non chiedeva nemmeno quale negozio o che offerta. Vittoria sorrideva tra sé. È facile ingannare chi vive già immerso nelle bugie. A fine febbraio, sul conto comune restavano 843 euro. Vittoria controllò il saldo al mattino, mentre Massimo era sotto la doccia. Guardò il numero. Chiuse l’App. La sera preparò le sue polpette preferite e mise la tavola in sala, invece che in cucina. – Che succede? – si stupì Massimo. – Siediti. Lui si sedette. Vittoria rimase in piedi. – So di lei. Massimo si immobilizzò con la forchetta a mezz’aria. In un lampo il volto passò dal rosa al grigio. – Di chi? – Non fare finta, Massimo. La forchetta cadde nel piatto. – Da dove… come… – Non importa. Provò ad alzarsi, ma le gambe non rispondevano. Vittoria lo guardava calma, quasi distaccata. Tanti mesi a prepararsi a questo momento, e ora sentiva solo stanchezza. – Vicky, posso spiegare… – Non serve. – È stato un errore, io… – Domani presento domanda di separazione. Massimo si aggrappò al bordo del tavolo. – Aspetta. Parliamone. Possiamo… – No. Vittoria si girò e andò a preparare la valigia in camera. Massimo restò lì, sulle polpette fredde, lo sguardo nel vuoto. La partita era finita, aveva perso. Valentina aprì la porta prima che la figlia riuscisse a suonare. – Il minestrone è sul fuoco. La camera è pronta. Vittoria abbracciò la madre sulla soglia. Per la prima volta da mesi, le spalle si rilassarono, la tensione svanì. – Grazie, mamma. – Vieni a mangiare. Le chiacchiere dopo. La separazione fu rapida e silenziosa. Massimo non protestò, né contrattò. Il conto comune era vuoto, la casa – sua, non c’era nulla da dividere. Vittoria firmò i documenti con animo leggero. Niente vendetta, niente amarezza. Solo sollievo. …Sei mesi dalla madre passarono in un lampo. Lavoro, libri, lunghe passeggiate per le vie d’infanzia. Finché la chiamò l’agente immobiliare. – Un bilocale in nuova costruzione. Perfetto per il suo budget. Vuole vederlo? Vittoria sì. Mutuo approvato in una settimana. Buona storia creditizia, stipendio fisso, anticipo – proprio quei soldi presi dal vecchio conto in comune. Ricevette le chiavi in una giornata di fine agosto baciata dal sole. Il mazzo pesante faceva piacere in tasca. La prima notte in casa nuova la passò su un materasso gonfiabile nel mezzo della stanza vuota. I mobili arrivavano domani, ma non voleva aspettare. Restò sdraiata, a guardare il soffitto, pensando a quant’era lunga la strada fatta in un anno. Nessun rimpianto. Niente domande, nessun “se solo”. Solo silenzio, che sapeva di pittura fresca e nuovi inizi. Vittoria sorrise nel buio… La mattina dopo avrebbe preparato il caffè nella sua nuova caffettiera, davanti alla sua finestra. Poi avrebbe cominciato a sistemare la casa – con calma, un passo alla volta, come aveva pianificato la fuga dal matrimonio di bugie. Pazienza e metodo. L’avevano portata fin lì. E l’avrebbero guidata ancora.
So tutto di lei Chi era al telefono? Massimo trasalì, quasi facendo cadere lo smartphone. Nessuno…
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07
La famiglia di mio marito si presenta senza avviso per stare un mese da noi: ma io la porta non l’ho nemmeno aperta – Dai, apri, Valerio! Che fai lì impalato? Siamo qui con le valigie, ci cadono le braccia! Abbiamo già salutato il tassista, fa freddo e almeno lasciaci entrare nell’androne! La voce stridula del citofono mi trafiggeva le tempie: era proprio quel tono che mi faceva passare la voglia di affrontare qualsiasi sabato mattina. Mi sono fermata in corridoio con la mia tazza di caffè, addio relax programmato per il weekend. Ho guardato mio marito. Valerio era bianco come un cencio e stringeva la cornetta tremante come un ragazzino colto in castagna. – È zia Rosanna – sussurrò riparandosi la bocca – e zio Pasquale. E Silvia con i bambini. – Chi?! – Ho quasi sputato il caffè. – Quale Silvia? Quale zio Pasquale? Ma Valerio, non aspettavamo nessuno! Dovevamo fare le pulizie e poi andare da Leroy Merlin per la carta da parati! Non mi hai detto nulla. – Non ne sapevo niente neanch’io – balbettò. – Mia madre, tempo fa, aveva buttato lì che volevano farsi un giro a Milano. Ma le avevo detto che stiamo ristrutturando e che non era il momento. Pensavo l’avessero capita! Giuro non ho dato il permesso! Il citofono gracchiava ancora più insistente, la zia Rosanna ormai spazientita: – Valerio! Ti sei addormentato lì? Ci lascerai fuori? Silvia deve dare da mangiare ai bambini, sono stremati dal viaggio, abbiamo fatto una sorpresa! Sorpre-e-e-esa! Sono andata decisa da mio marito, gli ho tolto la cornetta e ho riagganciato. Il display si è spento. – Non aprire – ho detto piano ma ferma. … … (prosegue la storia come da testo originale) La mia famiglia, la mia regola: se si presentano parenti all’improvviso per un mese… nemmeno una chiave nella porta – solo chi rispetta la casa entra!
Ma che fai, Giacomo? Sbrigati ad aprire! Siamo qui sotto, con valigie e borse, ci cadono le braccia!
Con il cuore che batteva forte, Giulia bussò alla porta. Solo il silenzio le rispose.
Con il cuore che le batteva forte, Giulia bussò alla porta. Il silenzio le rispose.Con il cuore ancora